Blandamura: Amo la boxe anche dopo un ko! Non si resta mai al tappeto…

Emanuele Blandamura ha trascorso la notte di giovedì alla Mater Dei. Dopo la sconfitta contro Marcus Morrison ha effettuato gli accertamenti richiesti dopo un ko violento. Ha salutato il gruppo dei parenti (zia Teresa, zio Moris, la cugina Giulia, papà Nicola e la compagna, zia Concetta, mamma Maria Teresa) e, accompagnato da Veronica e dalla mamma di lei, si è recato in clinica. Tutto bene, sospiro di sollievo.
Stamattina la prima sorpresa l’ha avuta aprendo l’account Instagram: più di milleduecento messaggi di tifosi che lo ringraziavano per le emozioni che aveva saputo regalare e lo riempivano di complimenti. Poi, decine di telefonate.

Lo chiamo.
Lele, come stai?
“Bene, anche se non ho ancora smaltito la rabbia per come è finita”.
Dopo un knock out così duro, cosa provi nei confronti del pugilato?
“Amore”.
Amore?
“È quello che ho provato in passato, provo oggi e proverò sempre. Per me la boxe è stata un’ancora di salvataggio, mi ha permesso di diventare il ragazzo che volevo essere. E questo non lo dimenticherò mai”.
Se qualcuno ti dicesse: hai subito un ko e ami ancora il pugilato, vuol dire che c’è qualcosa che non quadra in te. Cosa faresti?
“Lo prenderei per mano e lo farei salire su un ring. Poi scenderei e chiamerei il pubblico di ieri sera, uno per uno. Entrerei nel tunnel che porta alla platea e gli farei sentire l’annuncio di Michael Buffer, poi il boato della folla. Capirebbe cosa significa sentire sulla pelle l’amore della gente venuta lì per te, pronta a regalarti emozioni. A quel punto credo che anche lui si convincerebbe che il pugilato è amore”.
Spiega il concetto anche sul suo account Instagram.
“L’emozione che ho provato mentre entravo al Foro Italico è stata immensa: mi sono sentito come un grande capo Sioux pronto ad affrontare la battaglia per la sua tribù. Non si può sempre vincere, bisogna esserne consapevoli, ma non posso dimenticare il calore e l’affetto che mi avete dimostrato.
Sentire urlare il mio nome ad ogni colpo andato a segno, avvertire i vostri incitamenti al termine di ogni ripresa e vedere il vostro amore a fine incontro mi ha fatto capire di aver intrapreso la strada giusta tanti anni fa quando per la prima volta ho messo i guantoni e ho iniziato a praticare questa nobile arte. Perché il pugilato è prima di tutto testa. Ed è per quello che mi piace. La stessa testa che continuerò a tenere alta, guardando sempre il cielo e mai la terra. Non si resta mai al tappeto”.



Prima del match, come ti sentivi?
“Bene, in forma, preparato, fiducioso. Avevo avuto qualche doloretto. Schiena, gomito, spalle. Cose che capitano, inutile ricamarci sopra”.
A vedervi vicini sul ring sembrava che lui fosse molto più grosso di te.
“Non sembrava, era molto più grosso. Il WBC impone la pesatura due ore e mezzo prima del combattimento. Io al peso ufficiale ho segnato 72,550, ieri pomeriggio ho registrato 76,200. Morrison al peso ufficiale 72,050, poi 81,600! Ho affrontato un mediomassimo…”
Durante l’incontro c’è stato un momento in cui hai pensato: ce la faccio!
“L’ho pensato per tutto il match, sino al ko”.Cosa è accaduto nel finale di quella maledetta nona ripresa?
“Mi ha preso bene, pulito, forte, con la mano pesante. Mi sono ritrovato giù e in un lampo ho rivisto tutta la mia carriera passare davanti ai miei occhi. Mi sono rialzato, ho guardato l’angolo e ho aspettato che l’arbitro desse il segnale di boxe. Invece lui ha fermato l’incontro. Mi sono sentito come se mi avessero spezzato le gambe”.
Deluso?
“Certamente. Ma solo per il risultato, non per come sono andato. Credo di avere disputato un buon match, non ho mai mollato, ho retto sul piano del ritmo sino alla fine. Pensavo di essermi guadagnato la possibilità di chiudere il combattimento, di vedere se fossi riuscito a farcela, di andare ai punti e ascoltare la lettura dei cartellini. Poi è arrivato quel destro…”.



Veronica è saltata sul ring, in platea aveva sofferto da impazzire. Un lungo abbraccio fra le lacrime. Un gesto pieno di significati.
“Un gesto di grande amore. È la presenza più importante della mia vita, la persona che ho sempre cercato e finalmente trovato. Mi sta vicino delicatamente e prepotentemente. Non sono due termini in contrasto tra loro,  esprimono esattamente il suo modo di volermi bene”.
Ora cosa pensi di fare?
“Andrò in vacanza, partirò per il Sudafrica con Veronica. Andrò a visitare anche i posti dove mio nonno Felice è stato prigioniero di guerra, dove ha imparato l’inglese, dove ha sofferto. Nonno continua a essere una presenza continua per me. Non c’è giorno che non preghi per lui”.
La chiudi qui con la boxe?
“Ho bisogno di riflettere, di riposarmi. Poi capirò cosa voglio fare nella vita. Di sicuro il pugilato sarà presente nel mio futuro. Mi piace insegnare, mi piace lavorare con DAZN, mi piace restare in un mondo che amo profondamente. Mi ha salvato, devo essergli riconoscente”.
Sei soddisfatto della tua carriera?
“E perché non dovrei esserlo? Ho raggiunto traguardi importanti, campione europeo, sfidante mondiale. Non mi sono mai rifiutato di affrontare un avversario, mi sono misurato con i migliori. Non è un caso che io abbia sempre scelto di affrontare i più bravi, ho voluto mettermi in gioco per capire quello che sarei riuscito a fare. Ho incontrato i duri, perché è così che si cresce. Mi sono sempre battuto, senza mai risparmiarmi. È in questo modo che ho interpretato la professione. Sì, sono soddisfatto della mia carriera. Anche perché mi ha regalato emozioni forti. Come quella di entrare allo Stadio Nicola Pietrangeli e sentire che tutta quella gente era lì per me. Mi ha dato i brividi, è stata una sensazione meravigliosa. Ho regalato e mi hanno regalato emozioni. In fondo è quello che chiedevo allo sport”.



Lele, hai rivisto il match?
“Qualche spezzone di DAZN pubblicato in alcuni post su Facebook”.
E…
“Mi sono emozionato. Tutto qui”.
In bocca al lupo.
“Viva il lupo”.

 

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