La vita l’ha colpito basso, ma Sims il Mago è riuscito a vincere la sfida

Quindici miglia, senza mai cambiare direzione, lungo la Washington Street che diventa Interstate 40 non appena usciamo dalla città.
Fabbriche, desolazione, campi da basket, pubblicità, una Chiesa Battista.
Attraversiamo la piatta provincia americana, a me sembra priva di colori, uno spettacolo in bianco e nero.
Il taxi supera la deviazione che porta all’Aeroporto Internazionale, ancora cinque miglia e giriamo in Morgan Street.

Eccolo, adesso ce l’abbiamo davanti. È il Plainfield Youth Center, il carcere di media sicurezza che ospita 1240 detenuti, tra cui 800 bianchi.
A pochi minuti di macchina c’è la Moschea, il Centro Islamico più grande del Nord America.
È questo il ricordo che mi torna alla mente quando Plainfield entra nel mio raggio d’azione. Il gelo di quel mattino, centinaia di giornalisti, l’uscita dal carcere, poi la preghiera assieme a Muhammad Ali e Tyson. Ero lì per la liberazione di Iron Mike e di Plainfield ho visto solo quello che ho appena raccontato.
Anthony Sims jr, 24 anni, a Plainfield ha vissuto i primi anni dell’infanzia. Genitori che lo amavano, sorelle che lo coccolavano.

BANG!
Un incidente di macchina, un gran botto e Anthony senior se ne è andato per sempre.
Junior aveva sei anni, era appena diventato orfano di padre.
Un colpo così è duro da subire, senti un gran vuoto dentro. Col tempo capirai che la ferita non si può rimarginare, che quell’angoscia ti farà compagnia per sempre, che inseguirai in ogni volto di anziano l’immagine del tuo papà anche se sai che non potrai mai trovarlo. Piangi fino a quando non hai più lacrime e la notte pensi solo a quell’uomo con cui hai giocato troppo poco.
Il tempo a volte attenua la disperazione.
Ma solo se riesci a sconfiggere la rabbia che ti mangia il cuore.

Junior di quella rabbia diventa invece schiavo.
Improvvisamente non riesce più a leggere, diventa balbuziente, a scuola per dialogare con gli insegnanti usa una lavagnetta dove scrive le risposte. Diventa un ragazzo difficile, lo mettono in una classe speciale. Non basta. La depressione è dietro l’angolo.
ToHana Capler, la mamma, cerca di stimolarlo. Prova a farlo reagire. Ma lui si lascia andare, cerca di evitare ogni contatto con la realtà, meglio rifugiarsi nella solitudine.
Un giorno urta involontariamente la bicicletta di un compagno e quello lo picchia, lo pesta come se non ci fosse un domani. La mamma lo porta in una palestra di pugilato, spera impari a difendersi, sogna riesca a recuperare la capacità di lottare.
Diventa più reattivo, ma continua a sentirsi solo. ToHana gli sta sempre accanto, lo stimola, lo incita, gli racconta cosa sia la vita e quanto da questa lui possa ancora avere. Ma a Junior sembra che il mondo si sia coalizzato contro di lui. Che il maestro di boxe cerchi in ogni modo di ostacolarlo, che gli amici lo evitino, che gli insegnanti l’abbiano preso di mira.
Il recupero psicologico è lento, la fiducia torna un poco alla volta, ritrova stimoli che non gli sembrava più di avere. Merito di mamma e della sua costanza, più che del pugilato.
A 18 anni partecipa ai Mondiali Youth a Erevan, in Armenia. ToHana è a bordo ring, è arrivata in aereo, il loro comune amico rapper 50 Cent ha pagato il biglietto. Anthony jr vola in semifinale, ma perde per squalifica.
Ha cambiato coach. Non c’è più il vecchio maestro che l’ha seguito sino a 11 anni, adesso lui è un talento e merita di più.

Si allena anche con Floyd Mayweather jr, che è suo cugino. Ma non riceve aiuti particolari.
“Tutto quello che ho, è tutto quello che Floyd Mayweather jr non mi ha dato” dirà qualche tempo dopo a una radio di Chicago.
Vince il bronzo ai Trial che portano all’Olimpiade di Londra 2012. Ha 17 anni, è il più giovane a salire sul podio.
Ha un record di 118-13, tutto procede per il meglio, il professionismo è alle porte. I tifosi lo chiamano “The magician”, il mago.
BANG!
Ha 20 anni quando riceve un’altra botta sulla testa.
Un amico, uno di quelli che gli sono più vicini, si uccide. Il mondo torna improvvisamente a essere un luogo brutto e oscuro.
È dura ma, ancora una volta con la mamma al fianco, supera anche questa.
Il 19 aprile 2014 esordisce tra i professionisti.
Lascia casa e si lancia nella grande avventura.
Parte per Las Vegas. Si porta dietro una valigia, 50 dollari e un piccolo computer che gli serve per studiare.
Poco tempo dopo firma per Don King. Lo allenano o l’hanno allenato Emanuel Steward e Freddie Roach. Tutti dicono che avrà un grande futuro.
Con King le cose non vanno come gli era stato promesso. Per liberarsi del contratto deve fare autentiche acrobazie legali. Alla fine la spunta.

Da un anno combatte per Matchroom di Eddie Hearn.
Il suo record è di 19-0, 17 ko di cui 10 al primo round.
Era un mediomassimo, ora si muove tra i supermedi.
“Sono alto 1.85, ero stanco di battermi contro avversari che erano tutti più alti di me”.

È un mancino che boxa in guardia normale, ha pugno potente e abilità difensiva. E veloce, il suo jab è uno dei migliori visti in circolazione. Ho guardato qualche match su YouTube e ne ho ricevuto una piacevole sensazione. Mi sembra un pugile antico, sul ring si muove sicuro e grintoso. Non spreca colpi e quando punta il bersaglio ha rapidità di esecuzione sufficiente per portare a casa il successo.
È in attesa della prima grande occasione.
Nel frattempo continua a combattere.
In ogni riunione riserva un posto nelle prime file di bordo. Quella sedia rimane sempre vuota. Ma a lui piace pensare che lì ci sia Anthony sr, il papà che non ha potuto godersi le soddisfazioni che questo figliolo era pronto a regalargli.
Come si fa non tifare per uno così…

 

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