A Bordo Ring che emozioni con Holyfield Bowe e Fan Man

Riddick Bowe vs Evander Holyfield
(6 novembre 1993)
3. continua

In un tempo in cui siamo condannati alla solitudine, mi piace ricordare i giorni in cui attraversavo il mondo andando a caccia di storie da narrare. Non è una classifica dei migliori match della mia vita, né dei più importanti. Sono semplicemente dieci incontri che
mi hanno regalato intensi ricordi.

 

Un fascio di luci illumina il ring del Caesars Pavillon. Tutto attorno, il buio. Si combatte all’aperto. È il 6 novembre e fa un gran freddo.
Riddick Bowe ed Evander Holyfield sono ai loro angoli, il mondiale dei massimi sta per cominciare. Quindicimila spettatori applaudono lo sfidante e fischiano senza vergogna il campione. È difficile amare Bowe.
Tre uomini, avvolti in una tuta rossa, salgono sul tetto del Mirage Hotel. Ognuno di loro carica sulle spalle un parapendio, un paracadute direzionale: si guida tirando o allentando le corde. Non c’è vento. Per aiutarsi piazzano una grande elica dietro la schiena, funziona con l’aiuto di un motore leggero. Si lanceranno in rapida successione, voleranno sopra l’Arena e a turno proveranno a planare direttamente sul ring.
Si tratta solo di aspettare.
Passano più di venti minuti.
Qualcuno deve averli visti. Un elicottero della polizia si alza in volo, raggiunge i tre e cerca di convincerli ad allontanarsi dal tetto.
Il gong che segna l’inizio del settimo round è suonato da poco meno di un minuto.
Ancora qualche secondo e alle 20:34, ora di Las Vegas, James Miller si lancia. È bianco, ha trent’anni, una corporatura minuta.
Fra tre voli in circolo, alto sulle teste degli spettatori.

Scendo approfittando del minuto di intervallo, accanto alla tribuna stampa c’è un banchetto. Compro una felpa con le immagini del poster che pubblicizza il mondiale. Non è un capo di alta moda, ma tiene caldo. Salgo velocemente i gradini, torno al mio posto. Mi sono appena seduto, Teo Betti mi dà una gomitata. Vola il mio block notes, la penna finisce chissà dove. Lui dice parole che non comprendo e  punta il dito verso il cielo. Non so perché si sia messo a guardare le stelle, anziché il match. Resta il fatto che è il primo a vederlo.
Miller sta venendo giù in discesa controllata. Scende fino a sfiorare a gran velocità le teste di un centinaio di persone, passa a meno di dieci metri dalla nostra, evita per puro miracolo di provocare una tragedia, tira disperatamente i fili e chiude la sua corsa sul ring. All’angolo di Bowe.
Sta bene, riesco a vedere il suo sorriso prima dell’assalto.

È impigliato tra le corde laterali, si dimena, non riesce a liberarsi.
Mills Lane sbarra gli occhi: “Mi sembrava di vivere un sogno” dirà. Ferma l’incontro.
Marc Ratner, presidente della Commissione Atletica del Nevada chiede al capo del servizio di sicurezza del Caesars Palace se ci sia una situazione di pericolo. Fa appena in tempo a finire la frase quando alcuni uomini con le magliette nere si avventano su Miller. Lo prendono, lo buttano a terra, lo riempiono di schiaffi e pugni. Gli sbattono ripetutamente in testa i loro telefoni.
Arriva la polizia, toglie l’uomo dalle mani di quelle furie scatenate della sicurezza.
Miller sviene, viene messo su una barella e trasportato al Sunrise Hospital.

La folla rumoreggia.
A bordo ring si respira un’aria drammatica.
Michael Buffer salta sul quadrato, prende un microfono è lancia il suo annuncio.
“Calma, signore e signori non perdete la calma. Non è un attentato terroristico, tutto si risolverà a breve”.
Judy, la signora Bowe, sviene per lo spavento. È al terzo mese di gravidanza, potrebbero correre qualche pericolo sia lei che il nascituro. Si invoca una barella. Tutti urlano aiuto, imprecano, maledicono i soccorsi lenti ad arrivare.
Jesse Jackson, il reverendo afroamericano candidato alla presidenza nelle ultime elezioni, prende in braccio la signora e la porta fuori dall’Arena, l’adagia su un’ambulanza.
Riddick saprà cosa è accaduto solo a incontro finito.
Paura, stupore, rabbia, incredulità.
Il parapendio è rimasto impigliato nelle luci che illuminano il ring, rischia di prendere fuoco,
Un uomo dell’organizzazione si arrampica a otto metri di altezza e, con la flessuosità di un acrobata, libera il grosso telo dalle lampade.

Lentamente si torna alla calma. Il match può ricominciare, sono passati ventuno minuti dall’interruzione. Si riprende dopo sei round. Due giudici hanno pari, il terzo ha Holyfield avanti di due punti.
Teo ed io ci guardiamo negli occhi, ci sembra di essere dentro un film. Fatichiamo a credere che sia tutto vero.
Jim Lampley dice ai microfoni di HBO: “Un disastro monumentale”. Non contento aggiunge: “Una mostruosità”.
Demi Moore chiede a Shelly Finkel che l’ha invitata alla riunione: “Fan Man fa parte dello show?”
Il promoter risponde senza scomporsi: “Assolutamente no”:
L’incontro si chiude dopo dodici emozionanti riprese. Eddie Futch, 83 anni, maestro di Bowe, si accascia su una sedia a bordo ring. Gli danno subito l’ossigeno, arriva un’altra barella, poi un’ambulanza corre  verso l’ospedale. Stavolta si va all’Universital Medical Center.

Dodici ore dopo, il bollettino medico rassicura tutti.
“Le condizioni del signor Eddie Futch e della signora Judy Bowe non destano preoccupazioni”.
James Miller lascia l’ospedale. Viene preso in consegna dalla polizia di Las Vegas. Si rifiuta di spiegare i motivi di quel gesto folle. Esce dietro una cauzione di 200 dollari, l’accusa è “volo pericoloso”.
Non si sa nulla dei due compagni di avventura.
Un giornalista dell’Associated Press prova a chiamarlo a casa.
Gli risponde la segreteria telefonica, il messaggio è registrato.
“Ehi ragazzi, pensate davvero di avere scritto cose sensate? Mi spiego meglio: perché mai dovrei saltare da un ponte con il telefono in mano? Sarebbe davvero stupido. E poi, mi avete chiamato fifone. Non sono un fifone. Forse però, sarebbe meglio se mi gettassi dal ponte. Se sopravviverò, vi chiamerò. Dove sono? Uno-due.tre, aiieeeee!”
Non credo che il ragazzo stia bene.

La CNN riesce a farlo parlare davanti a una telecamera.
Poche parole.
“Sono un Fan Man. È questo il mio stato sociale”.
Si è cucito addosso l’etichetta con cui sarà riconosciuto nei prossimi anni.
Fan Man è appena diventato un personaggio, non appartiene più alla realtà, fa parte della televisione, dei giornali, delle chiacchiere della gente.
Provo a rintracciarlo chiamando la Scuola di Paracadutismo di Las Vegas.
Anch’io ricevo un messaggio registrato.
“Il signor Miller sta esaminando le varie proposte, deve ancora decidere quando e con chi parlare. Ogni quesito deve essere inviato via fax alla scuola”.
Rock Newman, il manager di Bowe, vorrebbe che l’accusa si trasformasse da “volo pericoloso” a “tentato omicidio”.
“Ha colpito alla testa uno dei miei ragazzi, credo ci siano gli estremi per quell’accusa”.
Holyfield fatica a dimenticare.
“Quando l’ho visto, mi sono spaventato. Non conoscevo le sue intenzioni. Un lampo mi ha attraversato la mente, ho temuto potesse ripetersi quello che era accaduto a Monica Seles”.
Evander Holyfield alla fine il mondiale lo vince. Lo fa assumendo le vesti del grande musicista. Il senso del ritmo è l’elemento determinante dell’operazione. Un match intero a media distanza, un incontro in cui interpreta alla perfezione lo spartito che ha preparato.
Entra nella guardia del rivale per tirare in veloce sequenza i colpi, per poi uscire in tempo ed evitare la reazione. Quando serve, accetta anche il corpo a corpo, rimettendoci sempre qualcosa, ma mai in modo determinante. I cinque chili in più gli servono per aumentare la consistenza dell’azione e non ne limitano la facilità di movimento.
Bowe appare lento, incapace di togliere l’iniziativa allo sfidante, si trascina senza lampi lungo un match che non riesce mai a comandare. Le rare volte in cui riesce a imporre la sua volontà, a far scattare la combinazione destro dritto/gancio sinistro, per Evander sono guaii.
È un combattimento duro, a volte cattivo. L’undicesimo round è il migliore di Holyfield. Ma quando ci si aspetta un’ultima ripresa tutta per lui, viene fuori il campione. Liberatosi dell’assillo di dover conservare energie, prova a chiudere l’incontro nell’unica maniera che gli permetterebbe di salvare il titolo. Il ko però non viene, anche se la sua azione è finalmente consistente.
Al match i media riservano poca attenzione e nessun riconoscimento.
L’intera sceneggiata del parapendio viene invece proclamata da The Ring, Evento dell’anno 1993.