Un’analisi sul disastro del pugilato maschile italiano, da sei anni mai sul podio nei tornei mondiali…

Nessun azzurro si è qualificato direttamente per l’Olimpiade.
Eppure non si riesce ad accettare la disfatta. Il ct Emanuele Renzini contribuisce a creare una realtà virtuale in cui il mondo intero congiura contro di noi con l’unico scopo di affossarci. Gli azzurri non perdono mai, sono sempre e solo battuti da una giuria incapace. È la costruzione di questo mondo dei sogni che impedisce di vedere colpe e studiare soluzioni.
Zero medaglie a Rio 2016.
Zero medaglie ai Mondiali 2015, 2017, 2019.
Dopo cento e uno anni (Anversa 1920), per la prima volta nella storia, nessun uomo qualificato in via diretta per i Giochi.
Ma quale altra disfatta aspettiamo prima di ammettere gli errori del sistema?
E invece continuiamo la caccia a giustificazioni che non esistono, la colpa è sempre di qualcun altro.
L’Italia del pugilato AOB maschile accumula risultati disastrosi e si continua a ballare sul Titanic che affonda. Ora, a meno di un recupero in extremis di Salvatore Cavallaro grazie alla classifica e alla qualificazione diretta dei due che lo precedono in Europa, l’Olimpiade dovremo vederla in televisione.
L’anno 2000 segna lo spartiacque.
Comincia lì la rivoluzione al contrario del pugilato italiano, partono da quella data le decisioni politiche che ci hanno portato a questa situazione umiliante.
Blocco del passaggio al professionismo da parte dei migliori dilettanti. Inserimento nei gruppi militari (indispensabili, per carità, per l’attività agonistica) e garanzia di stabilità economica per un gruppo ristretto di atleti. Il pugilato italiano si trasformava in quello che una volta era lo sport nei Paesi dell’Est. Nascevano i Dilettanti di Stato. Solo che non avevamo i numeri, né le capacità gestionali per sostenere un simile movimento.
La nazionale diventava una sorta di club privato. Alcuni atleti hanno portato avanti carriere dilettantistiche decennali. Ma l’età avanza e non perdona.
La chiusura del naturale serbatoio del dilettantismo che produceva campioni da far combattere nel professionismo, ha dato forza per due cicli olimpici alla squadra azzurra. Dopo il bronzo di Cammarelle ad Atene, sono arrivate le medaglie di Pechino 2008 e Londra 2012. Poi, il crollo verticale.
Fuori dal podio, dove sono salite decine di nazioni, in ogni competizione di livello mondiale.
Ripetuti cambi di gestione tecnica, ma nessun cambio per quel che riguardava la visione politica del problema. Sempre e solo una guida a dettare le direttive all’intero movimento, sempre e solo un unico pensiero. Quel pensiero che ha portato il pugilato maschile italiano alla situazione attuale.
Un disastro.
La crescita sul piano della quantità dei tecnici affiliati alla FPI non ha prodotto un innalzamento della qualità. Si sono perse lungo il cammino quelle che avrebbero dovuto essere le linee guida di questo sport: insegnamento della tecnica e della tattica di combattimento. È stata creata una moltitudine di tecnici pur non essendoci possibilità di collocamento nell’ambito dell’agonismo reale.
Le società sportive oramai si avvicinano a mille (attualmente siamo a 948), ma nella quasi totalità dei casi sono improduttive sul piano della creazione di pugili di valore.
In altre parole il dilettantismo è stato da una parte confinato in una sorta di club privato con sede nel Centro Nazionale di Santa Maria degli Angeli, dall’altra è cresciuto e si è moltiplicato senza che si siano visti risultati concreti di crescita qualitativa.
Non ha funzionato.
E negli ultimi anni non ha funzionato neppure a livello mediatico. È stata raccontata sino allo sfinimento la favola di un pugilato italiano in salute, ricco di medaglie e di trionfi. È stata usata come promozione la ripetizione sistematica di una realtà creata per essere propagandata affinché la base si convincesse che il processo di evoluzione fosse in piena crescita.
E a questo hanno contribuito i tecnici che non hanno mai riconosciuto il valore degli altri. La sconfitta non ci appartiene. Se perdiamo è sempre e soltanto per colpa di chi non vede il nostro valore.
Il 2021 è così diventato l’anno zero, in tutti i sensi, del pugilato italiano.
Il settore femminile avanza perché si muove in un contesto meno complesso, vero. Ma anche e soprattutto perché le ragazze hanno classe e determinazione, talento,  basi tecniche su cui poggiare le proprie ambizioni. In altre parole Irma Testa, Angela Carini, Giordana Sorrentino e Rebecca Nicoli sanno esprimere un pugilato che si rispecchia nella nostra tradizione.
Come insegnavano i maestri di una volta.
Parlo di Steve Klaus, Natalino Rea, Cesaretto De Santis, Pipero Panaccione, Elio Ghelfi, Ottavio Tazzi, Domenico Brillantino tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, a cui aggiungo alcuni vecchi saggi che ancora oggi si muovo in quella direzione. Lucio Zurlo, Gino Freo, Meo Gordini e altri ancora.
Come facevano gli ultimi tre tecnici che hanno portato gli azzurri sul podio: Franco Falcinelli, Patrizio Oliva e Francesco Damiani.
Sono legato al passato? Sì, perché allora tornavamo dalle Olimpiadi a mani piene e oggi neppure ci andiamo.
Qualcosa forse si sta muovendo. Ci vuole tempo e pazienza per cambiare la mentalità di chi è convinto di essere nel giusto anche se i risultati dicono il contrario.
Intanto incassiamo questa mazzata. Un ulteriore colpo alla credibilità della boxe. Ogni tanto guardo indietro, fino all’anno 2000, e mi chiedo perché per tutto questo tempo il popolo della boxe abbia accettato, in molti casi passivamente, la situazione.
I social hanno contributo a peggiorare ulteriormente il movimento, creando una realtà fittizia. Esaltando pugili di livello medio, se non basso. Trattandoli come fuoriclasse. E loro ci hanno creduto. Ci hanno creduto i maestri, i compagni di palestra, gli amici. Le urla entusiastiche sono diventate un uragano di consensi. Adesso che il vento si è calmato, i malcapitati si sono guardati attorno e si sono accorti che c’è solo il deserto.
Ogni tanto si facciano venire qualche dubbio.
È il solo modo per crescere.
Nello sport, come nella vita, si può anche perdere. Non ammetterlo ingigantisce la sconfitta, non ne attenua il dolore.

4 pensieri riguardo “Un’analisi sul disastro del pugilato maschile italiano, da sei anni mai sul podio nei tornei mondiali…

  1. I numeri parlano, le “chiacchiere” stanno a zero – Ci salviamo con la ragazze, molto brave e anche allenate bene. Per portare un pugile AOB alle olimpiadi, minimo si deve “LAVORARE” 5/7 ANNI con metodo tecnico/tattico elevato, principalmente, non trascurando la parte fisica. Solo per qualificarsi. Il pugilato è come l’atletica leggera, lo fanno tutte le nazioni del mondo. Una cosa che dico sempre nei vari corsi regionali di aspiranti tecnici, (TROPPI e poco selettivi): “per far la polenta…..ci vuole la FARINA….” è altrettanto vero che poi la devi saper “mescolare” bene.
    Che interesse ha un maestro di una ASD INVESTIRE per far crescere un pugile di livello..? quando con meno IMPEGNO bada agli AMATORI i quali pagano e non ti “rompono” le spalle a forza di far figure per migliorare la T/T.
    I MAESTRI che hai nominato, anche altri per fortuna, non allenano gli amatori, hanno una smisurata passione per scoprire, allenare e guidare un pugile. AIUTIAMO QUESTI MAESTRI E QUELLE ASD CHE “LAVORANO” PER LA QUALITA’ –

  2. Purtroppo spesso si sintetizza tutto e sembra semplice. In realtà il problema va cercato non nello staff azzurro, che per carità ha una certa importanza, ma nelle società.in un passato non tanto lontano già nelle fasi regionali si evidenziavano atleti di valore. Ai sorteggi già sapevi se un atleta poteva essere piu o meno bravo in base alla società di appartenenza,oggi è cambiato tutto. La quantità a discapito della qualità, tanta carica agonistica e poca tecnica.i Tecnici di una certa esperienza si notano ancora,i ragazzi li vedi che sono bene impostati ma spesso, specie nei giovanissimi, vengono sopraffatti dalla “rissa”. E poi ci sono altri fattori che contribuiscono alla perdita dei talenti, ovvero la sicurezza economica, un ragazzo finchè va a scuola continua ad allenarsi etc ma una volta intrapresa un’attività lavorativa diventa difficile conciliare le due cose. L’esigenze di un giovanotto o di un adulto non sono le stesse di un ragazzino. (Un mio pensiero)

    1. Dove avrei detto che il problema va cercato nello staff azzurro e non nelle società? Fermo restando che a mio parere i tecnici della nazionale maschile hanno notevoli responsabilità, mi sembrava di avere sottolineato le carenze delle società e dei maestri in generale, di avere criticato la voglia di quantità e non di qualità. Quindi, mi riesce difficile cogliere il senso del commento. Sinceramente, non avrei scritto questa risposta se non avessi letto le prime otto parole.

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