Nati, è lui il campione che sussurra ai cavalli. E Zorro lo ringrazia…

“Ma tu sai fare?”
”Non ho mai provato”.
“E allora?”
“Vediamo”.

Valerio poggia il ginocchio in terra e si china sull’animale.
Zorro è un cavallo massiccio: 1.75 al garrese, attorno ai nove quintali di peso. Un incrocio ardito tra un quarter horse e una maremmana. Il padre è di un nero elegante, arriva dall’America.
È un incrocio tra mustang e purosangue inglesi, nell’Ottocento i quarter horse li usavano i cow boy per lavorare con il bestiame. È un cavallo mansueto, intelligente, predisposto all’ippoterapia.
Razza italiana, bianca e sfacciata, la madre. Ignorante, come si dice a Roma per le fettuccine quando sono alte, toste, genuine, bone insomma. Una grande lavoratrice che non ha paura di niente, neppure di affrontare buoi dalle corna lunghe un metro. Però scontrosa, difficile da domare.

Zorro, che da puledro era nero (da qui il nome) e con il tempo è diventato grigio, ha origini importanti, ma non altrettanta fortuna. La madre, subito dopo avergli dato la vita, involontariamente lo ha quasi ucciso. Rinculando nel piccolo box dove erano alloggiati, gli è franata addosso procurandogli la frattura dell’arto posteriore destro.
I proprietari si sono guardati tristi in faccia, intuendo subito quale sarebbe stata la fine di quella brutta storia.
“Il macello è l’unica soluzione. Terribile, ma non ne vediamo altre”.
Zorro era appena nato, il destino aveva già segnato in tempi brevi la data della morte.

I proprietari non avevano speranze.
Elena, la veterinaria che lo curava, aveva un’amica.
Da vent’anni Erika Ricci ha un maneggio appena fuori dell’abitato di Forlì, meno di due chilometri dal Duomo. Si chiama Il raggio di Sole, è una onlus. Lo gestisce assieme al marito Paolo.
Erika ama gli animali, organizza eventi per bambini normodotati e per disabili. Ginnastica acrobatica sui cavalli, due ragazzini alla volta. E poi una scuola di equitazione per imparare a ritrovare la fiducia, per tornare a sentirsi parte di questo mondo.

Elena le ha fatto una telefonata. Le ha raccontato la storia e poi ha chiuso con una proposta.
“Io lo curo gratuitamente e tu provi a recuperarlo, a farlo crescere. Che ne pensi, Erika?”.
“Tentiamo”.

Quando, a cinque mesi, la madre di Zorro ha smesso di allattarlo, il cavallo è stato portato al Centro di San Patrignano, dove all’epoca esisteva una clinica veterinaria specializzata in ortopedia. L’operazione è andata bene. Il cavallo ha ritrovato la sua andatura naturale. Con il passare del tempo però le forze sono venute meno. Ha cominciato a muoversi con sempre maggiore difficoltà fino a quando l’arto posteriore destro non è diventato molto gonfio e rigido.

Sei mesi di sofferenze, una vera tortura. Zorro non si fidava più degli uomini, associava quelle figure al dolore, a una sensazione di strazio infinito che non l’abbandonava mai. L’orizzonte era tornato a stringersi. Il macello sembrava essere la prossima inevitabile tappa. Non c’era più spazio per il recupero.

Erika decideva di giocarsi l’ultima carta.
“Valerio, ma tu sai fare?”
Lui tirava fuori il solito mezzo sorriso e sussurrava un sì tra l’ottimismo e una sfida appena annunciata.

Il primo passo è conquistare la fiducia di Zorro.
Perché il cavallo è un animale che ti fissa negli occhi, non abbassa mai lo sguardo. Meglio non sfidarlo. Vuole capire chi sei, cosa vuoi fare. E dopo sei mesi di delusioni, non è certo disposto a concedere credito a scatola chiusa.
Valerio poggia il ginocchio in terra, sussurra poche parole all’orecchio dell’animale. Le ripete ritmicamente, dando a ciascuna di loro un valore che va oltre il loro senso quotidiano. A contare sono la musicalità, il tono, non il significato.

Buono.
Stai buono.
Non ti faccio male.
Buono Zorro.

È una promessa sincera.
Non c’è magia, ma il cavallo sente che quel suono suggerisce fiducia. Gira la testa, a Valerio sembra che lo guardi negli occhi e in quello sguardo ci sia l’invito ad andare avanti.

Questa è una storia che parte da lontano.
Valerio era bambino, non aveva ancora sei anni. La mamma soffriva di continui dolori cervicali.
E così, come fanno tante mamme nel mondo, chiedeva aiuto al piccolino di casa.

“Valerio, me lo faresti un massaggino?”
“Sì, mamma”.
“Quelle tue manine sono magiche, mi fanno sparire il dolore. Dai vieni qui”.
“Sì, mamma”.
E il dolore spariva davvero.

Poi, un giorno, lui si era spaventato. Mentre giocava in cucina, aveva sentito un discorso tra le amiche della mamma. Qualcuna l’aveva chiamato stregone.
E quello, si sa, per i bambini è un personaggio cattivo, crudele, maldisposto verso chiunque.
Il massaggio alla mamma non l’aveva più fatto, senza neppure spiegare il perché.

A 12 anni aveva ritrovato il coraggio di riallacciare il discorso.
Il fratello più grande doveva operarsi ai piedi.
La mamma era tornata alla carica.

“Dai Valerio, fagli un massaggino. Chissà che…”
E lui si era lasciato convincere.
Il fratello era guarito, l’operazione era stata annullata.

Adesso, arricchito negli anni e nell’esperienza, è inginocchiato all’interno di un maneggio, alle prese con un animale da novecento chili.
Lo accarezza, lo tocca, lo massaggia.
Zorro sente dolore, batte gli zoccoli anteriori sulla terra. Ma non si innervosisce, capisce che qualcosa sta cambiando nella sua esistenza quotidiana. L’arto posteriore destro non lancia più lame acuminate verso il cervello. Le cose vanno leggermente meglio.

Per un mese Valerio torna a massaggiare e parlare con Zorro a intervalli regolari, tre, al massimo quattro giorni. Poi le visite si diradano e diventano una a settimana.
Dopo tre mesi un sospirone, a mezza via tra la gioia e il sollievo.
Zorro prima non poteva camminare, ora può lavorare, portare i bambini, assolvere ai suoi compiti, addirittura correre. I ragazzi fanno esercizi di volteggio sulla sua groppa. Lui non va di galoppo, non deve impegnarsi nell’agonismo, ma si gode ogni giornata senza essere costretto a rispettare l’appuntamento con la sofferenza.
È tornato a vivere.

Anche Rugiada deve ringraziare Valerio.
È una cavalla di sella italiana. Nasce durante un nevone di marzo, qualche anno fa.
Fiocchi grandi, neve fitta, freddo. Lei non riesce neppure a tirarsi su. Fragile nei primi giorni di vita, si porta dietro quella debolezza anche quando cresce.

Un giorno, durante un’esercitazione, cade. Il posteriore crolla letteralmente a terra, sembra staccarsi dal resto del corpo. L’anca destra cede e la cavalla va giù lentamente, come un pugile centrato da uno di quei colpi a effetto ritardato. Perde l’equilibrio e assieme a quello perde anche qualsiasi voglia di reagire. Starsene a terra a soffrire sembra la soluzione meno dolorosa.

C’è un filmato che testimonia la drammaticità di quel momento.
La lentezza della caduta accresce la tristezza dell’evento.
Valerio mette a posto anche lei.

Con l’aiuto di Erika, del figlio di lei Matteo e di un’amica: una donna forte e generosa, ricolloca l’anca nella sua posizione naturale.
Lo fa operando da dietro, sotto la potenziale minaccia di essere scalciato, centrato da uno zoccolo, colpito duro.
Lui dice che non si è trattato di coraggio o di incoscienza, semplicemente non avvertiva l’incombere di un pericolo. Rugiada era un’amica che lui stava aiutando, non lo avrebbe mai tradito.

Valerio Nati.
Si chiama così il campione che sussurra ai cavalli.

Ha vinto il titolo italiano, europeo e mondiale di pugilato. È una gloria sportiva di Forlì, ma anche del Paese intero. Un tecnico, dotato di pugno pesante. Ritmo e scelta di tempo ne facevano un cliente pericoloso per chiunque. L’11 aprile scorso ha compiuto 64 anni.

Non è certo un mago, non fa miracoli. Pratica lo shatsu, terapia che ha studiato a Milano con il dottor Hammer. Usa polpastrelli, gomiti, piedi, ginocchia, palmi delle mani. Crede fermamente in questo metodo di cura.
Zorro e Rugiada sono lì, pronti. Testimoni a favore.

Se chiedessimo loro cosa pensino di quest’uomo che li ha fatti tornare a correre quando erano destinati al macello, che li ha strappati al dolore e messi in condizione di regalare felicità ai bambini, i due, come dice il saggio maestro Meo Gordini, ci fisserebbero negli occhi lasciandoci un tatuaggio nel cuore. Gli animali non parlano. Ma spesso, con uno sguardo, ci raccontano storie meravigliose.

 

 

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