Il gancio sinistro Tyson, Frazier, Crawford e Parisi

Un gancio sinistro appena sopra l’orecchio destro di Berbick provoca il ko con effetto ritardato. Il più pericoloso, tremendo, pauroso, eccitante knock out che la boxe possa offrire. Dopo aver subito quel gancio sinistro, il campione del mondo resta in piedi un istante. Poi, privato del senso dell’equilibrio, piomba al tappeto. Il resto della scena lo vedo come se le immagini fossero alla moviola.

Berbick si alza, ma le gambe si piegano e lui crolla all’indietro. Prova a tirarsi su, cade in avanti. Ancora un tentativo. Barcollante e malfermo si appoggia alle corde. Finalmente l’arbitro Mills Lane interviene e decreta il knock out tecnico.
Sono passati 2:35 dall’inizio del secondo round.
Mike Tyson ha 20 anni, 5 mesi e 22 giorni. È appena diventato il più giovane
campione del mondo nella storia dei pesi massimi.

Un gancio sinistro ha scritto la storia. Ma se dovessi mettere abbinare un peso massimo a quel colpo, non avrei dubbi. Nessuno, credo, ne avrebbe.

È il 7 marzo del ’71.
Il ring è quello del Madison Square Garden, l’arbitro è Arthur Mercante.
C’è un enorme interesse attorno al match. La radio, la televisione e la stampa sono pieni di storie che parlano della sfida imminente.

Cinquanta Paesi hanno acquistato i diritti per la trasmissione televisiva.
Il combattimento è trasmesso in 12 lingue diverse.
Trecento milioni di persone davanti alla Tv. Più di quelle sintonizzate per l’atterraggio lunare due anni prima.
Il giro di affari è tra i 18 e i 20 milioni di dollari in tutto il mondo.

L’ultimo round, il quindicesimo, è cominciato da ventisei secondi quando Joe Frazier si protende in avanti. È in una posizione che, a uno sguardo veloce e superficiale, potrebbe dare l’impressione di non essere ideale per esprimere il massimo della potenza. Sembra lavori solo di spalla, senza l’aiuto delle gambe. Ma quel colpo, partito dal basso, è rapido e veloce come una pallottola. Un colpo sparato da un killer professionista.

BAM!
Il gancio di Joe si schianta sulla mascella di Muhammad Ali. Veloce, infallibile. Un colpo in cui c’è tutta la rabbia accumulata negli anni, la voglia di sentirsi finalmente libero da quell’ombra che continua a tormentarlo, la voglia infinita di chiedere rispetto. Come uomo e come pugile.

BAM!
Ali è al tappeto, per la terza volta in carriera.
Prima c’erano riusciti solo Sonny Banks, all’undicesimo match da professionista, ed Henry Cooper.

Il Più Grande cade sulla schiena, poi si affloscia con tutto il resto del corpo, lentamente come se si muovesse al rallentatore. Le gambe per un attimo si sollevano nell’aria, è knock down. Conosce l’umiliazione dell’atterramento, umiliazione ancora più grande per chi è abituato solo a vincere.

Si rialza al cinque, quando Arthur Mercante è arrivato a otto è pronto per combattere.

Frazier avrebbe comunque vinto questa prima sfida, ma la felicità che quel gancio sinistro gli regala, non la dimenticherà più.
«Avevo 27 anni e sapevo che non ci sarebbe mai più stata un’altra notte come quella nella mia vita».

Le regole vanno violate.

È questa l’unica regola che Joe Frazier rispetti.

Non dare fastidio agli animali.
La raccomandazione della mamma si perde nel vento.
Billy Boy, come viene chiamato in famiglia e dagli amici, sale su un piccolo sgabello di legno, tira su il suo bastone nodoso e comincia a picchiare sulla schiena, poi sul muso e di nuovo sulla schiena, un maiale selvatico che supera i 140 chili.

Tre, quattro, cinque colpi. Un attimo di pausa e quando quello torna tranquillo, riprende a tormentarlo. La bestia, infuriata, si prepara a caricarlo. Lui ride e corre veloce verso la staccionata, quando l’avrà raggiunta, la scavalcherà, poi si girerà verso il maiale per un ultimo sberleffo.

Qualcuno ha però dimenticato di chiudere il cancelletto, lasciando così una possibilità di corsa fuori dal recinto anche all’animale. Joe accelera, il bestione è a pochi passi.

La paura fa la sua comparsa. Billy Boy si guarda attorno e recupera un minimo di serenità. La salvezza è vicina, c’è solo un muretto da saltare e per l’altro tutta quella corsa diventerà inutile. È un muro basso, non più di un metro.

Joe fa perno sulla mano destra e si appresta a scavalcarlo con un balzo.
Salvo!
Non fa neppure in tempo a pensarlo, che capisce di essere nei guai.
L’ansia, si sa, è cattiva consigliera.
Scivola, sbatte violentemente il braccio sinistro sulle pietre. La botta è così forte da storcergli la spalla, il gomito trasmette un lancinante dolore al cervello. Si è sicuramente rotto qualche osso.

I Frazier non hanno i soldi per farlo curare. Niente riduzione della frattura, niente ingessatura, solo una fasciatura rigida dalla santona del posto.
Guarisce, ma il braccio non tornerà più lo stesso.
Non potrà più stenderlo per intero, muoverlo come avrebbe voluto. Per il resto della vita avrà un braccio imperfetto.
Buono però per tirare un grande gancio sinistro.
Il mitico gancio sinistro di Smokin’ Joe Frazier.

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Tempo fa ho visto questa foto e ho subito pensato “Questo sì che è un gancio sinistro”. Terence Crawford lo scaglia sul mento di Viktor Postol nel corso del mondiale unificato superleggeri Wbo/Wbc vinto largamente ai punti dallo stesso Crawford.

Sono andato a dare un’occhiata a un vecchio manuale del mitico Steve Klaus (Insegnamento tecnico del pugilato. Federazione Pugilistica Italiana Editore, 1978). Tralasciando la posizione e i movimenti dei piedi, che nella foto non vediamo, ho preso in considerazione spalla, braccio, pugno.

Klaus scrive.

Il braccio sinistro, spinto dalla spalla, vibrerà il pugno verso destra, in avanti, con lo stesso preciso tempo dello scatto effettuato dalla gamba sinistra. Si deve fare attenzione che il gomito si stacchi dal corpo ma che resti più basso del bersaglio, si badi che il braccio, in blocco con la spalla, formi con la schiena una sola linea diritta”.

Mi sembra che quello tirato da Crawford sia davvero un gran bel gancio sinistro.

Seul, 1988.
Finale dei Giochi Olimpici, pesi piuma.

Un lampo.

Il gancio sinistro scatta velocissimo, non a caso il soprannome del nostro eroe è Flash, e chiude la corsa sulla mascella di Daniel Dumitrescu. Il rumeno crolla al tappeto. Giovanni pensa possa rialzarsi, ma spera che non lo faccia.

Per il suo bene.

Mi farà questa confessione a match concluso, indossando uno sguardo da duro che raramente gli ho visto.

Dumitrescu si rialza, barcolla sulle gambe.

È finita.

Sono passati 101 secondi dal primo gong. Giovanni Parisi è campione olimpico. Il gancio sinistro lo ha portato in cima al mondo.

 

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