Una foto su Facebook risveglia il ricordo di una tragedia…

L’idea di scrivere l’articolo mi è venuta quando ho visto un post su Facebook. Quella foto ha riportato alla mente vecchie memorie, storie tragiche. Ho deciso di raccontarle.

La povertà è la mia maestra.

Duk Koo-Kim l’aveva stampato sul paralume accanto al letto, nella sua stanza. Era un motto che voleva sempre tenere a mente.

Lui non aveva dimenticato.

A due anni aveva già perso il papà. La mamma si era risposata più volte, ma senza mai trovare la pace.

Aveva fatto il lustrascarpe, il contadino, l’aiuto panettiere.

Era il più piccolo di cinque figli e aveva visto la madre chiedere cibo per sfamare la famiglia.

Non si era vergognato, la fame era più forte dell’orgoglio.

Diventato giovanotto Duk Koo-Kim aveva forzato le tradizioni. I pugili sudcoreani non dovevano avere legami sentimentali, l’amore era considerato un segnale di debolezza. Ma il sentimento che lui provava per la dolce Lee Young-Me era travolgente.

Quando era partito per gli Stati Uniti lei era incinta di due mesi e non aveva potuto salutarlo pubblicamente. La relazione doveva essere tenuta nascosta.

Sognava una famiglia numerosa, una bella casa, tanti regali da fare alla sposa. Era voltato in America dopo avere firmato il contratto che gli garantiva 20.000 dollari di borsa. E sessantamila di assicurazione in caso di tragico incidente.

Andava a sfidare Ray Boom Boom Mancini, 250.000 dollari di compenso. Una macchina da pugni, l’idolo delle folle, il campione Wba dei leggeri. Un italo americano con il papà Lenny originario di Bagheria, in Sicilia.

Si erano affrontati sul ring del Caesars Palace il 13 novembre dell’82.

Una battaglia feroce, senza soste.

Si erano scambiati colpi forti, a volte proibiti, quasi sempre devastanti. Nel terzo round Mancini si era infortunato alla mano sinistra, all’angolo sospettavano una frattura. Nella tredicesima ripresa aveva scagliato sul coreano trentanove colpi senza riceverne alcuno in risposta. Poi l’altro aveva ricominciato a scambiare. E la guerra era andata avanti.

Diciannove secondi dopo l’inizio della quattordicesima un diretto destro, giunto alla fine di una combinazione, chiudeva la storia.

Mancini esultava assieme ai genitori, ignaro della tragedia incombente.

Un’ambulanza trasportava Duk Koo-Kim verso il Desert Spring Hospital. Era in coma. Un’emorragia cerebrale lo stava lentamente rubando alla vita.

Il professore Lonnie Hammergreen lo operava, toglieva 100 cc di sangue dall’emotoma sottodurale che si era formato nella parte destra del cervello.

Uscito dalla sala operatoria dopo due ore e mezzo di intervento veniva tenuto in vita solo da una macchina che gli permetteva di respirare artificialmente.

Moriva il 17 novembre dell’82.

Aveva 23 anni.

La mamma volava da Seul a Las Vegas per essere accanto al figlio e dare il consenso per staccare i macchinari.

Padre Tim O’Neal, consigliere spirituale della famiglia Mancini, celebrava una messa in ricordo dello sfortunato pugile nella cappella del Tropicana Hotel.

Lui è morto una sola volta, io mi sento come se morissi ogni giorno. Se sei un pugile, provi rispetto per qualsiasi altro pugile e io ho tutto il rispetto del mondo per questo ragazzo. Sono devastato. Sono molto triste per quello che è accaduto, mi fa male perché faccio parte di questa tragedia. Sono cristiano e ho pregato per avere le risposte alle domande che la mia mente continua a farsi. Ho fatto ricorso alla mia fede per andare avanti. Potrebbe essere tranquillamente toccato a me e chi può giurare che la prossima volta non sia io la vittima? Non dico che mi rititerò, ma in questo momento non ho alcuna voglia di pensare ai prossimi match. Ho visto quello che è accaduto al signor Kim. Ho bisogno di tempo per guarire” confessava il campione.

Telefonavo a Rodolfo Sabbatini che era con lui a Las Vegas. Mi raccontava di un Mancini distrutto, piangente, in crisi profonda.

Bob Arum proponeva di fermare la boxe, di far fare a un gruppo di medici specialisti uno studio specifico sui colpi subiti, di adottare il casco protettivo, di aumentare il peso dei guantoni.

Il World Boxing Council riduceva da 15 a 12 il numero delle riprese nei campionait del mondo.

Ray volava in Corea per assistere ai funerali.

Poi, lentamente, provava a uscire dal tunnel. Veniva in Italia per il match di rientro, accettava di tornare sul ring. Avrebbe affrontato George Finney a St Vincent.

Facevo il viaggio con lui da Roma a Torino. Mi raccontava di quanto importanti fossero state le lunghe chiacchierate con Padre O’Neal, di come i genitori gli fossero stati vicini, dell’aiuto che aveva ricevuto anche dagli amici. Era ancora devastato dai dubbi e dalle domande, ma cercava di guardare avanti.

Era all’Hotel Billia quando gli avevano comunicato un’altra atroce notizia.

Yong Sun Yo, la madre di Duk Koo-Kim, si era suicidata bevendo una bottiglia di pesticida. Una tragedia che andava ad aggiungersi alla tragedia.

Ray si era chiuso in camera e non aveva voluto incontrare nessun estraneo.

Il 6 febbraio dell’83 batteva, di misura e senza entusiasmare, il rivale inglese. La porta su quella drammatica notte di Las Vegas rimaneva comunque ancora aperta.

La tragedia segnava un altro maledetto colpo l’1 luglio dell’83 quando Richard Greene, l’arbitro di quel match, si suicidava sparandosi un colpo di pistola alla testa.

Duk Koo-Kim era nato l’8 gennaio del ’59 nella provincia di Kong Won-Do, cento chilometri da Seul, vicino alla zona demilitarizzata tra le due Coree. Prima di volare negli States per il suo ultimo tragico viaggio, alla fidanzata aveva riassunto così l’essenza di quell’incontro: “Uccidere o essere uccisi.”

Nel 2011 lei e il loro figlio Chi Won-Kim erano volati in America. Il ragazzo era diventato un uomo. Aveva 29 anni e lavorava come dentista. Lee Yong-Me era una distinta signora orgogliosa del figliolo.

Erano andati negli States per incontrare Ray Mancini che stava lavorando alla sua biografia e a un documentario che, forse, serviva anche ad esorcizzare gli incubi che da tanti anni si portava dietro.

Duk Koo-Kim è scomparso. La madre e l’arbitro di quel match si sono suicidati.

Un bambino non ha mai conosciuto il papà, una donna ha perso il suo amore per sempre. Nessuno dei due ha mai urlato parole di rabbia contro qualcuno.

Il loro uomo è morto a 23 anni mentre stava lavorando.

 

 

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