Elio Ghelfi ci ha lasciato, la boxe perde un grande maestro

Questo paese sconosciuto
da cui nessun viaggiatore è tornato.
(William Shakespeare)

 

Elio Ghelfi, pugile, maestro, manager,
è morto a Rimini. L’1 giugno avrebbe
compiuto 83 anni.

C’eravamo persi di vista. Dopo avere vissuto accanto cento avventure, non riuscivamo neppure a scambiare due parole al telefono.
Di Elio Ghelfi mi porto dietro i ricordi, il suo accento riminese, la bravura all’angolo,  la saggezza tattica, il talento sul piano tecnico, le confessioni e le smentite. È stato il maestro di tanti ragazzi, talenti assoluti, campioni, grandi lavoratori. Da ognuno ha tirato fuori il meglio.
Metterli in fila è come recitare una di quelle filastrocche che si imparano a scuola da bambini.
Righetti, Pira, Loris Stecca
Zavatta, Maurizio Stecca, Cevoli
Cavina, Mulas, Masini, Minchillo
Damiani, Morri, Palmiero
Mastrodonato, Di Napoli, Santo Serio
Mi scuso per quelli che non ricordo, ma in questo momento non credo di essere tanto lucido.
L’ho incontrato nel secolo scorso, nella palestra della Libertas Rimini, sotto lo stadio. Sulla spalla aveva un asciugamano rosso. Quell’asciugamano glielo aveva regalato Helenio Herrera, all’epoca allenatore della squadra romagnola. Lui l’ha portato in giro come amuleto portafortuna. Ha funzionato. Quell’asciugamano l’ho rivisto in ogni città del mondo ci abbia poi portato il pugilato degli anni d’oro.
Al mondiale di Loris a Milano contro Leo Cruz, a quello di Maurizio contro Pedro Nolasco, all’avventura di Detroit di Luigi Minchillo impegnato nella sfida mondiale contro Thomas Hearns. E qui mi fermo un attimo, perché di quei giorni ricordo con grande affetto un episodio.

Eravamo nella città della Motown, di Aretha Franklyn. Eravamo scesi nel club sotto l’albergo che ci ospitava. Elio, suo figlio Ivan ed io. Si faceva fatica a vedere qualcosa, procedendo a tentoni eravamo riusciti a trovare tre sedie e un tavolino. Avevamo ordinato da bere a un cameriere che sembrava avesse un radar incorporato tra gli occhi. Ottima musica. Quando si era per un attimo accesa la luce avevamo scoperto che di jazz o rhythm and blues agli altri frequentatori importava poco. Li ricordo poco attenti, occhi dilatati, equilibrio precario. Noi tre ci eravamo scambiati un’occhiata, neppure una parola e appena la luce si era spenta di nuovo ci eravamo persi di nuovo nella magia di quelle note.
Elio aveva molti interessi. Mi avrà ripetuto cento volte che il suo sogno era quello di mettere su un posto in cui si potesse ascoltare buona musica e comprare ottimi libri. Ci ha pensato su per una vita. Il suo grande amore restava comunque il pugilato. L’aveva praticato da ragazzo alla fine degli anni Cinquanta. Poi, grazie ad Aroldo Montanari, aveva scoperto la sua vocazione all’insegnamento.
Maestro di boxe, un grande tecnico, nel finale di carriera avrebbe fatto anche il manager con il grande Giovanni Parisi.
Bravo in palestra, all’angolo diventava uno psicologo che riusciva a entrare in empatia con i suoi pugili.

A lui devono molto in tanti. Credo due su tutti, Alfio Righetti e Luigi Minchillo.
Righetti lo ha portato in grandi condizioni alla semifinale mondiale contro Leon Spinks. Il vigile riminese ha perso con onore, l’altro è andato a battersi e addirittura a vincere contro Muhammad Ali.
Minchillo all’inizio aveva una strana postura, il busto era molto inclinato in avanti. Da quella posizione era difficile portare colpi importanti. Ma Luigi aveva un carattere di ferro. Un po’ alla volta, dando l’anima in palestra, era riuscito ad acquisire una posizione migliore. La sua incredibile forza di volontà e la pensantezza dei colpi aveva fatto il resto. Ha battuto campioni come Luis Acaries e Maurice Hope. Ha affrontato Hearns, Roberto Duran e Mike McCallum.
Con i fratelli Stecca il maestro Ghelfi aveva un rapporto diretto. L’ho visto con le lacrime agli occhi nello spogliatoio del Palasport di Milano la notte in cui Loris è diventato campione del mondo. L’ho scoperto mentre si tirava su con l’indice della mano destra cento volte di seguito gli occhiali mentre Icio affrontava le sue battaglie, era un segnale di nervosismo ma anche di concentrazione. A quei due grandi talenti teneva da impazzire.

Con Francesco Damiani ha conquistato un altro mondiale, quello dei pesi massimi nella versione WBO. Il romagnolo ha battuto DuPlooy in una magica notte siciliana ed è diventato il solo, assieme a Primo Carnera, ad avere conquistato il titolo della categoria regina.
Era legato a doppio filo a campioni e uomini di valore. Aveva una battuta per tutti.
Gli ho voluto bene. Poi, ci siamo persi di vista. Fino a un’ora fa quando mi ha telefonato Flavio Dell’Amore e mi ha dato la notizia. Così, in un secondo ho rivisto gli anni della giovinezza sfrecciare davanti ai miei occhi.
Elio ed io a Portorico, Las Vegas, Milano, Siracusa, Detroit e in mille posti ancora.
I suoi ricordi li ha fissati in un libro, “Con i miei sogni all’angolo del ring”. Me ne ha regalato una copia il 2 novembre 2002, lo so perché la data è scritta nella dedica. Poco dopo ognuno ha preso la sua strada.

Adesso che se ne è andato per sempre, come spesso accade, mi pento di non avere fatto qualche telefonata per riallacciare il rapporto. Ma la vita è questa. In un periodo in cui siamo condannati alla solitudine e circondati dalla paura, la commozione arriva più facilmente e solo così riusciamo a capire quanto conti un rapporto tra uomini uniti da ricordi felici.
Ciao Elio, sei stato all’angolo di campioni del mondo, campioni d’Europa, di pugili che hanno riempito di talento la palestra della vecchia Libertas Rimini. Il pugilato italiano perde un altro pezzo della sua storia, un grande maestro.
Righetti, Pira, Loris Stecca
Zavatta, Maurizio Stecca, Cevoli
Cavina, Mulas, Masini, Minchillo
Damiani, Morri, Palmiero
Mastrodonato, Di Napoli, Santo Serio…

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