Il diretto sinistro Holmes, il grande Ali… e Pipero Panaccione

Nel sinistro c’è l’arte e l’eleganza, la finezza, 
l’impostazione di un boxeur. 
Avere un bel sinistro e saperlo usare 
significa essere un pugile quasi completo. 
Avere un bel destro senza fare un buon uso del sinistro 
è come trovarsi nel mezzo del deserto, 
affamato ed assetato, con un sacchetto di monete d’oro 
e non sapere come spenderle. 
Con un bel sinistro sarai ricco e dominerai il mondo. 

Il testo è del maestro Pipero Panaccione. Ne aveva fatto una sorta di mantra da ripetere in continuazione ai suoi allievi nella palestra Santa Croce, a Roma.
Il papà Tommaso l’aveva chiamato Lucifero Arbace Ribelle. Professore di matematica, vecchio anarchico romano, ai sette figli aveva dato nomi che non erano certo presi dai santi della Chiesa cattolica.

Nato il 24 settembre del 1907, Lucifero aveva fatto il pugile, poi il maestro, infine il procuratore. Per tutti era ormai diventato Pipero. La sua seconda dimora era la palestra Santa Croce, nel rione Monti all’Esquilino. La prima casa la divideva con la moglie Giuseppina Pompei e, successivamente, con i due figli: Riccardo e Tommasino.

Pipero aveva scelto la boxe come terreno dove praticare le sue battaglie. Ne è stato protagonista di tutto rispetto. La sua teoria sul sinistro era ed è decisamente popolare, sono tanti quelli che l’hanno condivisa.

 

Il diretto sinistro è la “chiave del pugilato” perché con esso si costringe l’avversario ad aprire la guardia; lo si adopera altresì come colpo di controattacco, arrestando o spezzando l’azione dell’avversario, chiudendogli la possibilità di proseguire nel suo attacco. Il diretto sinistro ha funzione schermistica, con esso si mascherano abilmente azioni più potenti. (Steve Klaus, Insegnamento tecnico del pugilato. Federazione Pugilistica Italiana Editore, 1978)

Se proprio dovete cercare una foto per arricchire, con un’immagine significativa, la vostra collezione di diretti sinistri, posso aiutarvi a trovarla. Il protagonista è un pugile italiano che ha vinto l’oro olimpico, i titoli italiano, europeo e mondiale da professionista. Un campione, Patrizio Oliva. Eccolo sopra tirare il colpo che è al centro della storia di oggi. Niente male, eh?

Larry Holmes, degno della Top Ten di sempre tra i pesi massimi,  diventa sparring di Muhammad Ali nel 1972. Per quattro anni vive nel suo cono d’ombra, gli ruba ogni segreto. È con lui nello Zaire, gli fa compagnia nella trionfale campagna contro George Foreman.

A differenza del maestro, Larry non è bello. Il volto all’altezza degli zigomi è sempre un po’ gonfio, come lo sono le guance. Gli occhi a palla completano il ritratto di un uomo che non ha grande fascino. Prima della loro triste sfida, Ali gli regalerà il soprannome di “Peanut”, nocciolina.

Larry è alto, robusto, sempre però con qualche chilo di troppo. Ma è intelligente, ha capito che uno come Ali può essere una miniera da cui attingere. E lui lo studia, fa sua l’idea che sul ring si debba essere eleganti, che con un buon sinistro si possa comandare il mondo.

Ad Ali, Holmes deve tutto, il campione combatte spesso e per Larry c’è sempre lavoro. Il diretto sinistro di Holmes è uno dei più belli e potenti che un peso massimo abbia mai avuto. A quello stantuffo, lui riesce spesso a far seguire il gancio destro. Quando accade, per il rivale non c’è speranza.

LARRY HOLMES è nato a Easton (Pennsylvania) il 3 novembre 1949. Record: 69-6-0 (44 ko). Campione del mondo dei massimi WBC dal 9 giugno 1978 al 10 settembre 1983 (sedici difese). Campione del mondo dei massimi IBF dal 9 novembre 1984 al 21 settembre 1985 (due difese). Ha sconfitto Shavers, Norton, Evangelista, Weaver, Ali, Berbick, Leon Spinks, Snipes, Cooney, Whiterspoon, Smith, Williams, Mercer.

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