Fury il favorito. Due secondi di speranza per Wilder …


A volte un sigaro
è solo un sigaro
(Sigmund Freud)


Il puzzle sembra avere una soluzione sin troppo semplice.
Qualsiasi strada io provi a prendere, mi porta sempre alla stessa conclusione. Tyson Fury è il chiaro favorito contro Deontay Wilder nel mondiale massimi Wbc.
Lo è perché ha dimostrato di essere più forte nei primi due incontri. Hanno disputato 19 round e il britannico, secondo la maggior parte degli osservatori, ne ha vinti 15 (lui dice 17, ma nessun pugile racconta la verità su sé stesso).
Lo è perché boxa meglio, tecnicamente e tatticamente. Lo ha fatto vedere soprattutto nel secondo combattimento, quando ha attaccato come se non ci fosse un domani. Wilder se pressato, messo sotto tiro, costretto a boxare andando indietro, è più debole di quando è lui ad avere l’iniziativa. Il raggio di azione del diretto destro si riduce, lo spazio in cui può tirarlo si accorcia. E la potenza diventa meno efficace di quando può spararlo a tutto braccio.
Lo è perché lui, Fury, può cambiare schema tattico sul ring. L’altro no. Più povero tecnicamente, lo sfidante non riesce a modificare in corsa un piano prestabilito. Si affida solo e sempre all’unica arma in suo possesso.
È nel vero Deontay quando dice che gli avversari devono fare un match perfetto, mentre a lui bastano due secondi. Destro dritto e bum, l’altro è al tappeto fino all’out. Ma proprio perché tutto il tesoro di casa è nascosto in un’unica soluzione, l’obiettivo diventa ancora più difficile da raggiungere. La vittoria di Wilder appare alla vigilia figlia di una concausa di eventi eccezionali, per questo improbabile.
Metto sul piatto l’analisi e penso che il risultato, il pronostico, sia troppo semplice da individuare. E se lo è, temo di avere fatto qualcosa di sbagliato in fase di analisi.
Freud dice che a volte un sigaro è solo un sigaro. A volte quello che si vede è quello che è. Prendo le distanze, mi scuso, ma la paura di sparare a salve mi porta a un ulteriore sviluppo dell’indagine.
Vado a cercare altrove.
Wilder ha cambiato allenatore. Averne uno nuovo potrebbe avergli giovato? Anche qui seguo una logica, non mi affido a ipotesi senza appoggi concreti. E la conclusione che ne viene fuori è, ancora una volta la stessa. Nessun elemento a favore, difficilmente ne avrà giovamento.
Ha licenziato Mark Breland. Non credo per il cattivo lavoro fatto, quanto per avere gettato l’asciugamano nel secondo match con Fury. L’ego di un campione, soprattutto dei pesi massimi, è smisurato. Meglio cercare colpevoli altrove, piuttosto che addossarsi i peccati commessi.
E allora, via Breland ed ecco Malik Scott. Un neofita a questo livello. Pugile sino a cinque anni fa, non si è mai mosso su palcoscenici così impegnativi come coach. E poi non credo che Wilder possa cambiare modo di boxare, non credo possa farlo a 35 anni e dopo 44 combattimenti da professionista. E allora viene il sospetto che l’uomo dell’Alabama l’abbia fatto unicamente per appagare il proprio ego, per sentirsi dire le cose vuole sentirsi dire, non quelle di cui avrebbe bisogno.
Tutto questo mi ha riportato indietro nel tempo, a Mike Tyson vs James Buster Douglas a Tokyo, febbraio 1990. Iron Mike veniva da una serie di 37 vittorie consecutive, era imbattuto. Episodi che ne avevano gonfiato l’autostima, instillando nella testa la convinzione di essere imbattibile. Debilitato da un’infezione intestinale da virus, poco allenato, aveva aggiunto a questi aspetti negativi l’assunzione di nuovi allenatori: Jay Bright e Aaron Snowell, due vecchi amici.
Due ragazzi che non potrebbero insegnare neppure come si nuota a un pesce” aveva commentato Teddy Atlas.
E aveva perso per ko.
Non dico che Malik Scott meriti una definizione come quella che Atlas ha sparato sulla coppia di amici, ricordo l’episodio solo per sottolineare come la psiche di un campione lo porti a volte a cercare di nuotare in un mare piatto e senza correnti, piuttosto che investire su allenamento e nervi tesi per gestire la barca quando l’Oceano è in tempesta.
Ormai l’avrete capito, So cercando disperatamente un ma che possa aiutarmi a individuare un dubbio. Alla fine sono stato premiato, l’ho trovato. Mi è stato detto che, nonostante un’apparente tranquillità e la solita tracotante sicurezza nelle uscite ufficiali, in realtà Tyson Fury sia davvero furioso, agitato.
Voleva Anthony Joshua. Lo voleva per unificare i titoli, per guadagnare cento milioni di dollari, per aumentare la sua popolarità sino a farla diventare universale. Lo voleva soprattutto perché era certo di batterlo. E adesso il pesce grosso non c’è più. Al suo posto c’è la trappola Deontay Wilder. Un match in cui ha tutto da perdere.
Dovesse batterlo avrebbe chiuso una questione che tutti avevano già dato per chiusa, fino a quando un ex giudice non ha deciso che il terzo incontro fosse obbligatorio.
Dovesse perdere, difficilmente si rimetterebbe in piedi. Sicuramente non si rimetterebbe in piedi avendo davanti le stesse prospettive di oggi.
È questo che alla fine regala un po’ di incertezza al mondiale.
Fury per vincerlo non deve mai perdere la concentrazione, deve avere la giusta tensione per tutto il tempo in cui rimarrà sul ring. Perché una cosa giusta Wilder l’ha detta: a lui basta trovare due secondi di incertezza per metterlo ko.

2 pensieri riguardo “Fury il favorito. Due secondi di speranza per Wilder …

  1. Sulla carta Fury dovrebbe spuntarla, ma io azzardo e scommetto su Wilder. Col suo nuovo allenatore Wilder dovrebbe aver chiaro che non può puntare tutto su un solo pugno. Qualcosa si saranno inventati, se non sono stupidi. E poi c’è la questioncella che se Wilder perde è finito, si chiudono le porte sulla carriera, addio eventuale rematch. Dico Wilder dunque 🙂

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