Damiani, il racconto di una notte di maggio. Il mondiale in tasca (video)

Se la vittoria non è tutto, perché
tengono il conteggio dei punti?
(Vince Lombardi)

Milano, 3 maggio 1989

Il giorno sta per arrivare.
Un mondiale dei massimi è al primo posto dei pensieri, ma questo omone di oltre 190 centimetri e più di cento chili non si nasconde in una campana di vetro.
Il rivale per il titolo WBO sarà Johnny Du Plooy, un sudafricano. Viene da un Paese in cui l’apartheid, la discriminazione tra bianchi e neri, è ancora viva.
«Ed è una crudeltà non degna degli anni in cui viviamo. Siamo nel 2000 e siamo costretti a sopportare il razzismo».
Francesco arriva al match per la cintura dopo avere sconfitto Tyrell Biggs e Manfred Jassman.
«Un ragazzo mi ha scritto da Giacarta: Mi hai fatto felice! La distanza da cui arrivavano quelle poche parole le ha rese più importanti di tante altre».
Prima di lui un solo italiano ha vinto il mondiale dei massimi, questo renderebbe un suo successo davvero speciale.
«Sono il terzo che si batte per la corona. Forse questo titolo non è importante come quello vinto da Carnera o come quello perso da Lorenzo Zanon contro Larry Holmes. Ma sono contento di disputarlo. Voglio entrare nella storia della boxe italiana e la WBO può darmi questa occasione».
Il match si farà a Siracusa, in Sicilia, terra che Damiani ama.
«Dell’isola ho un breve, ma splendido ricordo. Una battuta di caccia a Scoglitti, vicino Ragusa. Gli amici, l’aria fresca, il vento sulla faccia».
La boxe è passione, anche se non ama tutto del suo mestiere.
«La cosa che più mi dà noia è il dovere fare ogni giorno le stesse cose. Sveglia all’alba, allenamento, riposo, pranzo, allenamento, passeggiata, cena, televisione, riposo. Sempre così. È per questo che subito dopo un match mi sembra di impazzire di felicità per il solo fatto di non essere legato a orari, alla sveglia che suona, alle diete da rispettare…».
Gli dico che Du Plooy, come quasi tutti i pugili prima di un mondiale, si sente sicuro della sua vittoria.
Sorride.
«E cosa altro avrebbe dovuto dire. Io ho la stessa determinazione che avevo prima di Biggs, la stessa voglia di arrivare a qualcosa di concreto. Tyson non sarà più solo sabato notte. Anche quello della WBO è un titolo mondiale. Sarà l’incontro più difficile della mia vita».
Si è concesso una piccola civetteria.
Salirà sul ring con un accappatoio tutto nero, cucito dalla moglie del maestro Ghelfi. Userà scarpe bianche con ricami in oro.
«È ora che cominci a prepararmi alle stravaganze americane…».

Siracusa, 4 maggio 1989

La conferenza stampa scivola via tranquilla.
Fuori il sole picchia forte, ma all’interno di Palazzo Vermexio non fa caldo. Johnny Du Plooy poggia le braccia sul tavolo piazzato sopra il palco, si strofina la maglietta rossa e chiede conforto a papà Corneis. Il sudafricano è entrato in palestra a undici anni, altri in famiglia ci avevano già provato. Il padre, uno zio, il fratello. La tradizione continua.
Francesco Damiani ha la faccia di chi non vede l’ora che tutto finisca in fretta. Umberto Branchini dice che ci sono due milioni di dollari per il vincitore, se accetterà di affrontare George Foreman.
«Meglio due contro di lui che quattro per battermi con Tyson. Con Foreman avrei più possibilità di vincere».
Ci pensa su un attimo, poi aggiunge.
«Voglio essere onesto: non puoi sentirti campione del mondo dei massimi se non hai incontrato Iron Mike. Ha tre delle quatto cinture in circolazione, magari vuole anche questa. Beh, allora provi a prenderla. Se vinco, sono pronto ad affrontarlo».
Du Plooy ha la fama di sciupafemmine. Ama le macchine veloci, corre i rally, ha un autosalone. E allora qualcuno mette in giro la voce che il giovanotto faccia mattina giocando a biliardo, che rientri a notte fonda in albergo in compagnia di una donna ogni volta diversa.
Indago e scopro che a biliardo gioca con il padre al massimo fino alle 22:30. In quanto alle donne, si tratta di una sola. Sempre la stessa. Mary, la moglie. E non rientrano certo all’alba…
Si spengono le luci delle televisioni, tacciono i microfoni e i giornalisti smettono di fare domande. Umberto Branchini si lascia andare a quella che potrebbe sembrare una confessione.
«Da qualche tempo Tyson vuole solo avversari facili. La scelta di Williams o Ribalta lo testimonia. Non gli corro dietro, ma mi sembra che a questo punto siamo più vicini di quanto non lo fossimo un anno fa».
Per una volta non sono d’accordo con il Cardinale.
A me sembra che Tyson non arriverà mai.


Siracusa, 5 maggio 1989

In Italia c’era la dittatura fascista, il campione del mondo dei massimi era un solo pugile, le categorie di peso si fermavano a otto. E Primo Carnera era l’uomo copertina, i gerarchi volevano che diventasse l’immagine forte e vincente del partito. Era il re della categoria più prestigiosa.
Sono passati cinquantacinque anni dal giorno in cui il friulano ha perso il titolo contro Max Baer. Oggi viviamo in democrazia, nel pugilato ci sono diciassette categorie di peso e ognuna ha quattro titolari.
Damiani non corre il rischio di diventare il simbolo di alcun partito, anche se stasera dovesse diventare campione per la WBO.
La vigilia di Francesco è stata confortata dagli affetti familiari. Claudia, la compagna, non l’hai mai abbandonato. Così hanno fatto i due amici più cari: Valerio Paesanti detto Iaber, e Oliviero Piani detto Oliver. Perché, si sa, la Romagna è terra di soprannomi.
«Mi piace avere accanto quelle persone che non mi fanno domande inutili, con loro a volte non serve neppure parlare. Conosco Iaber da quattro anni, vado a caccia da lui a Gorino. A dirla tutta, Iaber prende più facilmente le anatre finte che servono da richiamo, piuttosto che gli uccelli veri. Con Oliver siamo amici da quindici anni. L’ho conosciuto che era grande e grosso al punto da non entrare nel go-kart che si era comprato. E adesso non è che sia cambiato molto…».
C’è anche Maurizio Stecca a tenergli testa in interminabili partite a carte. Gioca, Francesco, ma non è sereno come l’ho visto in altre occasioni. Mi accorgo di una forte tensione, la stessa che ho avvertito prima della finale olimpica di Los Angeles contro Tyrell Biggs.
Tocco ferro e vado oltre.
I bookmaker di Las Vegas lo danno netto favorito. Per vincere un dollaro puntando su di lui, ne devi scommettere dodici.
Du Plooy ha messo Bey ko alla nona, Tillis alla decima, Broad alla quarta, Weaver alla seconda e Pritchard alla decima.
Il pugno pesante ce l’ha, e questo non va bene.


Siracusa, 6 maggio 1989

Il gancio sinistro è appena partito quando Elio Ghelfi all’angolo del romagnolo si gira verso Umberto Branchini e comincia a urlare con le lacrime agli occhi.
«È FATTA! È FATTA!».
Du Plooy crolla al tappeto, si porta le mani sul viso, rotola lentamente verso l’angolo. Poi resta immobile.
Francesco Damiani da Bagnacavallo è appena diventato il campione del mondo dei pesi massimi per la WBO.
Il picchiatore che viene da lontano se ne torna a casa sconfitto in modo crudele.
E dire che le prime due riprese mi avevano preoccupato.
Du Plooy, assai mobile negli spostamenti, dimostra non solo di avere potenza, ma anche notevole velocità di esecuzione. Avanza a piccoli passi e poi, rapido e improvviso, piazza il destro.
Ne tira uno in apertura, una gran botta, che si schianta sulla faccia di Damiani. Urla in platea, nessuna reazione dall’angolo dell’italiano. Tutto previsto. A Damiani serve tempo per trovare il ritmo giusto. Una volta che riesce a ingranare è in grado di creare problemi a qualsiasi peso massimo del mondo.
Ghelfi e Branchini si scambiano qualche parola alla fine del secondo round. Decidono di cambiare tattica, sono convinti sia giunto il momento di creare spazio per il gancio sinistro tenuto fino a questo momento nascosto.
Il romagnolo avanza lentamente verso il centro del ring, studia, valuta, respira, prende le misure.
Poi, scatena l’inferno.
Pa-Pam!
Due ganci sinistri, forti, veloci, potenti.
Du Plooy va giù con le gambe molli, non ha più un minimo di forza per opporre resistenza. È finita.
Il successo dell’italiano è netto, esaltante nella dinamica con cui è stato realizzato. L’avversario ha un buon curriculum, niente di magico per carità, ma sicuramente valido. Francesco vale tutti gli avversari affrontati e battuti da Tyson. Certo, fino a quando il re delle altre tre sigle sarà Iron Mike, sarà difficile gridare al mondo «Sono il campione!». Ma da questo momento il valore di Damiani è salito di livello.
Non devo certo arrossire se scrivo: è l’erede di Carnera.
Ora Francesco andrà in vacanza con la compagna.
Claudia soffre per tutto il match. Dita incrociate dall’inizio alla fine, salta sul ring ad abbracciare il suo uomo pochi secondo dopo la conclusione. Non l’ha mai fatto nelle precedenti ventidue vittorie.
Esultano le prime file di ring. Lì ci sono amici e parenti. Li guidano Maurizio Stecca e la moglie Roberta. Un urlo liberatorio scandisce il tempo del trionfo. La tensione accumulata in una vigilia che sembrava infinita ora appartiene ai ricordi.
Francesco Damiani è campione del mondo.
Lo ripeto perché non è un sogno, ma una splendida realtà.

Siracusa, 8 maggio 1989

Francesco si sente in imbarazzo. Allarga la bocca in un grande sorriso, spalanca gli occhi. Essere paragonato al mito gli fa piacere, per carità. Ma lo spaventa, lo sorprende. Primo Carnera per l’Italia è stato più che un pugile. È stato un simbolo. E Damiani lo sa, lui non apparterrà mai alla categoria degli eroi. Altri tempi, altro contesto, altro pugilato. Ma se devo parlare solo di pugni e titoli, il parallelo regge. Eccome, se regge.
«Abbiamo vissuto le nostre storie in epoche diverse. Io non sarò mai un mito. Vorrei entrare nel cuore della gente, mi piacerebbe conquistare tutti come ho già conquistato i bambini. Loro mi hanno sempre dimostrato un grande affetto. Tra vent’anni spero che qualcuno parli ancora di Damiani come oggi si parla di Carnera o di Erminio Spalla o degli altri campioni del passato».
Mettiamo un attimo da parte l’orgoglio che ci hanno regalato i giganti italiani di ieri, torniamo al presente. Parliamo di Mike Tyson.
«Credo di avergli rubato una fettina di mondo. Se vuole prendersela, io sono pronto. Quello che ho appena vinto è un titolo gustoso, ma anche sofferto. Per una volta ho boxato contro uno più veloce di me. L’ho punito con il mio miglior colpo da dilettante, il gancio sinistro. Quando è arrivato a segno ho sentito la sua mascella sulle nocche della mano. In quel momento ho capito che era fatta».
I guantoni del trionfo li prende Claudia.
«Glieli dovevo, senza di lei non sarei qui. Subito dopo l’Olimpiade di Los Angeles ho firmato il contratto con Umberto Branchini. Ho intascato 50 milioni e mi sono preparato alla nuova avventura. La mattina in cui sarei dovuto andare alle visite mediche, ho capito che questo sport non faceva per me. Meglio riportare i soldi a Branchini e chiuderla lì. È stata Claudia a convincermi che valeva la pena di provare. Senza la sua spinta mi sarei ritirato. E adesso è lei che vorrebbe che smettessi. Dice che soffre troppo».
Johnny Du Plooy ascolta in silenzio. È a due passi da noi, la moglie Mary lo accarezza e lo guarda con amore. Non basta a cancellare la grande delusione.
«Ho preso il colpo più forte della mia carriera. Damiani può affrontare Tyson, andare sino in fondo e avere anche una piccola possibilità di vittoria».
Adesso sì, il sipario può calare su questo mondiale in terra di Sicilia.

(da Eravamo l’America di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 270 pagine, 15 euro)

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