È morto Troy Waters, sfidante mondiale di Rosi. Aveva solo 53 anni

La prima volta che ho parlato con lui è stato in una stanza d’albergo che sembrava essere stata appena travolta da un ciclone. Non c’era una sola cosa al suo posto. Troy Waters si era appena svegliato e rispondeva educatamente, ma con poca voglia, alle mie domande.

Eravamo a Saint Vincent. Il 27 ottobre dell’89, la sera dopo l’intervista, avrebbe sfidato Gianfranco Rosi per il mondiale Ibf dei superwelter. Di lui sapevamo tutti davvero poco.

Sapevamo che era nato in Inghilterra e da bambino era emigrato con la famiglia in Australia. Stop, fine delle informazioni. Internet in Italia era appena sbarcato e nessuno conosceva abbastanza quel sistema che in poco tempo ci avrebbe permesso di girare il mondo stando seduti nella nostra cameretta.

Andava ancora di moda l’incontro, l’intervista, lo scambio di informazioni dalla viva voce dell’interlocutore. E così Waters mi aveva raccontato di avere due fratelli, Dean e Guy. Tutti e tre erano diventati pugili nella palestra di Kulnura, sulla Costa Centrale dell’Australia. Mi aveva anche detto che era il padre ad allenarli. Ma per sapere che quel papà pretendeva davvero troppo dal terzetto, mi ero dovuto rivolgere a uno del gruppo.

Avevo così scoperto che il signor Cec era un duro e non ammetteva cali di tensione da parte dei figli. Sul ring e nella vita pretendeva sempre il massimo da loro. Questo non aiutava i rapporti interpersonali e non permetteva ai ragazzi di muoversi senza pesi sulle spalle quando dovevano affrontare un match.

Avevo chiesto a Troy un pronostico e lui mi aveva risposto che avrebbe vinto. Non aveva dubbi in proposito. Era sbarcato in Italia con un record di 14-1 e aveva solo 24 anni.

Anche io non avevo dubbi sulla vittoria di Rosi. Intervistato da Mario Guerrini per la Rai avevo espresso in modo netto le mie convinzioni. E questo non aveva fatto certo da buona promozione per l’evento. Rosi era una stella dell’Emittente di Stato, i suoi match avevano audience che si aggiravano mediamente tra i cinque e i sei milioni di telespettatori. Anche quella volta non era sceso sotto quei numeri.

Tranquilli e sereni noi giornalisti ci eravamo concessi anche una partita di calcio. Una galoppata su un campo a undici di Saint Vincent. All’ala destra, l’indimenticabile Teo Betti. Appena lo avevamo visto entrare in campo l’avevamo soprannominato l’uccellino, come il mitico Kurt Hamrin. Piccolo, scattante. Ma non certo resistente. La sua permanenza in campo non aveva superato i cinque minuti, uno stiramento agli adduttori della coscia destra l’aveva messo fuori partita.

La sera dopo Gianfranco Rosi aveva stravinto, come da pronostico: 118-110, 119-113, 117-111 i cartellini. Di quel match ricordo anche l’eleganza di Renzo Spagnoli che indossava con grande classe lo smoking. Ma ricordo soprattutto le signorine che avevano portato sul ring le bandiere: italiana per il campione, australiana per lo sfidante, statunitense per l’arbitro Tony Orlando. Le ricordo perché tra tutte e tre indossavano meno di un metro quadrato di tessuto.

Troy Waters ci avrebbe riprovato due volte: sconfitta per kot 3 in un tumultuoso incontro contro Terry Norris (un atterramento per parte, match fermato dall’angolo australiano per due ferite che spruzzavano sangue dalle sopracciglia del loro assistito), ancora una sconfitta per majority decision contro SImon Brown. In entrambe le occasioni in palio c’era il mondiale Wbc dei superwelter.

Waters aveva chiuso la carriera il 5 aprile del ’98 con un record di 28-5, 20 ko. Le altre due battute d’arresto le aveva subite contro In Chul Baek, futuro campione della Wba, per split decision e contro il mitico Felix Trinidad per ko 1. Era stato campione nazionale e campione del Commonwealth.

È morto questa mattina, venerdì 18 maggio, per leucemia. Aveva 53 anni appena compiuti. Lascia la moglie Michelle e due figli: Shontal di nove anni e Nate di tredici.

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