Quella di Daniel “Baby Face Assassin” Roman è una bella storia di boxe

Non so cosa sia passato per la testa di Daniel Roman quando è salito sul ring della Shimazu Arena di Kyoto, che poi è la città natale del suo avversario. A me piace pensare che gli siano tornate in mente alcuni immagini della fanciullezza, magari quelle brutte di tre compagni di classe che lo picchiano nel giardino della scuola.

Aveva otto anni Daniel, che già da allora amici e parenti chiamavano Danny. Dopo avere preso le botte, era tornato a casa pesto e in lacrime. Papà Josè Louis non aveva detto molte parole. Il giorno dopo l’aveva portato alla Hoover Gym, una palestra di boxe.

“Danny, voleva che imparassi a picchiare?”

“No. Voleva che imparassi a difendermi”.

Ma al ragazzo piaceva il calcio, giocare a pallone lo rendeva felice. Il pugilato era poco più che un hobby. Un poco alla volta però quel passatempo lo ha conquistato.

A undici anni il primo match, una carriera dilettantistica senza risultati eclatanti ma chiusa con un soddisfacente 60-12-0. Il passaggio al professionismo nel 2010, quando di anni ne aveva venti.

Oggi ha anche un nome di battaglia, lo chiamano “The Baby Face Assassin”.

“Perché?”

“Ho la faccia da bravo ragazzo e lo stile di un uomo senza paura”.

È nato nella zona sud di Los Angeles, da tempo vive a Garden Grove: nell’Orange County a 55 chilometri da LA. Una cittadina di 172.000 abitanti, tra i nomi noti che l’hanno frequentata o lì hanno vissuto ci sono quelli dell’attore Steve Martin, la grande dell’atletica Mary Decker, il nuotatore Gary Hall jr. Ora penso proprio che il comune dovrà aggiungere un nome alla lista.

Sabato notte (ora di Kyoto, in Italia era pomeriggio) Daniel Roman ha sconfitto per kot dopo 1:21 della nona ripresa l’imbattuto campione Shun Kubo (12-0, 9 ko prima della sfida). Lo ha messo due volte al tappeto, era chiaramente avanti sui cartellini dei tre giudici dopo otto round (80-70, 80-70, 79-72). Ha vinto ed ha conquistato il titolo Wba dei supergallo.

La categoria ha il limite a 122 libbre, 55,338 chili. A questo punto mi sono chiesto come faccia a starci dentro Kubo, il giapponese è infatti alto 1,75! Un segaligno a cui spuntano le costole ogni volta che deve salire sulla bilancia per le operazioni di peso ufficiali.

Daniel è dieci centimetri più basso. Ma non lo ha sentito certo come un limite.

L’occasione del resto ha dovuto guadagnarsela nel tempo, passo dopo passo.

L’aveva promesso a se stesso, rientrando negli spogliatoi quel 18 agosto del 2013, data della sua seconda e ultima sconfitta. Aveva perso di stretta misura (75-77 per tutti e tre i giudici) contro Juan Reyes in otto riprese.

“È l’ultima volta che accade. Da adesso in poi ci saranno solo vittorie, fino a quando non arriverò al mondiale.”

Qualcuno nello spogliatoio aveva spostato leggermente avanti e indietro la testa in segno di approvazione. Più per simpatia che per convinzione.

Ma Danny credeva davvero alle sue parole.
E ci credeva anche Eddie Gonzalez, il coach di sempre.

Erano seguite quattordici vittorie di fila, cinque prima del limite. Aveva sconfitto Christian Esquivel, Christopher Martin, il numero 3 della classifica Wba Adam Lopez (16-0-1, 8 ko al momento del match). Pensava di avere convinto tutti, anche perché quella con Lopez era stata etichettata come una vera e propria semifinale per guadagnarsi la qualifica di sfidante.

Ma la Wba spesso si dimentica delle promesse fatte.

Per la cintura erano così saliti sul ring il detentore Nehamar Cermeno e Shun Kubo, che aveva vinto.

“Danny, quali sono i tuoi idoli pugilistici?”

“Facile risposta. Chavez, Hagler, Leonard, Finito Lopez, Salvador Sanchez e Liston”.

Nomi importanti, fuoriclasse assoluti, gente che ha scritto la storia della boxe. Ma c’è un’indicazione che mi ha colpito. Non sono in tanti a inserire Sonny Liston tra i propri idoli di sempre. È il segnale giusto per capire meglio chi sia Daniel Roman. A lui piace la battaglia, viene avanti a cercare la vittoria, sente suo il premio finale. E non si arrende mai.

È così che ha distrutto Kubo e si è preso il titolo.

Quando ho letto la notizia della vittoria, mi sono incuriosito. Sono così andato a cercare notizie più dettagliate sul neo campione. È stato faticoso trovarne.

“In realtà, sino al match con Lopez mi conoscevano solo a Los Angeles. Ora spero di avere acquisito qualche tifoso in più”.

Uno di sicuro l’ha conquistato. Dopo il frastuono mediatico di Mayweather vs McGregor, avevo probabilmente bisogno di un angolo di pace. Uno spicchio di pugilato dove non ci sono soltanto protagonisti da prima pagina. Mi sembrava giusto regalare un articolo a chi lo spazio se lo è conquistato con i pugni, non con i soldi e le parole.

Non conosco Daniel “Baby Face Assassin” Roman, ma la sua storia mi sembra abbia un sottilissimo confine con la favola. La linea di demarcazione è il pugilato, uno sport in cui raramente si parla di favole. Sacrificio in palestra, sangue, sudore e lacrime, resistenza al dolore, coraggio. Non sono elementi dei racconti che le nonne fanno davanti al camino. Ma io sono un inguaribile romantico e il successo di questo ragazzo alla prima avventura lontano dagli Stati Uniti mi ha colpito.

Per questo ho voluto raccontare una parte della sua storia, quella che conosco.

Non so cosa sia passato per la testa di Daniel Roman quando è salito sul ring della Shimazu Arena di Kyoto, che poi è la città natale del suo avversario. A me piace pensare che gli siano tornate in mente alcuni immagini della fanciullezza, magari quelle brutte di tre compagni di classe che lo picchiano nel giardino della scuola…

 

 

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