Oro olimpico e mondiale pro, un’impresa solo per quattro…

L’Olimpiade di Tokyo 2020 si è chiusa.
E con l’Olimpiade, chiude per tre anni anche D(I)ARIO OLIMPICO. Appuntamento a Parigi 2024.

In questo spazio ho parlato di dilettanti, ma anche di quello che avrebbero potuto fare o hanno già fatto da professionisti. Mi sembra il momento giusto per proporre quattro storie, sono quelle degli unici quattro italiani che sono riusciti a conquistare l’oro olimpico e il titolo mondiale tra i professionisti. Nino Benvenuti, Patrizio Oliva, Maurizio Stecca e Giovanni Parisi sono entrati, proprio con questa motivazione, nel 2018 nella Hall of Fame Italia, una manifestazione ideata e organizzata da boxeringweb.net, vi lavorano sette giornalisti innamorati della boxe. In rigoroso ordine alfabetico Gualtiero Becchetti, Flavio Dell’Amore, Franco Esposito, Alessandro Ferrarini, Davide Novelli, Vittorio Parisi e Dario Torromeo. Queste sono le avventure olimpiche del magico poker azzurro. Buona lettura.

di FRANCO ESPOSITO e DARIO TORROMEO

Per vincere senza lasciare ai giudici la possibilità di cancellare i tuoi sogni, bisogna mettere knock out tutti gli avversari.
Uno dei nostri, un ragazzo di Calabria, pensa che l’impresa sia possibile.
Incontro Giovanni Parisi all’interno del Villaggio Olimpico.
Ci sediamo su una panchina, ci studiamo, senza scambiarci una parola cerchiamo di capire chi sia l’uomo che abbiamo davanti. Sembriamo due leoni che prendono tempo prima di decidere se attaccare, difendersi o fidarsi dell’altro. Poi, finalmente, cominciamo a parlare.
Sopra di noi il cielo cupo di Seul, trent’anni fa.
Giovanni ha i capelli ricci e un codino alla Camacho che ha già fatto discutere. Volevano farglielo tagliare, non ci sono riusciti.
Sul ring di solito indossa un accappatoio argentato, ma i dirigenti federali non hanno voluto che si presentasse così. È l’unica concessione che lui ha fatto al “sistema”.
È un ragazzo chiuso, solitario, timido. Solo sul ring riesce a liberarsi da qualsiasi condizionamento. Parla sottovoce, porta dentro l’anima grandi dolori. Il 10 maggio, appena quattro mesi fa, è morta mamma Carmela.
Lui è qui per dedicarle l’oro.
Viveva a Voghera con lei, la sorella Giulia e il fratello Sarino, da quando aveva un anno. Da quando i genitori si erano separati.
Un banale incidente ha rischiato di rovinargli il sogno olimpico.
Si è fratturato il secondo metacarpo della mano sinistra, un’operazione sbagliata ha reso più complicata la situazione.
È accaduto a novembre. Da allora ha combattuto poco.
Un torneo in Grecia, gli Europei a Torino.
Affronta i Giochi da peso piuma. Una categoria che non è la sua e lo costringe a una dieta pazzesca, assai vicina al digiuno.
«Serietà, volontà, capacità di sacrificio e determinazione. Ecco i segreti di Parisi» l’analisi è del coach Franco Falcinelli.
Giovanni annuisce con la testa. Chiudo il blocco, metto a posto la penna.
Andiamo tutti assieme allo stadio a vedere Francesco Panetta.
Va male.
La speranza è che Parisi possa consolarci.
Un lampo.
Il gancio sinistro scatta velocissimo, non a caso il soprannome del nostro eroe è Flash, e chiude la corsa sulla mascella di Dumitrescu. Il rumeno crolla al tappeto. Giovanni pensa possa rialzarsi, ma spera che non lo faccia.
Per il suo bene. Mi farà questa confessione a match concluso, indossando uno sguardo da duro che raramente gli ho visto.
Dumitrescu si rialza, barcolla sulle gambe.
È finita.
Sono passati 101 secondi dal primo gong. Giovanni Parisi è campione olimpico.
Fa un salto mortale per festeggiare, poi corre verso l’angolo e abbraccia Falcinelli, Petriccioli, tutti i compagni rimasti a Seul. Piange, non riesce a smettere. Non parla, quando lo fa le frasi gli escono a fatica, interrotte da singhiozzi che scuotono il torace.
«Ho realizzato il mio sogno, che non era vincere l’oro, ma prenderlo per dedicarlo a mamma. La medaglia è sua».
Entro nello spogliatoio. C’è ressa. Parliamo velocemente, lo reclamano in conferenza stampa. L’addetto coreano gli versa un bicchiere d’acqua. Il dottor Rondoni, medico al seguito della nazionale, urla.
«Non bere niente se non te lo diamo noi».
Parisi obbedisce. Deve ancora fare l’antidoping.
È stata una lunga giornata cominciata con una sveglia appena dopo l’alba.
Alle 6:30 è già al peso.
Poi un piatto di rigatoni con olio di oliva e parmigiano, due tuorli d’uovo, marmellata e un bicchiere d’acqua.
A letto e alle 9 eccolo allo stadio.
Alle 10:20 sale sul ring, dopo meno di due minuti è già tutto finito.
Ha la medaglia d’oro al collo. L’ha sognata tante volte, mi dice: «Ma sempre da sveglio, sapevo che era un sogno che si sarebbe realizzato».
Ancora una vittoria della volontà, della capacità di sacrificarsi.
Anche il Mahatma Gandhi ne era convinto.
«La forza non deriva dalle capacità fisiche, ma da una volontà indomita».
Giovanni Parisi ci ha dato una lezione.
Quando si crede che un sogno possa realizzarsi bisogna andare fino in fondo.
Anche se questo vuol dire fidanzarsi con il digiuno, correre in pista mentre gli altri vanno a tavola, avere la bilancia come incubo.
E poi, la rabbia di vincere. È indispensabile sentirla sempre viva, un folletto che si insinua nella tua anima e ti spinge ad andare avanti.
Una vita difficile, la sofferenza di una famiglia divisa quando era ancora un bambino. L’infanzia senza il padre, il trasferimento in un’altra città. Il dolore straziante della morte della mamma.
C’è anche questo dietro il successo di un campione.
Se lo dovrebbero imprimere bene nella testa i signori della boxe.
«Qui in Corea i pugili sono dilettanti, ma i giudici sono ladri professionisti» commenta il grande Rino Tommasi.
Al Palazzetto di Seul ho visto cose che voi umani non potreste neppure immaginare.
Sono rimasto disgustato, avvilito.
Il pugilato è sport di sacrificio e non merita di finire nelle mani di chi non ha neppure il pudore di porre un limite alla vergogna.
Sì, e quanti anni la gente deve vivere
Prima che possa essere finalmente libera?
Sì, e quante volte un uomo può voltare la testa
Fingendo di non vedere?
La risposta, amico, sta soffiando nel vento
Bob Dylan in “Blowin’ in the wind” si pone grandi interrogativi.
I signori che dicono sempre sì e spezzano i sogni non si fanno domande.
Loro obbediscono in silenzio.

Mi sembra di avere guidato da sempre questa vecchia Ford Escort verde dei primi anni Settanta e invece l’ho presa in affitto meno di una settimana fa. Prezzo buono, macchina comoda. Procedo lentamente lungo le larghe strade di una città che non ha certo problemi di spazio. Cerco di rispettare i limiti di velocità, qui con le multe non scherzano.
“La gente balla per la strada
guarda il ritmo nei loro piedi
la vita é bella, dolce e selvaggia
lascia suonare la musica
sentila nel cuore e sentila nell’anima
lascia che la musica prenda il controllo”.

Dall’autoradio esce la voce di Lionel Richie che canta “All night long”.
Mi fermo nel parcheggio dell’albergo.
Incrocio un anziano collega da giorni a disagio nella frenetica atmosfera californiana.
«Ciao, stasera ceniamo assieme?»
«Volentieri, dove ci vediamo?»
«Su Sunset Boulevard».
Rido.
L’indicazione è precisa se non fosse per il fatto che il Viale del Tramonto va avanti per trentacinque chilometri di strada.
Mi ricorda un vecchio episodio raccontato da mia madre.
Era andata in visita ai parenti nel paese dove era nato papà.
Un’anziana signora l’aveva avvicinata e aveva posto con molta educazione una domanda.
«Ciao, è vero che sei di Roma?»
«Sì, perché?»
«Puoi salutarmi Maria?»
“Vado all’America” dicevano i nostri nonni. Ne è passato di tempo, ma per alcuni di noi questo mondo resta sempre un po’ misterioso.
Tre giorni dopo sono sulla spiaggia di Santa Monica. È arrivato il momento di festeggiare l’exploit del pugilato italiano ai Giochi.
Al mio fianco c’è Maurizio Stecca detto Icio.
È campione olimpico e ha la medaglia d’oro al collo.
Ha vinto il titolo nei pesi gallo, è un pugile di talento.
È un fiume in piena, non si ferma un attimo. Parla, racconta, spiega, illustra. La calata romagnola trasforma in musica tutte quelle parole.
È un talento eccezionale. Ha velocità di esecuzione, mobilità di gambe, scelta di tempo, precisione. È un po’ gracile, ma prenderlo è così difficile che quel difettuccio scompare tra mille pregi.
Ha i capelli tagliati corti, davvero corti. Sembrano quelli di Nino Benvenuti ai Giochi di Roma 1960. Stecca è nato tre anni dopo quell’Olimpiade, in California è salito anche lui sul gradino più alto.
«Dario, ho deciso come sbarcherò a Rimini».
«Icio, quando fai così mi spaventi. Come intendi presentarti a casa?»
«Come John Wayne».
«Cioè?»
«Divisa dell’Italia, cappello da cowboy e sulla spalla una sella da monta». I cavalli sono una delle sue tante passioni.
Ha già fatto razzia di magliette, le più strane fabbricate a LA le ha in valigia. Dentro ci sono anche jeans, le mascotte dei Giochi e mille altre cose ancora. Spera che all’imbarco per l’Italia non gli facciano pagare un extra per il peso.
Mentre camminiamo sulla spiaggia vedo a pochi metri dal mare una coppia che si dà da fare. La Luna è alta nel cielo e illumina il bagnasciuga. Loro ci danno dentro senza pudore.
Eppure, mi sembra…
Ma no.
E invece sì.
Lui ha proprio qualcosa di familiare. Quando li sorpassiamo non posso fare a meno di sorridere.
Icio mi guarda sorpreso.
Il tizio impegnato in una seduta all’aperto di sesso senza freni è un giornalista, uno che conosco bene. E fin qui tutto normale. Il fatto è che quel collega è lo stesso con cui ho avuto un curioso scambio di battute in mattinata.
Eravamo al centro stampa, io tornavo da un’intervista e lui arrivava al lavoro solo in quel momento. Mezzogiorno era passato da qualche minuto.
«Ciao, Dario».
«Ciao, cosa ti è successo?» 
La domanda mi era uscita spontanea.
Aveva la faccia stanca, i capelli spettinati, gli occhi lucidi con sotto due borse così grandi che avrebbe potuto metterci dentro la macchina da scrivere.
«Non ce la faccio più» mi aveva risposto con aria sconsolata.
«Racconta» avevo sussurrato con aria complice.
«Lo sai, la California costa, il viaggio ha un prezzo esorbitante, gli alberghi sono cari. Per convincere il giornale a mandarmi ho detto che a vitto e alloggio avrei provveduto io».
«E allora?»
«Allora quando sono arrivato qui ho cominciato a darmi da fare perché a provvedere fosse qualcun altro».
«E hai trovato questo incauto benefattore?»
«Certo. Una signora ancora giovane. Avrà una trentina d’anni».
«Bene, ma…»
«Lei mi ospita in una villa sul mare a Santa Monica. Dormo lì e la mattina mi fa trovare la colazione, ogni sera prepara la cena. Ma vuole fare l’amore tutte le notti».
«Non mi sembra poi un peso così grave da sopportare. Ti poteva andare peggio».
«Non ti ho ancora detto che la signora è veramente brutta. Ma io per rispettare l’accordo e non farmi cacciare di casa, ogni sera devo fare sesso. Ho problemi seri, non mi piace proprio. Ho trovato un’unica soluzione possibile. Lei ha un bar molto fornito. Quando arrivo in villa bevo, mi scolo mezza bottiglia di whisky, bourbon o qualsiasi altra cosa in grado di stordirmi. Così, quando faccio il mio dovere di macho in affitto, non so neppure dove mi trovi, figurati se posso capire se sto facendo l’amore con lei o con una diva del porno. Solo che poi la notte fatico a dormire e la mattina sono stanco morto. Che ne pensi?»
«Penso che forse sarebbe meglio se ti pagassi un albergo. Non sono io a dirtelo, ma il tuo fegato e il tuo cuore a chiedertelo in ginocchio».
Continuo la passeggiata con Maurizio.
Prima di entrare nella sala del ristorante, Icio chiede al gestore il permesso di fare qualche telefonata in Italia
«Pagherò dopo».
A uno che si presenta con l’oro olimpico al collo non si può dire di no.
Maurizio sveglia mezza Rimini. Laggiù non sono ancora le sette del mattino. Servono quindici squilli prima che Loris venga a rispondere. È il fratello e ha perso un paio di mesi fa il Mondiale professionisti a Portorico contro Victor Callejas. Sta cercando di smaltire rabbia e cattivi pensieri con lunghe dormite. È contento per l’oro, un’altra puntata nell’epopea degli Stecca è stata appena scritta.
Entriamo nel ristorante.
Mentre mangiamo, Icio tocca continuamente la medaglia.
«Meglio quella o gli assegni circolari che sono in arrivo?» gli fa Giovanni Branchini, figlio di Umberto e manager di boxe anche lui.
«I soldi mi piacciono, ma adesso questa conta più di tutto» risponde Maurizio.
Ha vinto un bel torneo, ha combattuto tutti i match ad alto livello. Ha messo via quattro rivali, tutti sconfitti con giudizio unanime: l’irlandese Sutcliffe, Zulu dello Zambia, il colombiano Pitalua e l’ostacolo più complicato. Il dominicano Pedro Nolasco.
Ho ancora negli occhi la finale contro il diciassettenne messicano Hector Lopez. Gli americani si sono entusiasmati, parole di elogio gli sono arrivate anche dal telecronista Howard Cosell, uno dei più odiati giornalisti del mondo.
«Arrogante, presuntuoso, antipatico, vanitoso, crudele, verboso, esibizionista. Sono stato chiamato in tutti questi modi. Hanno ragione, sono proprio così».
Cosell ha detto di Stecca: «He’s a very, very strong fighter». È un pugile davvero davvero forte. Poi si è sbilanciato ancora di più. «Il suo gancio sinistro mi ricorda quello di Alexis Arguello».
Boom!
Icio era proprio piaciuto a Cosell.
La Memorial Sport Arena era piena di grandi personaggi. C’era anche Muhammad Ali. E poi Tom Bradley, sindaco di Los Angeles. L’attore Jack Nicholson con quell’inquietante sorriso a mezza via tra “Shining” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo”.
Si sono tutti innamorati di Stecca.
La boxe di Icio era uno spettacolo. Portava colpi da manuale, lo faceva con incredibile ritmo, costanza, velocità. L’altro reagiva, si difendeva, tirava pugni pesanti. Una degna finale olimpica.
Questo aveva fatto Maurizio.
Questo stiamo festeggiando in un ristorante in cui non si mangia male, ma neppure benissimo. Ma a nessuno di noi importa molto.
Mi faccio una fotografia con tutte le medaglie azzurre al collo: l’oro di Icio, l’argento di Francesco Damiani e Salvatore Todisco, il bronzo di Angelo Musone e Luciano Bruno.
Mentre siamo tutti un po’ bevuti, come diciamo a Garbatella, Maurizio fa una promessa.
«Farò il bagno nudo davanti al Bagnino 28».
Si chiude con questo annuncio felliniano la notte italiana a Santa Monica.
L’Oceano non è Fontana di Trevi, Maurizio Stecca non ricorda neppure lontanamente Anita Ekberg. E, soprattutto, io non ho neppure le sopracciglia di Marcello Mastroianni.
“È l’occhio della tigre.
È il fremito del combattimento
Che cresce per la sfida con il nostro rivale
E l’ultimo sopravvissuto
insegue la sua preda nella notte”.

Così va meglio.
La voce dei Survivor mi entra nella testa, non mi abbandona, mi accompagna sul taxi lungo la strada che mi riporta in albergo.
Finalmente Los Angeles, anche se solo per una notte, sembra casa mia.
Grazie Icio.

Olimpiadi di Montreal, 29 luglio 1976.
Finale del torneo di pugilato, categoria superleggeri. Sul ring, per la medaglia d’oro, lo statunitense Ray Leonard e il cubano Andrés Aldama. Papà Rocco e i figli con gli occhi incollati al televisore, nella casa al secondo piano della palazzina in via Stadera, a Napoli, tra il mattatoio, il cimitero e il carcere di Poggioreale, non il posto più bello del mondo.
Gli Oliva vengono da Polistena, Calabria. Papà Rocco e mamma Catena, sei figli. Due maschi tirano di boxe. Mario, il primo, campione d’Italia dilettanti; il minore, Patrizio, sedici anni, promette bene. Il pugilato nel sangue, è mosso da grande fanatica ambizione. Si nutre di sogni.
Sul ring di Montreal lo statunitense Ray Leonard e il cubano Andrés Aldama. “Voglio vincere la medaglia d’oro all’Olimpiade e il titolo di campione del mondo dei superleggeri”.
Promessa e giuramento pronunciati a voce alta, mentre l’arbitro solleva il braccio di Ray Leonard.
Olimpiadi di Mosca 1980, quattro anni dopo.
La lista dei pretendenti all’oro è gonfia di boxeur titolati. In bella vista il sovietico Serik Konakbayev, l’idolo di casa, il grande favorito. Una vecchia conoscenza di Patrizio, e il piacere sincero di ritrovarlo. Si rivedono in finale.
L’italiano Patrizio Oliva conquista l’approdo all’atto conclusivo nel momento in cui, ai quarti finale, doma lo jugoslavo Ace Rusevski, medaglia di bronzo a Montreal 1976. Un feroce aggressore dalle mani pesanti, un toro. A Spalato, nel ’79, ha vinto l’oro dei Giochi del Mediterraneo, ma lo scontro previsto con l’italiano non c’è stato. Patrizio costretto a lasciare il torneo dopo aver battuto il tunisino Ibrahim Sohoui. Lesione del timpano e otturazione dell’orecchio. Lunga e complessa la ripresa, supportato da Franco Falcinelli, nuovo ct della nazionale.
Una corrida. Il toro macedone carica, Pat fa l’espada. Vince lui, a capo di una faticaccia. Il successo gli garantisce il passaggio alla semifinale; lo sbarco in finale poi conquistato di prepotenz
“A noi due Serik, abbiamo un conto in sospeso”.
Colonia 1979, campionati europei, finale della categoria superleggeri. Konakbayev è un kazako dalla tecnica sublime, un campione vero. Patrizio, venti anni, ne offusca l’arte e lo batte in maniera chiara. Il verdetto però premia l’altro. La mafia del ring ha colpito ancora.
A Mosca l’arena è tutta per l’idolo di casa, in ottomila contro Patrizio.
Il primo round lo porta a casa lui, autorevole, determinato a centrare l’abbraccio col sogno. Ma la seconda ripresa è del sovietico, come se Pat avesse smarrito all’improvviso la limpida linea tecnica esposta nel round precedente.
All’angolo, durante l’intervallo, Falcinelli lo scuote con un’espressione forte.
“Fallo per Ciro”.
Sì, per Ciro, il fratello amato che Patrizio ha perso giovanissimo, stroncato da un male imparabile.
“Fallo per Ciro”, e lui lo fa.
La terza ripresa a tutta manetta, Patrizio va contro natura, via il fioretto, tira di sciabola. Tre minuti confusi, non limpidi. Konakbayev si smarrisce sotto gli attacchi dell’italiano, l’arena diventa muta. Ma non è che i giudici si comporteranno come a Colonia?
Non succede.
L’arbitro tedesco non fa neppure in tempo a sollevare il braccio di Patrizio genuflesso in mezzo al ring, il bacio al tappeto, la dedica per Ciro. Il sorriso del campione olimpionico: il sogno è diventato realtà, impreziosito da uno zaffiro. La commissione tecnica gli attribuisce la Coppa Val Barker. Il trofeo destinato al pugile migliore dell’Olimpiade. Prima di lui, l’alto onore aveva baciato un solo italiano. Nino Benvenuti ai Giochi di Roma
“Tu mi somigli, ragazzino”, il grande ex nei panni del veggente, a distanza di anni, a margine di un torneo vinto da Patrizio.
Pat con la medaglia d’oro al collo e le lacrime di pura felicità del suo creatore. Geppino Silvestri, il maestro, guru e icona. La straripante sapienza nascosta dagli enormi occhiali scuri che sembrano fanali d’auto. Il miope che della boxe riesce a vedere tutto.
“Maestro, questo è mio fratello”, Mario Oliva presentatore del fratellino, undici anni, un cespuglio di riccioli bruni, magro come un grissino. Precoce smanioso, però. Il maestro Silvestri ne sfama l’impazienza proponendo overdosi di ginnastica. Metta su muscoli e peso.
Una palestra la Fulgor, al 419 di via Roma, nel cuore di Napoli? Una grotta, una caverna, quindici metri sotto il livello della strada. Il regno dell’umidità e di ratti ciccioni come conigli. La spelonca chiamata sala pugilistica, dove Geppino Silvestri dirige un inesauribile opificio. La fabbrica dei campioni d’Italia e d’Europa: un esercito. E Patrizio Oliva ancora bambino impegnato a costruire sogni.Peso piuma, il debutto sul ring di un cinema alla periferia di Napoli. Poi, una striscia di vittorie fino ai campionati italiani novizi. A Treviso incanta tutti, è il predestinato al titolo. “Evita le donne”, si sono raccomandati Silvestri e Steve Klaus, che l’ha preso sotto tutela. Raccomandazione ignorata la notte prima della finale. Una robina, niente di che, tra pentimenti e rimorsi. Comunque masochista, butta via il titolo italiano. Il campione è La Vite, siculo trapiantato in Liguria, che non lo vale. Resta la lezione e lui ne fa tesoro.
Patrizio Oliva campione d’Italia dilettanti dal 1976 al ’78. Novantasei incontri, 93 vittorie e 3 sconfitte. Carabiniere di leva e, al termine della ferma. il posto in banca. Come da promessa del presidente federale, l’onorevole Franco Evangelisti.
Capitano della nazionale per meriti acquisiti, ripropone nell’ambiente la figura di Nino Benvenuti quand’era dilettante. Personalità e carisma, non limitate al ring. Il comandante Oliva in virtù di una precisa valutazione “sei tu l’unica nostra speranza”, sulla strada dell’Olimpiade moscovita. Viene indicato quale capo del golpe contro Armando Poggi, l’erede di Rea alla cloche della nazionale. I ragazzi della squadra scrivono alla Federazione: vorremmo Franco Falcinelli nostro allenatore. Richiesta respinta, poi accolta.
Dublino, Irlanda, campionati europei juniores 1978. Presenti in massa i rappresentanti dei Paesi dell’Est, professionisti travestiti da dilettanti. Pessimisti dirigenti e tecnici della giovane Italia. Due le eccezioni: Patrizio Oliva e il segretario generale della Fpi Vittorio Peconi, napoletan
Il pessimismo dei dirigenti diventa manifesto alla partenza della trasferta in Irlanda. Il disco dell’inno di Mameli? Inutile portarlo, non serve, non abbiamo atleti da medaglie d’oro.
Patrizio scopre la magagna all’aeroporto di Fiumicino. Furibondo, alza la voce. “Qualcuno torni indietro, vada a prendere il disco”. Agli ordini: una volata in taxi, destinazione la casa della Federazione in viale Tiziano. Peconi, il segretario, torna a Fiumicino in tempo con il disco dell’inno d’Italia.
Un sovietico subito, come a voler dire, prenditi questo, così la smetti di pensare che sei qui per vincere. Patrizio che le suona a Bouchev è una notizia: da dieci anni un italiano non batteva un pugile russo. Messo a tacere anche il bulgaro Todorov, i polpastrelli del napoletano già sfiorano la medaglia d’oro. Ma se vuole afferrarla deve battere Kopzog, spigoloso tedesco dell’Est. Problemi? Nessuno. Vittoria netta, verdetto unanime. Patrizio Oliva campione d’Europa juniores incoronato dal famoso ungherese Lazslo Papp.
Commosso Vittorio Peconi a bordo ring. Sta sognando o che cosa? Patrizio lo riporta sulla terra.
“ll premio più bello”.
“Segretario, il disco. Faccia suonare l’inno, è un nostro diritto”.
Fratelli d’Italia, la giovane Italia s’è desta…

Strano ring a forma sbilenca. Tre le corde nel vano al pianterreno di Villa Rosa, la casa di Fernando e Rosa Benvenuti a Isola d’Istria. Il sacco imbottito di granoturco, calzini e stracci adattati a guantoni da boxe. La palestra primordiale messa su da papà Fernando, commerciante di pesce con la fissa del pugilato, a beneficio esclusivo del figlio Giovanni detto Nino, tredici anni.
Il primo incontro a cento metri da casa, al centro della piazza del paese. Il ring improvvisato allestito da Luciano Zorzenon, maestro di boxe e palombaro di professione. Organizzatore, arbitro e giudice unico del debutto di Nino, 39 chili.
Luigi Vezzoli detto il Pirola l’avversario, 43 chili. Il vincitore? Nino Benvenuti, il precoce l’autodidatta incitato dal papà nel seminterrato di Villa Rosa.
La vittoria numero uno ad annunciarne 120. L’infinita striscia scritta da dilettante, sotto la bandiera dell’Associazione Pugilistica Triestina. Una coppia di maestri di boxe ad accompagnarlo lunga la strada della gloria: Pino Culot e Paolo Buttazoni.
Allora i poppanti della boxe li chiamano novizi, e il giovanissimo Nino si prende di prepotenza il titolo nazionale. Il napoletano Vincenzo Guerra, buona tecnica e grande cuore, domato nell’incontro di finale. Saranno finalisti e avversari anche ai campionati italiani dilettanti. Benvenuti quattro volte campione, da Parma 1956 a Torino 1960, pesi welter e superwelter.
Nino immediato reuccio, una sorta di boss. Pugilistico, sia chiaro, dall’alto della personalità forte, carismatica, e dell’abbagliante capacità pugilistica. Pensa – a ragione – di essere diverso dagli altri.
“Leggo Hemingway, da lui ho imparato a dire le cose”.
Comanda e impone le sue idee, non solo sul ring, durante i ritiri della squadra azzurra, a Porto Recanati e Orvieto. Imbattuto e imbattibile.
Il posto in squadra all’Olimpiade di Melbourne 1956, categoria superwelter, gli spetterebbe di diritto. È il più bravo, ma è del ’38, troppo giovane, giudicato ancora tenero per tipacci come Laszlo Papp, il micidiale ungherese del triplete d’oro in sequenza, e Josè Torres, portoricano in gara per gli Usa, futuro campione del mondo nei professionisti.
Allenatore, selezionatore, tutto della nazionale, mister Steve Klaus, schierato a tutela di Nino, sceglie un civitavecchiese solido e temperamentale, però mai brillante, Franco Scisciani. Il rampante triestino ci resta di sasso, deluso e amareggiato.
Figlio di ungheresi ebrei, Steve Klaus ha studiato pugilato a New York, nella palestra di Louis Ingber, meglio conosciuto come Lou Stillman, direttore della Stillman’s, frequentata da oltre duecento pugili al giorno. Nessuna finestra e niente inviti a non fumare. Un luogo mitico.
Mister Steve è il grande riformatore del pugilato italiano, rivoltato come un pedalino, a partire dal ’48. Pochi mesi di lavoro sono sufficienti a quel pozzo di scienza per stupire il mondo: cinque medaglie, una d’oro, ai Giochi Olimpici di Londra.
Ventinove i combattimenti di Nino con la nazionale. Tutti vinti, meno uno. Una grande immensa bugia, quella, pronunciata in Turchia, in occasione del confronto internazionale Ankara-Roma. Una colossale ingiustizia la vittoria assegnata a Ahmed Lufti, che di riprese ne aveva perse tre su tre. La federazione italiana tenta invano di cancellare con ogni mezzo l’iniquo verdetto. Resterà quella l’unica macchia nel record di Nino dilettante.
Italia deludente ai Giochi di Melbourne 1956. Steve Klaus deve farsi da parte. Gli subentra l’allievo prediletto fedele ai suoi dettami. Il trasteverino Natalino Rea, grande competente e sottile psicologo.
Nino ormai è scatenato. Campione europeo a Praga 1957. Gli avversari messi sotto con pizzichi di supponenza, non solo dall’alto di una classe purissima e del cristallino talento. Il polacco Teodor Walasek, un tipo da duecento incontri, è costretto a pagare dazio nel match di finale. Il bis d’oro a Lucerna, nel ’59. La vittima è un polacco, Dampc.
Nino è la certezza d’Italia verso l’Olimpiade romana del ’60. La preparazione è da tortura cinese. Pesanti allenamenti intabarrato in tute imbarazzanti, deve prestare attenzione perfino all’acqua, guai bere troppo; mai un piatto di pasta, la bistecca masticata e poi sputata, solo il sangue è autorizzato a mandare giù. Deve calare di peso, quattro chili rispetto al suo abituale standard, da 71 a 67.
Rea lo vuole welter. Il cittì ritiene sia questa la categoria ideale per dare la medaglia d’oro all’Italia. Malgrado la presenza annunciata di Omrane Sadok, impressionante picchiatore tunisino, uno sterminatore da 54 kappaò in carriera. L’idolo di Habib Bourghiba, il presidente della Repubblica. Ma il motivo del trasloco di categoria è anche un altro. Nella divisione superiore di peso circola un autentico pericolo pubblico. Wilbert McClure, statunitense di Toledo, Ohio. Una sorta di Cassisus Clay minore. Studente universitario, soprannome la zanzara. Tornato a casa con la medaglia d’oro, si rimetterà a studiare. Due lauree, letteratura e filosofia.
Nino Benvenuti sul ring del Palaeur, il numero 147 sul dorso della canottiera azzurra. Capelli cortissimi, taglio da marine. Magro da far paura, tirato al massimo, puoi contargli le costole. Sembra il suo fantasma. Il match più duro deve infatti sostenerlo con la bilancia. Lo assistono la smisurata classe, il rutilante talento, la totale competenza di Rea, e il lavoro politico di Toncy Gilardi. Bancario napoletano e arbitro di riconosciute capacità a livello internazionale è in possesso delle qualità tipiche del grande tessitore. Gode del rispetto del mondo, e la cosa torna di conto a Nino.
Il debutto il primo agosto, avversario un francese, Jean Josselin, uno tosto. Nino ci giochicchia, vittoria ai punti. Avanza nel torneo senza problemi, comunque sempre poco brillante per via della dura battaglia in atto con la bilancia. Mentre lungo la sua strada esplode uno scandalo. Il tunisino Sadok pesta a mo’ di bistecca Chicman Mitzev, che ha il solo merito di finire l’incontro in piedi. Inconcepibile e inaccettabile il verdetto, il bulgaro approda ai quarti di finale.
Semaforo verde per Nino. L’avversario della semifinale è James Lloyd, inglese di Liverpool, un esagerato combattente. Parsimonioso il nostro eroe, vittoria di giustezza.
Nino sul ring per la finale che assegna il titolo.
Grace Kelly e Bing Crosby nel parterre del Palaeur. Un sovietico venticinquenne, Yuri Rodonyak, sergente dell’esercito, si propone come l’ultimo ostacolo fra la medaglia d’oro e Nino. Che non brilla per le ragioni che sappiamo. Però, il diretto sinistro c’è, come pure il gancio mancino. Tirato su consiglio di Rea, il colpo manda al tappeto il sovietico. Solo per un attimo, però. Il resto è battaglia opaca, governata a fatica dal nostro italiano dall’alto di una classe comunque superiore. Fotografico il verdetto, 4-1.
Nino Benvenuti campione olimpionico e destinatario della prestigiosa Coppa Val Barker. Il trofeo che viene attribuito al miglior pugile dell’Olimpiade, al più completo.
“Un premio che vale più di una medaglia d’oro. Io il campione dei campioni”.
Nino incoronato imperatore a Roma nell’Olimpiade del trionfo italiano, tre medaglie d’oro, sette in tutto. Un’edizione indimenticabile dei Giochi Olimpici, impreziosita e nobilitata nel pugilato dall’esibizione di colui che sarebbe diventato il più grande. Cassius Clay, oro nei mediomassimi, avrebbe preso il nome di Muhammad Ali e avrebbe conquistato il mondo.

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