Fernando Atzori, ricordo di un campione. Il mancato rispetto dei media


La storia di Fernando Atzori comincia ad Ales, la cittadina in provincia di Oristano dove è nato Antonio Gramsci: politico, filosofo, politologo, giornalista, linguista e critico letterario. Uno dei fondatori del Partito Comunista d’Italia.
Fare sport ad Ales era praticamente impossibile.
Il racconto che Ugo Zatterin ne fa in un popolare documentario per la RAI, ha il ritmo del reportage. Interviste, dati, testimonianze. Ma a guardarlo oggi, quasi sessant’anni dopo, quel filmato è avvolto da un’aria romantica, le poche parole dette dagli intervistati raccontano più di tanti discorsi.
Al tempo, lo sport ad Ales si faceva in un bar chiamato Bar Sport e non prevedeva né maratone, né match di pugilato, né partite di calcio. Era solo una lunga sequenza di parole che raccontavano gesti atletici. Parole tra uomini.
A rendere lo sport una pratica attiva ci aveva provato qualche anno prima don Antonio Fanni, il parroco, quello che aveva la canonica proprio in piazza della Cattedrale. Aveva messo su la società US Victoria. Ginnastica, qualche partitella di calcio, passeggiate, gite. Movimento, insomma. Poi i soldi erano finiti e lo sport era stato lasciato senza neppure una parola di rimpianto.

L’avvocato Arturo Coviddu, da grande appassionato, aveva tentato di dare una scossa. Prima presidente della locale squadra di calcio, che giocava con buoni risultati in prima divisione, poi della Polisportiva. A mancare non era l’entusiasmo, il grande assente era il denaro, erano i finanziatori.
Fernando si allenava in una piccola stanzetta che a stento riusciva a ospitare un ring, probabilmente non regolamentare, e un sacco. L’amico Vincenzo Abis faceva da allenatore e compagno nella preparazione.

I bambini di Ales giocavano con una palla di carta, quando andava bene si sporcavano alla grande rincorrendo una palletta di gomma sul campo fangoso dell’ex stadio comunale, ridotto a un pantano.
Per inseguire il sogno, c’era bisogno di una scossa.

A sedici anni, Fernando Atzori andava a Firenze. Nell’Accademia Pugilistica Fiorentina, sotto la guida del maestro Dino Ciappi, trovava il posto giusto per crescere.
Due volte campione del mondo militare, vincitore dei Giochi del Mediterraneo.
Poi Nataliano Rea, commissario tecnico della nazionale italiana, lo chiamava in azzurro per l’Olimpiade di Tokyo 1964.


Un’edizione dei Giochi davvero particolare, nata nel ricordo di una tragedia.
Enola Gay Tibet era la mamma di un ufficiale dell’aeronautica militare statunitense. Il suo nome era entrato nella storia alle 8:15 del 6 agosto 1945. E l’aveva cambiata per sempre. Era il nome del bombardiere B-29 che, pilotato dal figlio della signora, aveva sganciato Little Boy, bambino piccolo. Strana scelta per indicare la più agghiacciante arma di distruzione di massa mai usata.
Pochi secondi dopo, l’atomica uccideva settantamila persone. Preciso nella sua tragicità l’annuncio di Radio Tokyo.
“L’impatto della bomba è stato così straordinario che praticamente tutti gli esseri viventi, umani e animali, sono stati letteralmente bruciati a morte dal tremendo calore e dalla pressione scatenati dall’esplosione”.
Il 90% degli edifici veniva raso al suolo, cinquantuno templi ridotti in macerie, ucciso per avvelenamento da radiazioni il 20% dei sopravvissuti.
La prima bomba atomica della storia provocava duecentomila morti.
Hiroshima era devastata.
Un’ora e mezzo dopo, un’altra mamma rinnovava l’antica magia della vita. Accadeva a Miyoshi, sessanta chilometri a nordest della tragedia. Lei era una casalinga, suo marito Atshuhiro Sakai aveva 44 anni e lavorava come produttore televisivo.
Il nuovo arrivato era un bel bambino. Lo chiamavano Yoshinori.


Il 10 ottobre 1964 Yoshinori Sakai entrava correndo nello Stadio Nazionale. Era l’ultimo tedoforo della prima Olimpiade asiatica. Lungo il percorso era stato accompagnato da una folla enorme. Vecchi e bambini, volti giovani, rughe che raccontavano le sofferenze della vita, lacrime di gioia che soffocavano l’angoscia dei ricordi.
L’imperatore Hirohito dichiarava ufficialmente aperti i Giochi, subito dopo Yoshikori si presentava davanti a settantacinquemila spettatori felici e sorridenti. Sempre di corsa, percorreva una scalinata che sembrava infinita e accendeva il braciere. Diecimila tamburi cominciavano a rullare, altrettanti palloncini colorati venivano lanciati nell’aria e cinque jet si producevano in acrobazie nel cielo per disegnare con le loro scie di fumo i cerchi olimpici. Nell’intero stadio si diffondeva l’odore del crisantemo, il fiore nazionale del Giappone.
Il ginnasta Takashi Ono leggeva il giuramento.
I Giochi della XVIII Olimpiade potevano iniziare.


Nel pugilato l’Italia schierava una squadra davvero forte.
Fernando Atzori, mosca.
Franco Zurlo, gallo.
Giovanni Girgenti, piuma.
Bruno Arcari, leggeri.
Ermanno Fasoli, superleggeri.
Franco Bertini, welter.
Marino Bruschini, medi jr.
Franco Valle, medi.
Cosimo Pinto, mediomassimi.
Bepi Ros, massimi.
Arcari era fermato al debutto da una ferita. Bertini, Valle e Ros vincevano il bronzo.
Due le medaglie d’oro, una era di Pinto.
E pensare che in Giappone non avrebbe dovuto neppure esserci. Il titolare era Giulio Saraudi.


Rea era uno che non rispettava chi non osservava le regole. Un giorno, durante il ritiro alla SMEF di Orvieto, un capitano dell’esercito lo aveva avvicinato con aria misteriosa.
Signor Rea, ma lei permette ai suoi pugili di fumare durante il ritiro?
Ma che dice, è assolutamente vietato.
Bene, allora dovrebbe controllare i ragazzi. Ne ho visto uno che stava fumando, giusto poco fa.
Mi dica chi è?
Quello lì signore, quello grosso.
Giulio Saraudi, mediomassimo di grandi speranze, era stato messo fuori squadra. Per farlo, Rea era stato costretto a una vera e propria battaglia con la Commissione Tecnica che, con votazione a stretta maggioranza, alla fine aveva assecondato la decisione di Natalino.
Signor Rea, è proprio sicuro di questa scelta? Saraudi è uno dei migliori elementi della squadra.
Saraudi era il capitano di questa nazionale. Avrebbe dovuto dare il buon esempio. Questa per me è la sua colpa più grande.
Signor Rea, chi porterà al suo posto?
Cosimo Pinto, è una garanzia.
È certo di fare bene?
Ne sono certo.
Pinto in Giappone aveva vinto l’oro al termine di una finale tiratissima (3-2) contro il russo Aleksej Kiseljev.
Natalino Rea aveva avuto ragione, ancora una volta.


L’altro oro era stato di di Atzori, l’unico sardo ad essere mai salito sul gradino più alto del podio olimpico in una prova individuale.
Superava ai punti con verdetto unanime (5-0) l’egiziano Mahumoud Marsal, l’australiano Darryl Norwood e l’irlandese John Mapperty.
Nei quarti di finale salivano sul ring Stanislav Sorokin e Choh Dong-Kih. Il sudcoreano veniva squalificato, dopo 1:06 del primo round, perché boxava con la testa bassa e la usava per colpire l’avversario. Ma Choh Dong-Kih si rifiutava di abbandonare il quadrato. Si sedeva al centro del ring e per cinquantuno minuti non si muoveva da lì. Alla fine era convinto ad accettare il verdetto. Il sovietico però non poteva affrontare la semifinale. Una delle tante testate del sudcoreano gli aveva spaccato l’arcata sopracciliare. Era costretto a dare forfait. Il polacco Artur Olech approdava in finale senza doversi impegnare nella sfida.
Non era così facile per Atzori, anzi.


In semifinale affrontava lo statunitense Bob Carmody. Match duro, difficile, scorbutico. Alla fine l’azzurro se lo aggiudicava (4-1). Crudele il destino dello statunitense che il 27 ottobre del 1967 veniva ucciso in battaglia durante la guerra del Vietnam. Aveva solo 29 anni
Atzori, con un occhio nero rimediato nel match precedente, affrontava la finale. Un match combattuto, sostanzialmente equilibrato, ma meritatamente vinto dal sardo che superava (4-1) Olech, militare nella polizia polacca, che conquisterà una medaglia d’argento anche a Citta del Messico 1968. Il numero 132 che portava sulla maglietta quella sera, diventava il simbolo del successo per il mosca sardo. Lo avrebbe conservato come prezioso ricordo.


Piccolo di statura, non arrivava a 1.60, capigliatura folta e scura, Atzori era un combattente pieno di coraggio, determinazione e tecnica. Non l’aveva fermato neppure un infortunio mentre faceva il falegname. Una distrazione gli era costata l’amputazione di un dito della mano.
È stato uno dei migliori pesi mosca che l’Italia abbia avuto nella sua storia. Un pugile che appartiene con pieno merito alla tradizione dei grandi combattenti sardi.

Il passaggio al professionismo era automatico.
Entrava nel gruppo di Adriano Sconcerti. E anche qui si faceva valere.
Saltava il titolo italiano, lo avrebbe vinto facilmente, e puntava all’europeo che vinceva il 25 gennaio del 1967 allo stadio Villeurban di Lione, battendo ai punti in 15 riprese Reneé Libeer. Complessivamente restava in carica per cinque anni. Per due volte provava una semifinale mondiale, non ce la faceva.
Il 7 febbraio del 1975 disputava l’ultimo match. Chiudeva con un record di 44-6-2, 13 successi prima del limite.


Se ne è andato per sempre lunedì 9 novembre 2020.
Piastrellista al suo arrivo a Firenze, poi impiegato della SIP, la società italiana per il servizio telefonico. Era un uomo molto legato alla famiglia.
Se ne è andato via dopo una lunghissima malattia contro cui è stato estremamente difficile combattere. Una lotta impari che lo ha allontanato da questo mondo.
Lascia la moglie Maria Salis, sarda anche lei, di Carbonia. E due figlie.


Il piccolo grande guerriero di Ales, che Firenze ha adottato con grande amore, il giorno della sua morte avrebbe meritato un omaggio migliore da parte dei media. Ma sembra che le imprese del passato diano fastidio, il ricordo di quei protagonisti è visto come una debolezza che nasce dalla nostalgia.
Leggo grandi articoli su vicende che non hanno spessore, nè la forza dirompente di una vera storia. I giornali, soprattutto quelli sportivi, seguono sempre più il sentiero tracciato dai social. Molto spesso si scrive per sentito dire. Stavolta è bastata una nota di agenzia per leggere lo stesso articolo sulla quasi totalità della stampa italiana. Fernando Atzori meritava un ricordo degno delle sue conquiste. Ma è così che va la vita. Neppure l’affetto che segue la morte è uguale per tutti.

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