Emozioni a Bordo ring Tyson travolge Spinks bastano 91 secondi…

Mike Tyson vs Michael Spinks
(27 giugno 1988)
9. continua

 In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che mi hanno regalato intensi ricordi.

Tyson si siede al tavolo della conferenza stampa.

“Holmes è un ex campione. Ai suoi tempi è stato il migliore, adesso avrebbe voluto rubare il mio tempo ma non c’è riuscito. Voi giornalisti continuate a chiedermi di Spinks. Lo affronterei subito, anche stasera. Anche in una cantina e senza soldi in palio”.

Qualcuno urla dal fondo del corridoio centrale.

Sono Michael Spinks e il procuratore Butch Lewis.

“Portateli qui” dice Tyson.

“È stata una triste sera. Holmes ha dovuto battersi contro due rivali: Tyson e il tempo che passa. Ma il campione non può dire di essere il migliore fino a quando non avrà battuto Spinks” strilla Lewis che indossa una giacca nera e un papillon sopra il petto nudo.

Alloggio al Claridge Hotel, sulla boardwalk. Ma non è per la sua posizione che l’ho scelto. Quando ho saputo che negli anni Cinquanta Marilyn Monroe, ogni volta che veniva in città per fare da giudice a Miss America, scendeva qui, non ho avuto il minimo dubbio. Amo quella donna. Adoro la descrizione che di lei ha fatto l’attrice americana Cybill Shepered.

“Aveva curve in certi posti dove le altre donne non hanno neppure i posti”.

 

Faccio colazione ed esco da quel luogo sacro.
Un veterano del Vietnam chiede l’elemosina seduto sulla boardwalk. Ha il cappellino nero calato sulla fronte e una blusa mimetica a coprire una T-shirt verde.

Un nano corre tra la folla, un culturista mostra muscoli gonfi e canottiera rossa mentre trascina su un rishò una coppia di turisti sorridenti, una donna obesa mangia voracemente un hot dog.

Prigionieri del destino, intrappolati tra il mare spumeggiante e i casinò colorati.

Attorno a Tyson intanto è scoppiata la guerra del grando. Per una montagna di dollari si battono Ruth&Robin Givens da una parte, Bill Cayton dell’altra.

Sembra proprio che Michael Spinks sia il minore dei problemi di Iron Mike.

“Mi sento solo. Come quando è morta mia madre, come quando è morto Cus D’Amato. Sono stato a lungo un uomo solo e lo sono anche adesso”.

Entro in palestra e  lo vedo picchare gli sparring. Sono qui per questo. Guadagnano duemila dollari la settimana, in cambio prendono cazzotti ogni giorno.

 

“Diecimila dollari a chi riesce a mettermi con il sedere per terra” Mike lancia la sfida. Nessuno la raccoglie.

Mike Hunter, Oliver McCall e Anthony Whiterspoon sanno che è meglio far finta di niente se vogliono rimanere lontano dai guai.

Tyson si fa dare un microfono e con quel vocino sottile strilla cose terribili.

“Cercherò di infliggere a Spinks quanto più dolore possibile. Ho voluto prolungare la sofferenza di Biggs, avrei potuto finirlo prima ma volevo che non dimenticasse mai quei momenti. Contro Richardson non sono riuscito a fare quel che volevo, mi sarebbe piaciuto ficcargli le ossa dentro il cervello.”

Amen.
Qualche ora dopo, siede sul divano di casa alla periferia di Atlantic City. Robin vive qui da un mese. Lui viene a trovarla ogni giorno.

Un giornalista americano domanda se sia un uomo geloso.

“La guardano con la faccia libidinosa? Mi sta bene. Ma non provassero a poggiare una mano su di lei, diventerei una belva.”

E contro Spinks sarai furioso?

“Lo spezzerò. Come ho fatto con tutti quelli che l’hanno preceduto e come farò con tutti quelli che seguiranno”.

Chiacchierata finita. Mentre sto raggiungendo la macchina parcheggiata accanto al giardino, si avvicina un collega americano che conosco da tanti anni. Ha un regalo da farmi, uno scoop. Mi racconta la verità sull’incidente d’auto in cui Tyson è incappato lo scorso mese.

“La storia è cominciata quando Robin ha scoperto in un cassetto della Bentley un pacchetto di profilattici. La sua reazione è stata istintiva, ha mollato due schiaffoni sulla faccia di Mike. Lui ha perso il controllo dell’auto ed è andato a sbattere. Tutto qui”.

Michael Spinks, barba lunga di qualche giorno e un sorriso contagioso, porta in giro per la città il ricordo delle radici. È l’unico cittadino di Pruitt Igor ad avere raggiunto e conservato il successo. Oggi quella cittadina non esiste più. Doveva essere un quartiere modello di St Louis, architetti ambiziosi avevano messo su un progetto futurista. Dovevano conviverci ottomila uomini, bianchi e neri in perfetta simbiosi. Così pensavano quando hanno costruito il quartiere nel ’54.

Nel ’74 in quella zona vivevano ventiseimila uomini, bianchi e neri in feroce conflitto. Quattro omicidi al giorno, centocinquanta bambini l’anno lasciati sulla strada appena nati. Una polveriera. E così quelli del comune decidono di farla esplodere. Nel vero senso della parola.

Costringono tutti gli abitanti a traslocare, li cacciano dalle loro case, minano le fondamenta con la dinamite e poi via! Tutto per aria.

Michael aveva diciott’anni, ma da tempo aveva capito che doveva picchiare più forte se non voleva essere picchiato.

Ha paura di Tyson, non fatica a riconoscerlo.

“Penso sia una cosa positiva confessare di temere qualcosa o qualcuno. Questo non vuol dire che scapperò. So che lui porterà i suoi problemi sul ring, io cercherò di  non portarci i miei. Il destino ha governato la mia carriera. Stavo guardando una trasmissione in tv, c’era una predicatrice: Catherine Coleman. Toccava i malati e quelli guarivano. Avevo quindici anni, nessuno che credesse in me e nessuno in cui credere. Spensi la televisione, corsi all’auditorium e capii, per la prima volta nella mia vita, che potevo chiedere sperando di ricevere. Chiesi a Dio di diventare un pugile, un campione. Dio mi diede un segnale e io lo raccolsi. Assieme a due amici avevamo rapinato un poveraccio, uno come noi. La polizia ci fu addosso in pochi secondi. Corsi con il cuore in gola e riuscii a scappare. Non mi presero. Provai così tanta paura che non l’ho più fatto”.

Ora il suo più caro amico si chiama Butch Lewis. Gira in frac, farfallina e niente camicia. È il suo manager.

Michael parla a bassa voce con una tonalità profonda. Mima ogni situazione con le mani e dondola in continuazione la testa. Ogni volta che spalanca la bocca vengono fuori quegli spazi profondi tra gli incisivi, ma lui non se ne vergogna.

Sembrerebbe un uomo felice, la realtà dice che è tormentato dal ricordo di un grande dolore.

Nell’83 è morta in un incidente stradale Sandy, sua moglie. Ha pianto per una settimana.

“Dove è la mamma?” chiedeva Michelle e lui non riusciva a darle una risposta.

“È volata in cielo ci guarda da lassù” le ha detto dopo molto tempo. Appena pronunciate quelle otto parole, ha capito che poteva ricominciare a lottare.

Eccoci qui, è la sera del match. Il signore che siede tre file dietro di me urla come un pazzo. Ha pagato il biglietto 1500 dollari e non ha visto nulla.

Mike Tyson ha archiviato il caso Spinks in novantuno secondi.

E lui non c’era.

Maledice il mondo intero, ma a una certa età è la prostata a prendere il comando delle nostre azioni. Il match doveva cominciare alle 22:50, alle 23:20 il ring era ancora vuoto. Spinks voleva innervosire Tyson condannandolo a una lunga attesa.

Mike non si è logorato, cosa che invece ha fatto la prostata del signore che adesso urla come una gallina.

Gli occhi sbarrati, una gamba semiparalizzata. Spinks è al tappeto, il cronometro segna 1:31 del round iniziale. Un montante sinistro alla mascella, un destro alla milza. Una pausa di pochi attimi, ancora un destro corto. Fine dei giochi, si torna a casa.

Tutto finito, nessun dramma. Solo la conferma che quella furia uscita da Brownsville difficilmente potrà essere fermata. Tyson ha zittito ogni voce. Anche quella dei tabloid che annunciavano un divorzio imminente.

Lui e Robin entrano abbracciati in sala stampa.

Lei è fasciata in un abito rosso che l’avvolge come una seconda pelle.

La recita è durata poco, ma ha avuto picchi di grande drammaticità.

Mike ha sparato uno di quei montanti che possono decidere le sorti di un match e anche quelle di un avversario. Spinks ha capito subito che la serata si stava mettendo male. E mentre si afflosciava alle corde, il campione ha fatto partire una seconda locomotiva. Il destro è entrato per metà nel corpo del signore di St Louis, proprio all’altezza della milza.

Primo conteggio.

Spinks si è rialzato e ha provato a ricominciare, ma ha incassato una destro corto e gli è sembrato di avere impattato una metropolitana.

Flop, giù. Tutto finito.

Appena recupera un minimo di dignità, Michael fa una confessione.

“Sono felice che il match sia finito”.

Tyson sorride.

(tratto da IL MATCH FANTASMA di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)