Gridava: Soy el campeón! All’alba si era ritrovato solo e triste nella città deserta

Erano da poco passate le 4 del mattino e io ero nel minuscolo camerino di Marvin Hagler.

Venti persone pressate in quei quindici metri quadri.

Il Meraviglioso parlava lentamente.

Aveva portato a compimento il piano con grande freddezza. Al quinto round era arrivata la prevedibile conclusione. Marvin aveva alzato il ritmo, le braccia si erano mosse con una frequenza superiore a quella delle riprese iniziali.

Prima ganci, poi montanti.

E per Obel la discesa nel burrone era diventata sempre più veloce. La firma sulla sfida era stato un gancio destro. L’ultimo, quello definitivo, il Meraviglioso l’aveva scagliato quando erano passati 2:30 dall’inizio del quinto round.

Obel era crollato al tappeto e l’arbitro Ernesto Magana aveva decretato il kot del venezuelano.

Marvin aveva subito fissato Leonard.

«Se sei veramente un mio amico, facciamo l’affare.»

L’altro gli aveva risposto senza pensarci tanto su.

«È Mike Trainer che firma per me.»

Tredici ore prima Obel aveva commesso l’errore più grande. Alle operazioni di peso era salito sulla bilancia, aveva alzato le braccia al cielo e aveva cominciato a urlare.

«Ehi Marvin sono qui. Il tuo uomo è qui. El campeón, soy el campeón.»

«Sei pazzo. La paura ti ha fatto impazzire.»

Pat Petronelli aveva guardato il suo pugile.

«È un uomo da due soldi.»

«Mi piacciono così, gli farò del male.»

Nulla faceva infuriare di più Hagler, che le esibizioni da sbruffone dei rivali prima del match.

Svuotato dalle fatiche per rientrare nei limiti della categoria, nelle ultime ventiquattro ore si era nutrito solo con due pere ed un grappolo d’uva, Fully era crollato al tappeto. Poi si era lamentato anche di presunte scorrettezze.

«Alla terza ripresa mi ha messo il pollice nell’occhio. Non ho visto più nulla. Sono stato costretto a stargli vicino e ho perso.»

Un’ora dopo il Mondiale, l’avevo incrociato in strada.

Era seduto sui gradini di un negozio chiuso, in una Sanremo che cominciava ad accogliere la luce del nuovo giorno. Accanto a lui c’era solo Mabel, la moglie.

Fulgencio Obelmejias piangeva, singhiozzava. Il volto, gonfio e martoriato dalle ferite, raccontava le sofferenze patite sul ring. Non si era neppure tolto l’accappatoio e la tenuta da pugile. Sembrava terribilmente solo, abbandonato anche dagli uomini che avrebbero dovuto riportarlo in albergo.

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