Tokyo 2020. Giudici (e arbitri) sull’orlo di una crisi di nervi

Ancora una volta.
Ancora una valutazione del match in controtendenza, rispetto a quello degli altri quattro giudici.
Ancora un ufficiale di gara australiano.


Giudici (e arbitri) sull’orlo di una crisi di nervi.
Finale pesi mediomassimi, Arlen Lopez (Cuba) batte Benjamin Whitakker (Gbr) 4-1.
L’uno è Masksim Sulejamni (Aus) che ha dato il secondo round al britannico, quando a dominare era stato il cubano.
La Boxing Task Force (BTF) ha apportato due cambiamenti positivi rispetto al passato.
Cinque giudici a boro ring al posto dei tre di Rio 2016, i cartellini resi pubblici ogni singolo round anziché alla fine del match.
Non basta.
Trentasei gli arbitri e giudici selezionati dalla BTF del Comitato Olimpico Internazionale. Non tutti all’altezza.
In quarantotto match ci sono stati verdetti con quattro giudici da una parte e il quinto dall’altra. In più occasioni si sono viste differenze di sei punti nei tre round del combattimento.
Qualcuno sbaglia. E, come ho già scritto, sarebbe un bel problema se non fossero gli errori dei singoli, ma i peccati di valutazione della maggioranza a scrivere quegli imbarazzanti 4-1.
Nel campo in questione la signora Susann Köpke guida una classifica non certo gratificante. Per cinque volte si è trovata isolata e in disaccordo con il resto dei giudici. La 38enne di Rostock, addetta alle relazioni con l’estero in un’azienda della sua città, tre stelle Aiba, è ufficiale di gara dal 2010. Ed è una delle quattordici donne inserite nella lista dei 36 arbitri&giudici scelti dalla BTF per operare nell’Olimpiade giapponese.
A Tokyo 2020 lavora anche, sembra come coordinatore di arbitri e giudici, l’americano Angel Villareal funzionario tecnico ai Giochi di Rio 2016. Il CIO ha precisato che Villareal in Brasile non è stato né arbitro, né giudice. Ha aggiunto che non esiste alcuna indicazione che abbia partecipato ad azioni negative e che non è stato coinvolto in alcun illecito.
I trentasei arbitri sospesi dopo quell’Olimpiade sono ancora fermi, dopo cinque anni, a livello internazionale.
Solo da poche settimane l’Aiba ha aperto un’inchiesta sul caso affidandola al canadese Richard McLaren, il professore di diritto che è a capo della McLaren Global Sport Solutions (MGSS). L’agenzia investigativa sta indagando sulle denunce di irregolarità nel giudizio e nell’arbitraggio dell’Olimpiade 2016.
Un primo rapporto si dovrebbe avere entro la fine di questo mese.
A Tokyo i giudici si stanno esibendo in alcune inspiegabili acrobazie interpretative.
In questo settore si distinguono anche i due australiani Carl Ruhen e Masksim Sulejamni con un totale di set match in cui hanno indicato un vincitore diverso da quello degli altri quattro giudici. Fermi a tre, Simon Radoslov (Slovacchia), Abbar Bach (Marocco), Mansur Merhiddinov (Tajikistan).
Ricordo ancora una volta che la designazione della BTF ha portato in Giappone due rappresentanti de Mongolia, Argentina, Marocco, Stati Uniti, Australia, Cuba, Kazakhistan, Algeria. Oltre a ufficiali di gara dal Perù, Sri Lanka, Tajikistan, Indonesia più altri altri sedici. Nel gruppo non c’è un italiano.
Per non parlare degli arbitri. Molti di loro mi sono sembrati impacciati, inadeguati, inesperti. Hanno rischiato di far prendere un colpo in più (pericoloso) a pugili indifesi, non hanno visto un tentativo di morso, hanno richiamato per combattimento a testa bassa pugili che stavano schivando il colpo.
In totale, come facilmente prevedibile, un’Olimpiade che sotto questo aspetto ha prodotto tanti errori. La fortuna è stata che chi sbagliava era in minoranza e non ha inciso sul verdetto. Così lo scandalo è stato evitato. Per ora.

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