A Bordo Ring per raccontare Ray Mancini triste&solitario

Ray Mancini vs George Feeney
(6 febbraio 1983)
8. continua

 

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

Ho conosciuto Boom Boom Mancini a fine gennaio dell’83.
Rodolfo Sabbatini l’aveva portato in Italia dopo la tragedia del 13 novembre 1982. Quella notte, sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, Ray aveva travolto il coreano Deuk-Koo Kim, figlio di un coltivatore di riso, fermato troppo tardi dall’arbitro Richard Green al penultimo round del mondiale leggeri. Una sfida selvaggia in cui il pugile asiatico aveva subito una durissima lezione, figlia dell’incredibile fatica fatta alla vigilia per rientrare nei limiti di peso della categoria.
Si erano affrontati sul ring del Caesars Palace. Era il 13 novembre dell’82.
Una battaglia feroce, senza soste. Si erano scambiati colpi terribili, a volte proibiti, quasi sempre devastanti.
Nel terzo round Mancini si era infortunato alla mano sinistra, all’angolo avevano sospettato una frattura. Nella tredicesima ripresa si era scagliato sul coreano, tirando trentanove colpi senza riceverne alcuno in risposta. Poi l’altro aveva ripreso a scambiare. La guerra era andata avanti.
Diciannove secondi dopo l’inizio della quattordicesima un diretto destro, giunto alla fine di una combinazione, aveva chiuso la storia.
Mancini esultava assieme ai genitori, ignaro della tragedia incombente. Un’ambulanza trasportava Duk Koo-Kim verso il Desert Spring Hospital. Era in coma. Un’emorragia cerebrale lo stava lentamente rubando alla vita.
Il professore Lonnie Hammergreen lo operava, toglieva 100 cc di sangue dall’ematoma subdurale che si era formato nella parte destra del cervello. Uscito dalla sala operatoria dopo due ore e mezzo di intervento veniva tenuto in vita solo da una macchina che gli permetteva di respirare artificialmente.
Moriva il 17 novembre dell’82. Aveva 23 anni.

L’American Medical Association proponeva l’abolizione del pugilato. Le immagini degli ultimi minuti di quell’incontro venivano trasmesse in continuazione. Erano di una ferocia offensiva, inquietante. Nessuna abolizione, l’unico risultato pratico era stato la riduzione da 15 a 12 riprese dei campionati del mondo disputati sotto l’egida della World Boxing Association.
Ray avrebbe voluto chiudere con la boxe. Aveva assistito ai funerali del rivale in Corea e quel momento di immensa tristezza lo aveva convinto ancora di più che non sarebbe mai potuto tornare sul ring. Era caduto in uno stato di depressione. Ci aveva poi ripensato, aveva chiesto aiuto a Sabbatini che gli aveva organizzato un viaggio nel vecchio paese d’origine.
Lenny, il papà, veniva da Bagheria, in Sicilia. Aveva fatto il pugile ed era arrivato ai vertici delle classifiche, le ferite riportate durante la seconda Guerra Mondiale avevano però spezzato il grande sogno.
Ray era contento di tornare in Italia. L’avevo incontrato a Roma, era appena sbarcato da New York. Assieme a Rodolfo dovevamo prendere la coincidenza per Torino, il match contro il britannico George Feeney era infatti in programma al Casinò di Saint Vincent. Eravamo in fila, davanti al gate di ingresso con la carta di imbarco in mano, quando un dipendente dell’Alitalia ci aveva avvisato che per un problema di overbooking non saremmo potuti salire su quel volo.
Era stato come accendere un cerino e dare fuoco a un bidone di benzina. Già innervosito per i ritardi, stanco e in agitazione per l’organizzazione di un evento così importante, Sabbatini era esploso.
«Non me ne frega niente se avete venduto più posti di quanti ne avevate a disposizione. Qui non parte nessuno se su quel volo non ci siamo anche noi tre

Signore, non posso farci niente. L’aereo è già pieno, l’imbarco è chiuso.»
«Parlo forse cinese? Oggi l’Alitalia non va a Torino se non ci andiamo anche noi. Mi chiami il capo scalo.»
Le urla di Rodolfo avevano riempito l’aeroporto di Fiumicino. La gente faceva capannello, le minacce stavano avendo effetto. Il caposcalo, con il consenso della compagnia, metteva su un programmino a cui non avrei mai creduto se non ne fossi stato parte integrante. Mancini, Sabbatini e io salivamo su un volo per Genova. Senza lasciare la pista (cosa che mi dicono sia severamente vietata) scendevamo da quell’aereo sulla pista del “Cristoforo Colombo” per salire su quello a fianco, proveniente da Cagliari, con meta finale Caselle, dunque: Torino.
Ray Boom Boom Mancini quel match italiano lo vinceva faticosamente. Era stato un incontro noioso, difficile. L’americano portava un peso troppo grande sulle spalle.

Solo un mese prima aveva detto.
«Kim è morto una sola volta, io mi sento come se morissi ogni giorno. Se sei un pugile, provi rispetto per qualsiasi altro pugile e io ho tutto il rispetto del mondo per questo ragazzo. Sono devastato. Sono molto triste per quello che è accaduto, mi fa male perché faccio parte di questa tragedia. Sono cristiano e ho pregato per avere le risposte alle domande che la mia mente continua a farsi. Ho fatto ricorso alla mia fede per andare avanti. Potrebbe essere tranquillamente toccato a me e chi può giurare che la prossima volta non sia io la vittima? Non dico che mi ritirerò, ma in questo momento non ho alcuna voglia di pensare ai prossimi match. Ho visto quello che è accaduto al signor Kim. Ho bisogno di tempo per guarire»
Così diceva, ma neppure il tempo riusciva a lenire l’angoscia. Lentamente però il desiderio di tornare a combattere aveva la meglio su ogni paura, su qualsiasi tensione. George Feeney sarebbe stato il comprimario, lo spettatore non pagante di quella triste serata. Non ci sarebbero stati sorrisi, ma solo demoni che non si stancavano di agitarsi nel salone.

Avevo dunque fatto il viaggio con lui da Roma a Torino. Mi aveva raccontato di quanto importanti fossero state le lunghe chiacchierate con Padre O’Neal, il sacerdote amico di famiglia, di come i genitori gli fossero stati vicini, dell’aiuto che aveva ricevuto anche dagli amici. Era devastato dai dubbi e dalle domande, ma aveva finalmente ricominciato a guardare avanti.
Era nella sua camera, all’Hotel Billia di St Vincent, quando gli comunicavano un’altra atroce notizia. Yong Sun Yo, la madre di Duk Koo-Kim, si era suicidata bevendo una bottiglia di pesticida. Una tragedia che andava ad aggiungersi all’altra. Battersi sul ring non era più al primo posto dei suoi pensieri.
Il 6 febbraio dell’83 superava, di misura e senza entusiasmare, il rivale inglese. La porta su quella drammatica notte di Las Vegas rimaneva comunque aperta.
Anche perché le tragedie non erano ancora finite. Il primo luglio dello stesso anno, Richard Greene, arbitro di quel match, si suicidava sparandosi un colpo di pistola alla testa.
Due mesi dopo Ray Boom Boom Mancini tornava a difendere il mondiale leggeri WBA. Lo faceva al Madison Square Garden di New York, battendo Orlando Romero per ko alla 9. In quel programma Nino La Rocca superava, in un match non certo entusiasmante, Jerry Cheatham. Ero a bordo ring. Incrociavo un Roberto “mani di pietra” Duran decisamente sovrappeso. Mi chiedevo come avrebbe fatto a sfidare Marvin Hagler, appena due mesi dopo,  per il mondiale dei medi. Per fortuna non glielo avevo chiesto. Perché quel match lui l’aveva fatto e alla fine aveva perso solo di stretta misura contro uno dei più grandi pesi medi di sempre.
Ma questa è un’altra storia…

(tratto da NON FARE IL FURBO, COMBATTI e PUGILI di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

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