Il perdono libera l’anima, rimuove la paura (Mandela)

Cammino con la schiena curva, le mani affondate nelle tasche del giubbotto, un vento impetuoso tormenta Roma.
Un gruppetto di persone si agita accanto all’ingresso del cimitero acattolico, alzo la testa. Mi faccio largo tra la folla. C’è un ragazzo senza vita, spalle poggiate sulle vecchie mura, occhi sbarrati. La droga, mi dico. Lo guardo e mi chiedo quali siano state le sue ultime sensazioni.
Solo un vuoto nero. Nessun pensiero, nessuna coscienza, niente. Sono solo. Ed è tutto nero. Sto morendo, ma se qualcuno avesse il potere di svegliarmi, penserei che in fondo si è tratto solo di un breve sonno senza sogni.
Le gambe sono piegate all’indietro. Accanto a lui una siringa, un laccio emostatico, un accendino, una bustina di plastica. Il braccio sinistro è lungo il corpo, sul palmo della mano una medaglia color oro.
“Memorial Brindani 2015”.
Ha gli occhi chiusi, sembra che dorma.
Quel ragazzo tra quattro giorni avrebbe compiuto 23 anni.
Si chiamava Danilo Ferretti.
Era mio fratello.
Ed è morto.

Sono passati ventuno mesi da quella mattina.
E io sono qui, all’interno di un buco che chiamano spogliatoio.
Un bagno alla turca, una doccia scassata, una panca dove poggiare i vestiti. Un locale in rovina, in un palazzetto di provincia.
Le urla del pubblico filtrano attraverso una porta sottile. La riunione è cominciata. I primi a andare sul ring sono pischelli che sognano un futuro da campioni. Io mi batterò nell’evento principale.
Da quasi due anni sono pieno solo di rabbia.
Stanotte voglio metterlo in difficoltà, rubargli le certezze, punirlo fisicamente fino a farlo crollare giù, privo di conoscenza. In quel momento sarò io a gestire la sua vita. Solo allora, forse, ritroverò un po’ di pace.
Combatto nei pesi massimi. Ogni colpo può mandarti al tappeto. Negli ultimi quattro incontri ci sono andato tre volte. Non voglio finire come qualcuno dei vecchi che incontro nella palestra dove mi alleno. Pugili con le gambe molli, non riescono a reggere neppure il peso del tempo. A ogni colpo, sentono la scossa. Un po’ come accade a chi beve troppo. Alla fine, basta mezzo bicchiere per ubriacarsi.
Il maestro Ottavio Ballarin, lo stesso di sempre, mi fa il bendaggio. 
Avevo 12 anni quando sono entrato nella sua palestra.
A casa, ogni mattina, chiudevo a chiave la porta del bagno e salivo sulla bilancia. La lancetta si fermava a 110 chili. Troppi per un ragazzo alto 1.65. A scuola vivevo un incubo continuo.
“Suicidati, obeso di merda!”
“Sei un ritardato, grosso e culone.”
E poi c’erano le spinte, le botte, le derisioni.
Avevo pochi amici, nessuno così forte da affrontare quei bulletti. E allora mi isolavo sempre di più. Ero convinto fosse colpa mia. Mi tagliavo con la lametta.
“Vuoi solo metterti in mostra!” urlavano quelli quando, dopo ogni pestaggio, vedevano le mie braccia nude.
Non ce la facevo a chiedere aiuto.
L’idea del suicidio si stava facendo strada.
“Che campi a fa’? Che speranze hai?”
“Di morire” rispondevo con un sospiro.
Un pomeriggio mi hanno aspettato in sei fuori dalla scuola, mi hanno riempito di calci e pugni. Risate volgari, pacche sulle spalle per farsi coraggio e continuare a massacrarmi. Prima di andarsene, mi hanno pisciato addosso.
Ero pesto, triste, umiliato.
Sono tornato a casa deciso a farla finita.
“Pietro, vuoi parlare? Io sono e sarò sempre qui per te.”
Mamma è arrivata appena in tempo, mi ha salvato.
Mi ha convinto ad andare da uno psicologo, l’inizio di un lungo cammino pieno di sofferenza e difficoltà.
Ha tirato dentro anche Ottavio.
“L’impegno continuo, il rispetto delle regole, l’esercizio fisico potrebbero compiere il miracolo e tirarlo fuori dall’angoscia che lo sta distruggendo. Facciamo questo tentativo, ti prego.”
In quella palestra ho ritrovato la serenità, perso i chili di troppo, riacquistato fiducia. Col tempo sono diventato addirittura un pugile.
I bulletti hanno cominciato a girare alla larga.

Un altro match e poi toccherà a me.
Un vecchio amico sussurra qualche parola al maestro.
“Speriamo vada bene. All’inizio era un combattente di razza, lo è stato fino al quindicesimo incontro. Aveva motivazioni forti, poi si è imborghesito. Accade in ogni sport. Prendi l’ippica, un cavallo di tre anni va forte e vince, a cinque è finito”
“Ma va, Alberto! Non sapevo che anche i cavalli si imborghesissero”.
Il tempo passa, la tensione cresce.
Ricordo le attese dei primi incontri. Nessuno pensava potessi perdere. Adesso il mio amico Alberto mi paragona a un cavallo imborghesito.
Un uomo apre la porta, mi vede, sorride. È più pesante di un tempo, ha meno capelli e qualche filo bianco su una barba appena accennata. Ma quegli occhi continuano a mandare lo stesso identico segnale di sfida.
“Carlo? Che vuoi?”
“Cominciamo bene. Da quando so’ bambino me chiamano tutti Er Cionca. Adesso arrivo qui e torno alle elementari.”
“Che vuoi?”
“Gli anni passano. I miei non sono passati così male, anche se mi porto dietro la vergogna per quello che ho fatto da ragazzo. E l’incazzatura più forte è che non l’ho fatto per scelta, non sono stato capace de esse’ omo neppure in questo. Ho seguito come ‘na pecora i più forti. Ma il tempo passa e credo sia arrivato il momento de chiede scusa.”
“Che vuoi?”
“A Pietro, ma sono le uniche due parole che conosci? Mi hai sentito?”
“Sì, ho sentito. Mi avete tormentato fino a portarmi a un passo dal suicidio e adesso arrivi nel mio spogliatoio a pochi minuti da un match e chiedi scusa. Che devo fare? Ti abbraccio e diventiamo amici? Mi sa che è meglio se te ne vai, lasciami in pace.”
“Anche il peggior delinquente, se confessa con sincerità i peccati e si dice pronto a pagare per le sue colpe, va ascoltato.”
“Che vuoi?”
“So che ‘sto match pe’ te significa tanto. Volevo fatte sapè che io ci sono. Voglio solo statte vicino. Come un fantasma, e tale tornerò dopo l’incontro.”
“Ciao Carlo, quando esci chiudi la porta.”
“Ciao Pietro, pensa che il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente. Nun è mia, magari lo fosse. È di Nelson Mandela. Pensace.”
Un uomo dell’organizzazione entra nello stanzone.
“Ferretti, tra cinque minuti sul ring”.
Mi sistemo la conchiglia protettiva, i pantaloncini, la vestaglia.
Mi fermo solo un attimo, tiro su la gamba destra e sfioro con la mano la piccola medaglia color oro che porto sempre con me, nascosta in un taschino interno dei calzettoni. Guardo verso l’alto e ripeto in silenzio una promessa vecchia di quasi due anni.
Ancora qualche minuto e mi batterò contro Romeo Cenci, lo spacciatore che ha venduto l’ultima dose a Danilo.
L’attesa è finita.

Quando torno a casa è notte fonda. Paoletta mi corre incontro. Ogni volta che combatto si sente un po’ morire. È andata bene. Ho sconfitto la voglia di vendetta che mi bruciava dentro. Posso guardarmi allo specchio e magari riuscire anche a sorridere. Avrei voluto massacrarlo, umiliarlo, ucciderlo. L’avessi fatto, di certo non avrei ritrovato mio fratello. Avrei solo aggiunto il rimorso a una vita fin troppo frequentata da angosce e fantasmi.
Mi siedo sul letto.
Prima di addormentarmi, l’ultimo pensiero è per lui.
“Grazie, Cionca.”

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