Damiani batte il Mito ai Mondiali. È la sera dei miracoli, fai attenzione

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Sorrise, come facciamo tutti quando
veniamo colti di sorpresa dalla felicità.
(Stephen King)


Monaco, 11 maggio 1982

È una pioggia fastidiosa quella che sta venendo giù.
Roberto Fazi ed io acceleriamo il passo, ci rifugiamo in un bar vecchio stile. Pochi clienti, un silenzio malinconico. Appena entrati però, sorridiamo senza neppure accorgercene. È una sorta di riflesso condizionato, accade quando si riceve in dono un’immagine che regala gioia. Una vetrina piena di dolci ci dà il benvenuto. Cappuccino caldo e bignè al cioccolato possono farti felice anche se sei immerso in un pomeriggio di pioggia, in una Monaco triste a primavera inoltrata.

È l’11 maggio dell’82.
È la sera dei miracoli fai attenzione (cit. Lucio Dalla).
La grande avventura sta per cominciare, ma noi ancora non lo sappiamo. A dire la verità sono uno dei pochi a crederci. Il mio è un discorso con tanti se e qualche ma. Basta però a farmi sentire ottimista.

Quel cubano dal fisico statuario ci ha incantati per l’ennesima volta appena qualche giorno fa. È bastato il suo nome per farci accorrere in massa. Un centinaio di giornalisti in un locale che non ne aveva mai accolti neppure la metà. Per soddisfare la nostra curiosità non era stato necessario che dicesse qualcosa di memorabile. Era stato sufficiente che si presentasse.

Tre ori olimpici e due mondiali, 240 vittorie su 252 match. Un Mito. Un gigante di 1.97 per 96 chili. Sembrava una statua azteca. Il volto non tradiva emozioni e solo raramente si lasciava sfuggire una specie di ghigno che la nostra venerazione trasformava in un sorriso. Era sicuro di sé, non si curava minimamente del pugile che il sorteggio gli aveva riservato al primo turno.
«Francesco Damiani non mi preoccupa, non può preoccuparmi. Sarà una formalità».

steve

Checco mi guarda interessato mentre gli riferisco le parole del campione, non ne rimane impressionato. Anzi, quelle frasi rafforzano il desiderio di tentare la grande impresa.
“Vado, lo batto e torno” è il titolo che il mio giornale ha scelto.
Quando il Corriere dello Sport-Stadio pubblica il pezzo, in molti ridono. Io no.

Il terzo piano dell’albergo dove alloggiano i pugili è occupato dai cubani che l’hanno trasformato in una bolgia perenne. Musica e urla in continuazione, quelli dell’hotel pensano addirittura di mandarli via. È una festa continua. Aspettano la raccolta dell’oro e festeggiano in anticipo.

Damiani conosce bene Stevenson. L’ha visto per la prima volta ai Giochi di Montreal 1976. Checco si alzava ogni notte alle 3 per guardare il torneo di pugilato. Il 7 luglio il romagnolo vinceva i campionati italiani novizi. Il 2 agosto il cubano conquistava l’oro olimpico. L’ha incrociato per un attimo di persona all’Olimpiade di Mosca. Ora se lo ritrova come avversario.

Di match Francesco ne ha messi insieme 56 e 48 li ha vinti. È campione europeo in carica. Meno alto di sette centimetri, più pesante di tre chili rispetto a Teofilo.

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Crede nell’impresa. Ad Assisi lo hanno preparato alla grande. Franco Falcinelli, con l’aiuto di Nazareno Mela, non ha trascurato nulla. Per rinforzare gli addominali, serie ripetute di piegamenti con cinquanta chili sulle spalle. Per affinare la tattica giusta lo hanno fatto andare all’attacco per ogni ripresa di sparring. Perché quello è l’unico modo per venirne fuori vincitore. Aggredire il cubano, alzare il ritmo, non avere neppure un attimo di cedimento. E, soprattutto, evitare i suoi montanti. O, al limite, portarli via con il minimo danno.

C’è comunque un’aria cupa in casa Italia. Sono i tempi in cui subiamo furti in rapida successione. Stavolta è capitato a Damiano Lauretta contro il rumeno Totaiu e a Maurizio Ronzoni contro un altro rumeno, Fulger. I nostri hanno vinto al di là di ogni ragionevole dubbio e sono stati puniti da verdetti ingiusti. Ci siamo persi per strada Carlo Russolillo, messo kot dal bulgaro Tokov, e Scapellato uscito contro quel Konakbaev che conosciamo benissimo per la doppia avventura contro Oliva: sconfitta decisamente ingiusta del napoletano per l’oro agli Europei di Colonia del ’79, vittoria sofferta di Patrizio in finale all’Olimpiade di Mosca un anno dopo.

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La sera dei miracoli Francesco Damiani disputa il match perfetto. Non sbaglia nulla. Attacca, attacca, e poi attacca ancora. E nel secondo round, se l’arbitro non concedesse a Stevenson il tempo di riprendersi, forse chiuderebbe addirittura l’incontro prima del limite. Il cubano guarda l’orologio e comincia a legare, poi torna pesante e affaticato all’angolo. Sembra tutto fatto, mancano solo tre minuti alla realizzazione del sogno.
Sotto il ring c’è grande agitazione. Marco e Silvana, fratello e sorella del romagnolo, non stanno nella pelle. Il presidente Ermanno Marchiaro si fa scoprire in un raro sorriso. Claudia, la sua compagna, è tesa ma felice. Da Milano è arrivato Giovanni Branchini. Vuole mettere sotto contratto Damiani, farlo passare subito professionista senza aspettare i Giochi di Los Angeles. Marchiaro replica che la Federboxe farà qualsiasi cosa per tenersi il campione fino all’Olimpiade dell’84.

 

Il giorno prima della sfida, mentre mando giù l’ennesima birra, Giovanni mi confessa ridendo che si esibirà in una danza tirolese, con tanto di calzettoni con pon pon e cappellino con la piuma, se Damiani sconfiggerà il Mito.

Terzo round. I montanti di Stevenson sono quelli dei bei tempi. Entrano al corpo e sembra provino ad affondare sino a uscire dall’altra parte. Ma Checco resiste, incassa, riesce addirittura a replicare. Al termine della ripresa precedente Damiani ha sussurrato a Falcinelli. «Sono stanco». Il coach ha trovato le parole giuste e lo ha rimandato al centro del ring.

Gong. È finita.
Francesco cade sulle ginocchia. È la stanchezza, non una manifestazione di gioia. Poi si alza e ascolta il verdetto. Vince 5-0, tutti i giudici hanno visto la sua superiorità.  Urla felice. «Sono il più forte! Sono il più forte del mondo!». Il giorno dopo si scusa, chiedendo di perdonargli quell’attimo di superbia dettato della gioia.

Diciannove milioni di persone vedono negli Stati Uniti la grande impresa. La ABC-Tv, che manda in onda il Mondiale, riceve mille telefonate di emigranti italiani. Vogliono la ripetizione del match. Il network li accontenta trasmettendo anche un’intervista al campione romagnolo. Giornalisti stranieri mi avvicinano, mi chiedono dove mai sia nato l’uomo che ha battuto Stevenson.

«A Bagnacavallo» rispondo.
«Baghnacevalo?».
«Bagnacavallo!».
«Bacavalo?».
«In Romagna» e la chiudo lì.

Non vedo Giovanni Branchini ballare vestito da tirolese, probabilmente ci ha ripensato.
Francesco Damiani batte Teofilo Stevenson. Il cubano non perdeva da undici anni, aveva vinto ogni match disputato in un Mondiale, era il trionfatore di tre Olimpiadi e di due Mondiali.
Checco lo supera e porta Bagnacavallo sulla mappa del pugilato.
Sì, ho detto: Ba-gna-ca-va-llo! Strillatelo pure, ora tutti possono sentirvi.

Al terzo piano dell’albergo le stanze dei cubani sono chiuse, da quelle parti regna un silenzio assordante.

 

 

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