Che fine ha fatto Douglas, re per una notte, ventisette anni dopo il ko a Tyson?

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Era l’11 febbraio del ’90.

Notte fonda. Nello studio di Canale 5 a commentare da Milano c’erano Rino Tommasi e Francesco Damiani. Io ero in un salottino poco distante assieme a Umberto Branchini.

In quei giorni si parlava molto della possibilità di una sfida tra Mike Tyson e Damiani. Lo stesso Iron Mike aveva detto che si sarebbe potuto fare, Don King aveva aggiunto che se il nostro campione avesse affrontato e battuto qualche pugile di classifica più alta avrebbe avuto la sua occasione.

Li avevano anche messi nella stessa riunione.

Il 22 gennaio dell’88 ad Atlantic City, Tyson aveva messo ko in quattro riprese Larry Holmes e Francesco aveva fatto lo stesso con Dorcy Gaymon.

Adesso Damiani aveva in mano il titolo Wbo, conquistato contro DuPlooy e difeso contro Neto. Forse, chissà…

Sullo schermo le immagini arrivavano da Tokyo.

Accadeva tutto come in un sogno.

James Buster Douglas che picchiava, Mike Tyson incapace di difendersi. Sembrava lento, prevedibile, incapace di sfuggire alla scherma pugilistica dello sfidante. Nell’ottavo round piazzava la botta giusta, un montante destro e Douglas finiva giù. Si rialzava ben oltre il conteggio regolamentare. Ma l’arbitro Octavio Meyran non sanzionava il knock out. Si andava avanti. Il ko arrivava poco dopo, a metterlo a segno era l’uomo di Columbus. L’immagine di Iron Mike che carponi sul tappeto cercava di recuperare il paradenti è ancora davanti ai miei occhi.

Probabilmente la sorpresa più grande nella storia del pugilato.

Molti bookmaker non avevano neppure accettato le scommesse, chi l’aveva fatto aveva offerto una quota di 42/1. Ogni dollaro puntato su Douglas ora ne valeva 42!

Il mondo della boxe era sconvolto.

Ma lo era anche Buster Douglas.

La sua vita era stata un inferno. A tre settimane dal match era morta Lula, l’adorata mamma stroncata da un infarto. Aveva perso il fratello nove anni prima, assassinato in strada.

Ora, pensava, le cose sarebbero cambiate.

Le tragedie però non l’abbandonavano. Nel 1994 il papà moriva di cancro, nel 1998 veniva ucciso un altro fratello.

La vita è più dura di un incontro con Mike Tyson o contro qualsiasi altro pugile” diceva.

E aveva ragione.

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Lo stress, l’adrenalina a mille, la gioia di una popolarità improvvisa e inaspettata, la ricchezza lo portavano ad andare fuori le righe.

Otto mesi dopo il trionfo contro l’uomo più cattivo del pianeta, perdeva con Evander Holyfield e usciva di scena.

Come spesso mi accade non ce la facevo a evitare una brutta figura.

Intervistato da una televisione americana in un sondaggio alla vigilia del match, dovevo formulare un pronostico sul mondiale in arrivo.

Douglas non ha una sola possibilità di vittoria contro Holyfield”.

Capivo subito che la mia risposta non era piaciuta al giornalista e prima che se ne andessa via riuscivo a fargli a mia volta una domanda.

Come si chiama la vostra Tv?

Quello rispondeva con un mezzo grugnito, poche parole di cui faticavo ad afferrare il concetto. Le uniche che capivo erano “Columbus, Ohio”. Venivano dalla città di James Buster Douglas.

Non credo che la mia intervista sia mai andata in onda.

Per la prima e unica volta nella mia vita scommettevo su un match, assieme a due colleghi puntavamo trecento dollari su Holyfield e ne portavamo a casa novecento. Niente male.

Il campione, una volta perso il titolo, annunciava il ritiro dalla boxe e scompariva dai radar pugilistici.

Si comprava una Porsche 930S Turbo da 125.000 dollari, alloggiava in mega suite d’albergo, viaggiava su un jet privato.

Aveva guadagnato trenta milioni di dollari e si affannava a spenderli.

Faticava a rientrare nei ranghi della normalità.

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Per sfogarsi beveva, cognac e birre soprattutto. E mangiava, qualsiasi cosa. In breve accumulava peso in eccesso. Quando era salito sul ring di Tokyo era 114 chili, ora superava i 203!

Nel 1993 entrava in coma diabetico, per tre giorni rimaneva tra la vita e la morte. Quando si svegliava era un uomo nuovo, deciso a lottare per avere dalla vita una seconda opportunità.

Lo aiutava la moglie Bertha.

Dopo essere rimasto fermo per sei anni, tornava sul ring e metteva assieme sei facili vittorie. Poi subiva un ko al primo round contro Lou Savarese. Si rimetteva in cammino, arricchiva il record con altri due successi senza gloria e il 19 febbraio (un mese decisivo nella sua vita sportiva) del 1999 annunciava il ritiro definitivo.

James Buster Douglas vive sempre a Columbus. Fa l’allenatore al Thompson Recreation Center. Tira su giovani promesse. Ci ha provato con suo figlio Artie, ci proverà con l’altro figlio Kevin. Ma la cosa importante è che sembra abbia trovato la serenità.

Le sue ultime uscite pubbliche sono del giugno scorso quando in un bel discorso ha ricordato Muhammad Ali. Poi, solo amici e parenti hanno visto e parlato con lui.

Il mondo della boxe si è ricordato James Buster Douglas due anni fa, quando è stato celebrato il venticinquesimo anniversario della grande impresa. Il giorno dopo è stato rimesso nel dimenticatoio.

Ma a Douglas non credo che questo importi molto.

Essere stato re per una notte è un fardello pesante da portare, ma se la famiglia ti aiuta puoi anche farcela.

Mi auguro si stia godendo la seconda possibilità che la vita ha voluto offrirgli…

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