Nino: Mi hai fatto sentire sconfitto, come nessun altro è riuscito a fare

Era il 7 novembre del 1970.
Una sabato triste, cinquant’anni fa.
Un indio venuto dal nulla era venuto a rubarci un sentimento che neppure conosceva. Alto, magro, braccia lunghe e muscoli tirati, piazzava due ganci, poi allungava il sinistro per prendere la mira e tirava giù la mannaia. Il destro che chiudeva il conto era terribile. Carlos Monzon non sentiva il bisogno di vedere gli effetti provocati da quel colpo. Gli sembrava una cosa inutile. Sapeva già che la storia finiva lì. Nino era ko. Il suo giustiziere non si fermava neppure a guardare. Scagliato il destro, si girava e andavava via. Il lavoro era finito.
Piangeva la gente a bordo ring, piangevano gli innamorati di Benvenuti lassù nel terzo anello del Palazzo dello Sport. C’era un affetto sconfinato nei confronti di Nino. Quell’indio l’aveva appena rubato.

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Nino Benvenuti, che ricordi hai della violenza di Carlos Monzon?
“Saliva sul ring per prendere a pugni la vita, che con lui non era stata certo generosa. Credo che la sua brutalità fosse alimentata soprattutto da quella rabbia che, incamerata da bambino, non lo aveva mai abbandonato”.
Era spietato anche in allenamento?
“Anche in allenamento poteva farti molto male senza rendersene conto. Non dosava la sua forza che sfociava in una violenza incontrollata”.
È vero che qualche tempo fa hai ricevuto una visita inaspettata?
“Mi onorò e mi commosse la visita di Julieta, la nipote, che due anni fa volò a Roma dall’Argentina per conoscermi. Fu un incontro toccante. Mi raccontò che il nonno parlava spesso di me, con rispetto e grande considerazione”.
Un pugile in ascesa, affamato come solo chi ha sofferto per una vita intera può esserlo. Forte nel fisico, nei pugni, nella testa. Senza paura di niente e di nessuno. Era un professionista della violenza?
“Da quel rancore scaturiva un carattere del tutto incontrollato”.
Che definizione daresti di lui come pugile?
“Come Cassius Clay è stato il più grande, l’insuperabile, in assoluto, così Carlitos è stato il più forte. Era uno con cui non avevi speranza. Con lui ho perso, sì, ma oserei dire con onore. Era un campione imbattibile”.
Sei andato a trovarlo anche quando era in carcere, dopo la condanna per l’omicidio della moglie. Cosa vi siete detti?
“Ricordo che quando lo andai a trovare in carcere, dopo la tragedia che distrusse la sua vita, oltre ovviamente a quella della vittima e della sua famiglia, gli chiesi: Ma che hai combinato? Lui, che sembrava ignorare quanto successo, mi rispose scuotendo le spalle: Non lo so”.
C’è qualcosa che, se fosse possibile, ti piacerebbe dirgli?
“Ciao Carlitos, chissà dove sarai ora. Sei stato quello che mi ha fatto sentire sconfitto, come nessun altro è riuscito a fare”.

(grazie ad Anita Madaluni, che ha reso possibile questa intervista)

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