HALL OF FAME. Mazzinghi, quella notte a San Siro il guerriero diventa leggenda…

HALL OF FAME ITALIA 2. continua
Le storie dei sei personaggi che, il 26 ottobre a Castrocaro Terme, entreranno a far parte della Hall of Fame Italia.

Il protagonista di oggi è Sandro Mazzinghi.

 

Il mondiale vinto contro Dupas, la rivalità con Benvenuti, la corrida contro Ki Soo Kim. Il trionfo… 

di Dario Torromeo

La telecamera lo riprende da dietro le spalle.
Lui avanza muovendo ritmicamente il corpo. Passettino dopo passettino chiude ogni via di fuga al nemico, lo schiaccia contro le corde, lo bracca, lo costringe a rifugiarsi all’angolo per tentare una disperata difesa.
Cambio di inquadratura, ora la ripresa è frontale.
Ha lo sguardo deciso del guerriero senza paura. Punta il rivale, ma senza fretta. Tira decine di colpi, serie infinite. L’altro se ne sta lì con un solo pensiero nella mente.
“Signore, fa che questo ciclone scatenato finisca in fretta”.

Jab sinistro, gancio destro.
Montante destro.
Gancio sinistro, ancora gancio sinistro.
Saltella sulle gambe. Le spalle si muovono lentamente, seguono un ritmo che viene da lontano. Ascolta una musica che solo lui può sentire.

Sandro Mazzinghi concepiva il pugilato come una battaglia che ignorava il passo indietro. I match erano corride, ma senza toreri. Solo due tori lanciati l’uno contro l’altro fino a quando uno dei due non cedeva. E quasi sempre era l’altro a chiudere sconfitto.
Un guerriero a cui madre natura aveva regalato forza, resistenza, temperamento. Non c’erano pause nella sua boxe. La sofferenza era un mezzo per arrivare, non una pena da pagare.
Non si fermava mai Sandro. Ricordava le notti insonni, le mattine cominciate pensando al pane che non c’era, le ore di lavoro che lo attendevano. Era un bambino, se ne stava nei campi a sgobbare senza chiedere riposo, senza lamentarsi.
Diventato grande, continuava a lottare.
Come poteva temere un avversario? Come poteva spaventarsi per la fatica di quindici riprese a tutta?

Finta, rientra.
Jab sinistro.
L’altro sbarella.
Un altro jab sinistro.
Diretto destro, gancio sinistro.
Non si ferma fino a quando l’avversario non crolla al tappeto.

Guido era il fratello, l’amico, il secondo padre, il compagno, il maestro. E tante altre cose ancora. Sandro, una furia sul ring, aveva bisogno di qualcuno che gli camminasse accanto, che gli regalasse sicurezza, che gli facesse capire quali fossero i pericoli da evitare.
E Guido, che i pericoli non sempre li aveva evitati, faceva dei suoi errori il tesoro da offrire al pugile e all’uomo a cui voleva un bene infinito.
Vinceva, Sandro.
In una notte memorabile, nel settembre del ’63, metteva ko al Vigorelli di Milano l’australiano Ralph Dupas. Lo faceva nell’unico modo che conosceva.
Perché lui era quello che gli americani chiamano in-fighter, boxava all’interno della guardia dell’avversario, era un pugile dall’aggressione continua, sempre addosso al nemico, sparava continue raffiche e intense combinazioni di ganci e montanti. Agiva meglio a distanza ravvicinata perché era spesso di statura più bassa dei rivali. Schivava i colpi e si infilava nella guardia dell’altro, si abbassava fino alla vita per passare sotto o di fianco ai pugni che il campione tirava illudendosi di spezzare quell’avanzare continuo. Le schivate di Sandro facevano andare a vuoto Dupas, ne provocavano lo sbilanciamento.

Nel raccontarlo sono costretto a prendere tempo, a concedere pause. Lo faccio con una virgola, un punto, spezzando così il ritmo della narrazione. Lo faccio perché ho paura di fiaccare chi mi sta leggendo. Lui sul ring non aveva di queste preoccupazioni.
Un colpo, poi un altro, un altro ancora.
Difendeva il titolo nella rivincita in Australia. Con lui c’era il manager di sempre, Adriano Sconcerti. Piccolino, accento smaccatamente toscano, scuro e perennemente imbronciato. Un’altra figura di riferimento, un approdo sicuro.
Sandro vinceva ancora contro Tony Montano e Fortunato Manca.

Poi, la tragedia. La vita lo colpiva a tradimento. In un incidente stradale, mentre tornava verso casa in una notte di gelo. Lungo la strada che da Altopascio va a Bientina, la macchina perdeva aderenza sull’asfalto viscido. La nebbia avvolgeva la scena. Un’altra curva, un piccolo dosso. Il freddo aveva trasformato in un sottile strado di ghiaccio la pioggia che non smetteva di scendere.
La macchina sbandava, era impossibile controllarla. Lo schianto. L’auto si avvolgeva attorno al fusto di un pioppo.
Vera moriva sul colpo.
Sandro l’aveva sposata appena dieci giorni prima. Un’angoscia terribile, un dolore fortissimo.

Si riprendeva a fatica. Ma aveva bisogno di tempo per recuperare. Aveva ferite profonde. Non nel fisico, ma nella mente .
Il 18 giugno del ’65 arrivava Nino.
La rivalità era enorme, infiammava l’Italia. Se ne parlava al bar, in strada, al lavoro, sulle spiagge e in montagna. I giornali erano pieni di storie che raccontavano quei due campioni, così diversi nell’affrontare la vita e lo sport.
Benvenuti vinceva il primo match per ko. Il secondo se l’aggiudicava ai punti, anche se quel risultato lasciava in tutti un dubbio che neppure oggi, cinquant’anni dopo, è stato cancellato.
Una sconfitta dura da incassare.
Sconcerti sceglieva la strada della ripresa, l’Europa era il terreno da battere. Leveque, Hogberg, Rolland, Swift e Gonzales.

 

Il 26 maggio del ’68, c’erano quarantamila paganti sugli spalti dello stadio San Siro di Milano per il mondiale contro il coreano Ki-Soo Kim.
Un match senza porsi un dubbio, abbandonando fin dal primo gong l’idea che potesse esistere un solo secondo di tregua nello spazio dei quindici round. Quei tre minuti erano lunghi come una vita all’inferno.
Al suono dell’ultimo gong Sandro si scopriva felice. Aveva vinto, era tornato campione del mondo. La corrida era finita e lui alzava le braccia al cielo ringraziando il Signore e chi l’aveva accompagnato fin lì.

Pesti, stanchi, sanguinanti. Distrutti dalla fatica dei colpi dati e subiti, i due protagonisti posavano per una foto dal sapore romantico. Testa contro testa, sguardo rivolto alla macchinetta. Le mani accarezzavano il volto di quello che fino a poco prima era un nemico da distruggere e adesso diventava il compagno di viaggio nel lungo e difficile cammino della boxe e della vita.

Oggi Sandro vive in una villetta a Cascine di Buti. A fargli compagnia, a dargli coraggio quando gli acciacchi dell’età sembrano avere la meglio, c’è una famiglia che si è stretta con infinito amore accanto a lui.
La moglie Marisa, i figli David e Simone sono il presente e il futuro. Non è mai solo, l’amaro tante volte masticato appartiene al passato.
Non ha rimpianti, a dargli forza c’è la consapevolezza di avere scritto la storia. Quella del pugilato, è vero. Ma in alcuni momenti anche quella di un’Italia, parlo degli anni Sessanta, che sembrava essersi innamorata delle contraddizioni. Godereccia e provocatoria, capitalista e contestatrice, assopita e rivoluzionaria.
Un’Italia che Sandro ha attraversato da protagonista.

SANDRO MAZZINGHI
(3 ottobre 1938)
64-3-0 (42 ko, 61%)

Debutto: 15 settembre 1961

Ultimo match: 4 marzo 1978

Mondiali

7 marzo 1963 Ralph Dupas + kot 9
2 dicembre 1963 Ralph Dupas + kot 13
3 ottobre 1964 Tony Montano + kot 12
11 dicembre 1964 Fortunato Manca + p. 15
18 giugno 1965 Nino Benvenuti – ko 6
17 dicembre 1965 Nino Benvenuti – p. 15
26 maggio 1968 Ki-Soo Kim + p. 15
25 ottobre 1968 Fred Little NC 8

2. continua (già pubblicato Primo Carnera di Gualtiero Becchetti, prossima puntata Bruno Arcari).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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