Mazzinghi e il barbone, lacrime a Milano. Ecco chi era Sandro…

 

Il 3 febbraio del 1967 Sandro Mazzinghi batte per kot 10 Jean Baptiste Rolland nell’europeo dei superwelter. Giorni prima, alla stazione di Milano, aveva fatto un incontro che non avrebbe mai dimenticato. Questo era Sandro Mazzinghi…

 

Uomini senza anima guardano di sfuggita un mucchio di panni sporchi ammassati sotto la pensilina, appena fuori la Stazione.
Guardano e sotto quei panni sporchi non vedono, non vogliono vedere, un corpo dolorante, un uomo sofferente con il viso nascosto da una lunga e incolta barba bianca.
Quell’uomo si scuote da un antico torpore e riprende lentamente un timido contatto con la vita.
La folla continua a passargli accanto veloce. Lo ignora, è un fantasma che fa paura.  È diventato invisibile. Lo evitano, gli girano attorno. Hanno tutti una grande fretta di scappare via. Lanciano uno sguardo veloce e continuano a camminare, non vogliono lasciarsi coinvolgere in qualcosa che potrebbe rovinare le loro giornate serene.
È piovuto per qualche giorno su Milano, ora finalmente il tempo è tornato sereno. La stazione ferroviaria è in piena attività, i treni scaricano passeggeri a ritmo forsennato. La città si prepara a un’altra calda estate.

Quell’uomo seduto sotto la pensilina è un barbone. Schiena sulla parete e gambe distese. Se ne sta lì ogni sera. Indossa sempre gli stessi vestiti. Un vecchio impermeabile, un tempo bianco, che non riesce a risparmiargli il freddo nelle notti di inverno e lo fa sudare nelle bollenti sere d’estate. Un maglione sdrucito e un paio di pantaloni di qualche taglia più grande di quanto sarebbe necessario.
Come per magia lo spazio attorno a lui si allarga, da qualche parte sotto quella pensilina sbuca un altro giovane. Gli va incontro a piccoli passi, lo raggiunge, lo saluta con affetto.
È vestito elegantemente, indossa una giacca blu e ha la cravatta che richiama quel colore. Ha un portamento sicuro e un fisico atletico. Capelli corti, biondi, ricci. Si chiama Alessandro Mazzinghi e fa il pugile, per vivere dà e prende cazzotti. È un mestiere che ha imparato così bene da essere diventato un campione. Ma è anche un uomo sensibile. E non solo perché è l’unico ad accorgersi di quella inquietante presenza che si muove tra altre ombre senza che nessuno lo veda.
La storia di Sandro e del barbone ha radici nel recente passato.
Si sono incontrati per la prima volta nel febbraio del ’67. Il campione era in città per difendere l’Europeo dei supewelter contro Jean-Baptiste Rolland.

A Mazzinghi è sempre piaciuto passeggiare nelle stazioni, dice che lì si incontra l’umanità intera. Si muoveva con lentezza anche quella volta e quando il barbone gli si era avvicinato lui non si era voltato come avevano fatto tutti gli altri. Gli era andato incontro, gli aveva stretto la mano, offerto una bistecca e pagato anche un bicchiere di vino. Aveva ascoltato la sua storia, una gioventù piena di sogni e di qualche incontro sui ring di periferia, una maturità segnata da un matrimonio fallito e dal lento declino.
Si erano salutati con una stretta di mano e la promessa di rivedersi a match concluso.
Era andata bene. Mazzinghi si era presentato all’appuntamento. Assieme a un fiasco di rosso, aveva il giornale che raccontava l’impresa contro il francese.
«Come ti chiami?»
«Non ho più un nome».
«Come posso chiamarti?»
«Sandro, come te».
Si era girato ed era tornato a sedere sotto la pensilina, assieme a quel popolo di invisibili che costituisce una presenza fissa in ogni stazione del mondo.

Il match era andato bene, come era andato bene sette mesi dopo quando il toscano era tornato per la sfida contro Wally Swift.
E adesso che è passato più di un anno, si può dire che siano diventati quasi amici. Si salutano, scambiano poche parole d’affetto.
Quell’uomo è intelligente e educato. Il pugile soffre nel vederlo buttare via così la sua vita.
«Ehi campione, perché ti fermi sempre a parlare con me?»
«Mi stai simpatico. E poi mi porti anche fortuna».
«È dura la boxe oggi? Quando salivo sul ring mi sentivo un re, ora ho con me solo qualche ricordo».
«È dura quasi quanto la tua vita. Ma perché non vuoi dirmi il tuo nome?»
«È qualcosa che appartiene al passato. Non mi va. Continua a chiamarmi Sandro, come te. Mi fa felice».
Sandro segue le imprese del Ciclone di Pontedera affidandosi alla gentilezza degli altri. Chiede a chiunque abbia la fortuna di possedere una radiolina a transistor di raccontargli i combattimenti dell’amico famoso. Qualcuno sbuffa, qualche altro lo manda a quel paese. Ma alla fine trova sempre uno che accetta di dividere con lui la radiocronaca del match.
Ogni volta che il toscano sale sul ring, Sandro piange. Gli cadono giù lacrimoni, proprio come accade ai bambini quando vogliono un regalo che sembra valga più della loro stessa vita.

Mazzinghi è di nuovo a Milano per uno dei match più importanti della carriera. Prima di andare in albergo è venuto nella stazione centrale a salutare l’amico.
Lui e Sandro hanno ancora qualcosa da dirsi.
«Campione, che piacere rivederti!»
«Come stai?»
«Bene, bene. Non devi preoccuparti per me».
«Hai bisogno di qualcosa?»
«Stai tranquillo, non mi serve niente».
«E allora io vado, ma prima voglio farti una promessa».
«Dimmi, sono curioso».
«Sandro, sto inseguendo un sogno. Voglio tornare campione del mondo. Se ci riuscirò, io e te festeggeremo assieme. Ti comprerò un paio di guantini d’oro e te li porterò qui, dopo il match».
«L’importante è che tu vinca. Sei forte, fallo anche per me. È la cosa più bella che potrebbe accadermi da quando non ho più né una casa, né una famiglia. Ti aspetto, non dimenticare di passare a salutarmi prima di partire».
«Ci sarò. E ti darò il mio regalo, perché io questo match lo vinco».
Un saluto, una pacca affettuosa sulla spalla, un sorriso e sono di nuovo lontani. La gente continua a camminare veloce, indaffarata, Sandro torna a essere un fantasma che nessuno vuole vedere.
Mazzinghi mantiene la promessa, il 26 maggio del 1968 batte, allo stadio San Siro di Milano, Ki-Soo Kim e torna re del mondo.
È tempo di brindare.
Il campione decide di fare festa con il suo amico speciale. Non riesce ad andare da lui la notte del match, ma la mattina dopo è in gioielleria. Compra un paio di guantini d’oro e corre verso la stazione ferroviaria.
È contento, ha già negli occhi quella che pensa sarà l’immagine di gioia dell’altro Sandro. Non per il regalo, ma per la felicità di dividere il successo con l’amico.

Sandro non è al solito posto.
Il campione lo cerca sotto la pensilina appena fuori la stazione, accanto ai binari, nel vecchio bar. Non lo trova. Si agita, corre da una parte all’altra. Chiede in giro se qualcuno l’abbia visto, ne fa una descrizione sommaria, ricorda a tutti quello sguardo pallido, la barba bianca, l’odore del vino. Finalmente trova una risposta.
«Stai cercando Giuanin?» gli chiede un barbone che indossa un vecchio giubbotto e attorno al collo ha una sciarpa sporca e sdrucita.
«Non lo so, non mi ha mai detto come si chiama».
«Sì, ne sono sicuro. Tu stai cercando Giuanin».
«Dove posso trovarlo?»
«Forse già da oggi al camposanto. L’hanno raccolto ieri. Era in terra, addormentato per sempre. Riposava sopra un giornale sportivo e nelle mani aveva la foto di un pugile, un campione, uno che ti somiglia».

Sandro non è più sotto la pensilina del binario in fondo alla stazione, è andato a riposare in un posto dove finalmente troverà la pace.
La morte si porta via pezzi di vita condivisi, strappa i ricordi e li trasforma in immagini che fanno male al cuore.
Il guerriero che non ha paura, l’uomo nato per combattere è triste sino in fondo all’anima.
Il volto di Mazzinghi si riga di lacrimoni.
Anche i pugili piangono.
E non si vergognano di farlo vedere.

(da “ANCHE I PUGILI PIANGONO, Sandro Mazzinghi un uomo senza paura, nato per combattere” di Dario Torromeo, vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017, edizioni Absolutely Free)

 

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