Viveva in una minuscola casa di cartone nella città dei campioni…

Non deve essere facile vivere a Tijuana.

È passato qualche anno dell’ultima volta in cui sono andato in questa popolosa città della Bassa Caifornia, appena dopo il confine degli Stati Uniti. Sapevo quanto fosse pericolosa, ne avevo avuto conferma quando l’agenzia che mi aveva dato in affitto una macchina non aveva voluto assicurarla per il Messico. Venivo da San Diego, meno di trenta chilometri a nord, avevo parcheggiato prima della dogana e attraversato il confine a piedi. Un’amica era venuta a prendermi e mi aveva portato in un ristorante a mangiare specialità locali. Non avevo quasi toccato cibo, ero terrorizzato. L’acqua, mi avevano detto, può contaminare qualsiasi cosa.
“Stai attento!”.

Dopo lei aveva insistito affinché vedessi il mercato.

Non so come sia l’inferno, ho la fortuna di non esserci ancora stato. Ma penso proprio che sia molto vicino a quel posto folle. Gente che urlava mentre qualcuno provava a prendermi per la maglietta. Voleva mostrarmi la sua merce, “la migliore del mondo” precisava e sembrava ci credesse davvero.

I negozi erano grotte buie, la mercanzia non invogliava a spendere. Non c’era un centimetro di spazio libero. Migliaia di persone camminavano senza sosta, come se non sapessero dove andare. Suoni forti, acuti riempivano l’aria senza soluzione di continuità. È questa immagine, quella di una confusione infinita, caciarona e colorata, che mi sono portato dietro da Tijuana.

Il Cartello di Sinaloa dettava legge, la guerra della droga produceva cadaveri in serie, 844 solo nel 2010.

Sì, deve essere difficile vivere a Tijuana.

Humberto Soto lo sa bene.

Non aveva soldi per mangiare, non trovava lavoro. Pensava che la boxe avrebbe risolto i suoi problemi, ma continuava a vedere nero, solo nero. Niente luce alla fine del tunnel. Lì non c’era futuro, meglio cambiare strada.

Era appena passato professionista e si era trasferito a Los Mochis, in una minuscola casa di cartone, quattro metri quadri con il pavimento di terra. Quella del campo dove aveva messo assieme le pareti con cartoni rimediati nei cassoni dell’immondizia davanti alle case dei ricchi.

La boxe l’aveva nell’anima. Tirava pugni da quando era all’asilo. A sette anni aveva già fatto il primo torneo. Aveva chiuso la carriera dilettantistica con un record di 52-8. a 17 anni era già un professionista.

Pugile il nonno, pugile il cugino Hugo Cazarez: campione Wbo dei minimosca, Wba dei supermosca.

Perché non avrebbe dovuto provarci anche lui?

Del resto era l’unica possibilità per guadagnare qualcosa. Poca roba, ma almeno poteva comprare cibo per sfamarsi.

Poi, come nelle favole, un incontro gli ha cambiato la vita.

Lo ha visto combattere Antonio Lozada, manager e promoter.

“Diventerai campione del mondo” gli ha detto e quelli attorno a loro hanno sorriso.

Armando Humberto Soto Ochoa campione del mondo lo è diventato davvero. E non una sola volta. Ha conquistato il titolo Wbc dei superpiuma, quello Wbc dei leggeri e (prima) quello Wbc interim dei piuma. Ha messo assieme un record di 66-9-2, 36 ko. Non ha mai perso la cintura sul ring, ma solo per salire di categoria.

E adesso finalmente sorride.

“La boxe mi ha dato un lavoro, i soldi per mettere il pane sulla tavola e un tetto sulla testa.”

Povero di nascita, non ha dimenticato il passato, non ha dilapidato i guadagni.

“Ho comprato una casa per mia madre, una per ciascuno dei miei tre fratelli. E, ovviamente, una per me. Non avrei mai immaginato che sarei andato ad abitare in un posto così bello. Devo dire grazie al pugilato, mi ha dato tutto.”

Humberto Soto ha 37 anni, da venti fa il professionista. Ha i capelli corti, baffi e pizzetto, viso tondo un po’ troppo in carne da pacioso compagno di giochi, sorriso accattivante. Sembra un innocuo e simpatico vicino di casa, è un guerriero che non si arrende mai.

Oggi l’ho visto nel video di una conferenza stampa che ha tenuto a Glasgow dove, il 3 marzo, affronterà Josh Taylor.

Lo scozzese nel 2017 ha affrontato Ohara Davis, imbattuto con un record di 15-0, e lo ha messo kot alla 7. Ha incontrato Miguel Vasquez, ex campione Ibf dei leggeri e con una performance di 7-1 nei match mondiali, e lo ha messo kot alla 9. Taylor insegue il match per il titolo, lo vuole entro l’anno.

Humberto Soto non si spaventa davanti a questi dati.

Se provate a dirgli che parte sfavorito, se tentate di chiedergli come affronterà il match, vi sentirete rispondere sempre e solo allo stesso modo.

“Sono messicano, sul ring noi combattiamo con il cuore e con l’anima.”

Continua a vivere a Los Mochis, la città dei campioni. Lì sono nati o hanno vissuto Jorge Arce, Hugo Cazares, Antonio De Marco, Fernando Montiel, Hugo Ruiz e tanti altri protagonisti della scena pugilistica.

Soto è a suo agio in quel contesto. Ha un passato di sofferenza e sacrificio, una lunga carriera di grandi sfide alle spalle. Non si spaventa per l’ennesima trasferta contro un giovane che ha dieci anni meno di lui.

Vinca o perda farà il suo dovere, come ogni messicano che salga su un ring.

“Sentiamo l’obbligo di vincere assieme al pubblico, per il pubblico. Io o l’altro non importa, l’unica cosa che conta è dare il massimo perché chi viene a vederci merita rispetto. E noi dobbiamo darglielo con un comportamento adeguato. Sul ring si combatte. È per questo che si sale lassù.”

Humberto Soto, salvato dalla boxe, non ha mai dimenticato la sua casa di cartone grande appena quattro metri quadri. Non tradirà mai il pugilato che l’ha strappato dalla miseria.

Advertisements