Il campione è ciccione, vecchio e lento. Ma fa ancora tanta paura…

La felicità sta nel viaggio
non nella destinazione
(Socrate, filosofo greco)

Atlantic City, 19 aprile 1991

Il legno della passeggiata a mare sembra lamentarsi, ma non per la pioggia che scende giù fitta da un paio d’ore. Il grido di dolore è per i passi di quel gigante che calpesta le tavole come se volesse distruggerle.

George Edward Foreman si mette in guardia e fa la faccia cattiva.

«Molti hanno detto che nella mia seconda carriera ho affrontato solo gente che si presentava sul ring con la bombola dell’ossigeno. È una bugia. Ho combattuto esclusivamente contro avversari che non respiravano da almeno otto giorni.»

Al Convention Center sfiderà per il titolo Evander Holyfield, un campione che ha quindici anni meno di lui.

Non c’è traccia di tensione sul suo volto. Da giovanissimo si è trovato al centro di una guerra che coinvolgeva dodici gang, cosa volete che sia un match di boxe?

«Mike Tyson è un birichino. IO ero un ragazzo cattivo.»

George, perché continui a combattere?

«Lo faccio perché le tasse mi stavano mangiando tutto. Perché aiutare i giovani costa. Perché sono stanco di raggranellare soldi chiedendoli alla gente. Ma forse lo faccio soprattutto per aiutare mio fratello Roy. Ha aperto una palestra di pugilato a Houston, insegna boxe ai ragazzi per toglierli dalla strada. Una volta ero lì. È entrata una donna con un giovanotto. Le ho detto: Signora, porti questo figliolo in Chiesa da me, ha bisogno di buone intenzioni più che di prendere e dare pugni sul ring. Se ne sono andati. Tre giorni dopo ho saputo che quel ragazzo è stato ucciso mentre cercava di rapinare un benzinaio. Beh, sono tornato a combattere proprio perché vorrei che non accadessero più storie così.»

Il mare si agita, sporco e nervoso. Uomini e donne continuano a bruciare soldi nei casinò.

Foreman sembra essere l’unico a sorridere. Ciccione, vecchio e lento, ma ancora capace con un solo pugno di stendere qualsiasi avversario.

Holyfield è avvisato.

Vado a vedere Big George che si allena al Trump Plaza.

Quattrocento spettatori paganti, risate, applausi e incoraggiamenti per lo show di un eterno giovanotto.

Finge di misurarsi con tre sparring, mangia un cheeseburger, scambia battute con il pubblico e formula indovinelli. Chi indovina riceve in regalo una maglietta.

Tutto per promuovere l’evento. Il vero allenamento lo fa in una palestra nella città vecchia. Ingresso vietato.

Nel suo futuro c’è il sogno di sempre, affrontare Mike Tyson.

Prima però dovrà battere Holyfield.

«Sono come la Cometa di Halley, come un’eclissi di sole. Potete vederla una sola volta nella vostra vita. Forza gente, comprate binocoli e telescopi. So che il clan di Holyfield ha studiato alcuni miei filmati. Errore. Come puoi studiare un miracolo? Io ho un sogno e nessuno mi impedirà di realizzarlo, neppure quel bravo ragazzo di Evander. Ha muscoli dappertutto, anche nelle orecchie e nelle dita dei piedi. Ma non potrà battermi.»

Holyfield non può perdere questo match.

Eppure eccomi qui per vedere se qualche colpo isolato di Big George andrà a segno, se la Cometa di Halley passerà per Atlantic City.

Al suono del gong, Foreman alza il testone pelato e si guarda intorno, poi lentamente si dirige verso il centro del ring.

La folla impazzita grida il suo nome facendo tremare le mura della Convention Hall. Diciassettemila persone in piedi rapite dal mito.

Si chiude il settimo round, quello in cui Holyfield capisce quanto facciano ancora male i pugni del vecchio campione.

Nell’ottava e nona ripresa il testone pelato di Foreman si trasforma nel punching ball di una palestra di periferia.

Oscilla il vecchio campione, ma non cede. Pericolosi fantasmi vanno a occupare la mente di Evander.

GE-O-R-GE

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urla Gene Hackman imitato da Sugar Ray Leonard.

GE-O-R-GE

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grida Kevin Costner e con lui ritmano quel nome anche Bruce Willis, Robert Duvall e Bon Jovi.

Sono in delirio, come l’intera sala.

Holyfield si sente offeso e stravolge il copione. Non si accontenta di vincere il match, cerca di chiuderlo prima del limite. Riesce a portare a casa la sfida, ma il cuore della gente è per il vecchio gigante.

Big George Foreman non rinuncia alla battuta.

«Continuate a chiedermi perché non mi sia seduto durante gli intervalli. Sono una persona anziana, se l’avessi fatto probabilmente avrei finito con l’addormentarmi.»

In nottata vola a Houston, al mattino ha un appuntamento a cui non può mancare.

Deve celebrare messa nella Chiesa di Nostro Signore Gesù Cristo.

Amen.

(tratto da “Il match fantasma” di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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