Sarah ha sconfitto il cancro, grazie alla boxe ha imparato a lottare. E adesso…

Sarah è una donna forte.
Quando le hanno detto che aveva un tumore al collo dell’utero ha pianto, ma è durato poco. Ha stretto i denti e ha deciso di lottare.
Poi le hanno spiegato che, anche se l’operazione fosse andata bene, non avrebbe potuto più avere figli.
Un altro duro colpo da incassare.
Ha cominciato a dubitare di avere un futuro.
L’operazione è andata bene. La vita ricominciava. Con un macigno sulla testa, ma ricominciava.
Era il 2011.
Due anni dopo ha voluto sfidare se stessa. Ha lasciato Brisbane, è andata a Canberra ed è entrata in una selezione di quaranta persone tra uomini e donne, il premio per i due vincitori era una borsa di studio. Sarebbero stati pagati per fare i pugili.


La storia di Sarah McFarlane l’ha raccontata il giornalista Eammon Tiernan sul The Canberra Times, a corredo del servizio le foto di Sitthixay Ditthavong.
Dice Sarah.
“Sembrava di essere in un campo di addestramento per marine. Appena arrivati ci hanno detto di chiamare casa e salutare i parenti, per alcuni giorni non ci sarebbe stato più permesso. Si sono fatti consegnare i telefonini, ci hanno dato dei numeri al posto dei nostri nomi. Ogni mattina chiamavano qualche numero e lo informavano che era fuori dal programma. Sono stati cinque giorni duri, ma alla fine ho sentito il mio numero. Ce l’avevo fatta. Avevo la borsa di studio”.
Detta così sembra facile. Ma questa donna ha dovuto lottare contro più problemi. La massa grassa del corpo era calata, si sentiva debole per colpa del cancro e delle terapie impiegate per sconfiggerlo. Più di una volta ha pensato che il suo futuro di atleta fosse finito. E per fortuna la diagnosi del tumore era stata precoce, l’operazione aveva scacciato l’incubo.
Quando è tornata in palestra dopo la selezione ha ricominciato ad allenarsi duramente. A spronarla c’erano le compagne, il coach e quattro nomi scritti sulle pareti del locale. I nomi dei pugili che avevano scritto la storia di quel posto.
Una vittoria dopo l’altra, fino alla conquista dei Golden Gloves.
Il pomeriggio dopo il successo è entrata nel ginnasio e ha pianto, stavolta di felicità.
Accanto ai quattro campioni ha visto scritto anche il suo nome.
Sarah McFarlane sarebbe stata lì per sempre.

Le sorprese non erano finite.
Nel 2015 si stava preparando a un torneo. Correva, lottava, sudava ma non riusciva a calare di peso.
Il combattimento era un vero supplizio, più per rientrare nel limite dei 54 kg, la sua categoria, che per misurarsi con le avversarie.
È andata dal medico.
“Signora, lei è in stato di gravidanza”.
“Non è possibile, io dopo l’operazione non posso avere figli”.
“Mi creda signora, lei è in stato interessante di nove settimane. Difficile che possa sbagliarmi”.
Il pugilato l’ha aiutata ad andare avanti, le ha insegnato a combattere. E ora i suoi sacrifici sono stati ricompensati dal dono più grande. Anche perché inaspettato.
“Il piccolo è nato ed è stato la cosa migliore che abbia fatto nella mia vita, anche se ha scelto il momento sbagliato per venire al mondo – scherza – Le ragazze si stavano preparando per l’Olimpiade di Rio 2016… Ma lui è stato il premio più bello che potessi mai vincere”.
Ha continuato ad allenarsi, ha sostituito lo sparring con le figure ed è andata avanti. Cinque settimane dopo il parto era di nuovo in palestra. I Giochi brasiliani li ha visti in Tv, ma adesso vuole recuperare il tempo perduto.
Il mese scorso ha sconfitto Adriana Smith, campionessa australiana dei 51 kg. Dovrà affrontarla di nuovo. È una sfida a due per un posto in squadra. In palio i Giochi del Commonwealth che si disputeranno ad aprile del 2018.
Sarah McFarlane non è una che si arrende facilmente.
Ha subito due ricostruzioni del ginocchio, la frattura della clavicola. Il tutto giocando a calcio.
Anche per questo è passata alla boxe, cercando uno sport che le offrisse la possibilità di sognare.
”Ho già avuto tanto, ma spero che non sia ancora finita”.

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