Sito e Boxe Ring: comunicazione, una parola sconosciuta nel pugilato italiano…

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Comunicazione.

Parola magica, parola sconosciuta nel pugilato italiano.

La Fpi destina decine di migliaia di euro al settore, ottenendo una resa non proporzionale all’investimento.

La penetrazione del soggetto boxe all’interno del tessuto sociale italiano è quasi pari a zero. Anche perché il messaggio viene inviato esclusivamente all’interno del settore, cioè a chi già conosce il prodotto.

Esco dall’astratto.

Il sito federale e Boxe Ring sono i due mezzi di comunicazione di cui si avvale la Federazione. Sono autoreferenziali e non ottengono lo scopo che si prefiggono.

Il sito è fatto male, respinge anziché attirare, graficamente non invoglia a fermarsi sulla pagina ma allontana, non è aggiornato, è di difficile consultazione, ripetitivo, tiene per settimane le stesse notizie.

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La Rete ha bisogno di immediatezza. Una notizia di due ore fa è già vecchia. Fpi.it non deve essere un sito di informazione, vero. Ma dovrebbe anche considerare l’idea che dare notizie non è ancora considerato reato penale.

Il logo, la storia, la conoscenza della materia trattata, l’unicità di informazioni richieste dovrebbero spingere molti più utenti a consultare il sito.

Da tempo ho ingaggiato una guerra contro l’uso dell’inglese come lingua principale nella comunicazione via Fpi.it. Non è tanto un’avversione verso il popolo britannico a spingermi a questa battaglia, quanto la consapevolezza che chi si rivolge al proprio pubblico disprezzandolo non può certo sperare di attirarlo. E se parli alla comunità della boxe italiana in inglese, vuol dire che la disprezzi.

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E veniamo a Boxe Ring. È, più o meno, un bimensile che viene spedito ai tesserati. Una rivista che in passato per il popolo della boxe era stato un forte collante, oggi ha cadenze incerte. E offre notizie vecchie. È l’unico mezzo di comunicazione reale a disposizione della Federazione che sembra non rendersene conto. All’interno del Palazzo c’è più di una persona che pensa di chiudere quel prezioso strumento che dovrebbe servire a tenere vivo il legame con la base.

Una volta su Boxe Ring scriveva la maggior parte dei giornalisti esperti di pugilato. Oggi un solo collega scrive più della metà della rivista. Opera meritevole la sua, non altrettanto può dirsi della Federazione. Bisognerebbe riposizionare il prodotto, investire risorse umane ed economiche, restituirgli il ruolo che merita.

Ci sarebbe poi da riconsiderare radicalmente il rapporto tra comunicazione Fpi e quotidiani. Oramai, rassegnamoci, è cosa certa: i giornali si occupano raramente, per non dire quasi mai, della boxe. A meno di eventi drammatici o, peggio, tragici. E allora, anziché lamentarsi, perché non tentare di intervenire?

I giornalisti nelle redazioni sono sempre di meno, occupati in mille cose, divisi tra cartaceo e Internet, impegnati nella facitura del prodotto sia dal punto di vista dell’ideazione che da quello realizzativo. La Fpi dovrebbe almeno fornire una sorta di mini informazione su cui poter lavorare.

Per ogni evento, dai campionati italiani ai mille strani titoli e titoletti in cui sono coinvolti i nostri pugili professionisti e per i tornei dilettantistici di medio/alto livello la Federazione dovrebbe spedire ai quotidiani: programma della manifestazione, record dei pugili, brevi schede sui protagonisti dell’evento principale (o degli azzurri che combattono in giornata), interviste vere, più un eventuale spunto curioso/divertente/interessante per l’eventuale articolo. Non si tratta di scalare l’Everest senza ossigeno, ma di un lavoro piuttosto semplice per un professionista che lavori nel campo dell’informazione. Seminando cento quintali di concime, magari si riesce a raccogliere un chilo di prodotto. Sarebbe un’enormità rispetto allo zero iniziale.

E spedire un anonimo comunicato che è esattamente il copia/incolla della notizia che già appare sul sito non vuol dire fare il tipo di lavoro che ho appena descritto.

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Prendo come esempio l’Olimpiade.

Guardando il sito federale mi è sembrato che si stesse svolgendo uno dei tornei di livello medio/basso che riempiono il calendario internazionale e non il maggiore evento del pugilato open. Una manifestazione si svolge ogni quattro anni, non tutti i giorni.

Nello spazio dedicato, potevi trovare lo stesso, identico cappello dall’inizio alla fine dei Giochi, più eventuali piccole aggiunte. Una dichiarazione di tre righe dei protagonisti, visione del match totalmente acritica. I nostri stando a Fpi.it hanno vinto tutto i match disputati a Rio. Quella brasiliana è stata un’Olimpiade trionfale. Se siamo tornati a casa senza medaglie è stato per colpa della sfortuna, degli arbitri o di qualche bizzarra concausa.

I video messi in circolazione sono stati, se possibile, ancora più imbarazzanti.

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In altre parole, è mancata completamente una visione giornalistica dell’evento.

E se è vero che la comunicazione di una Federazione deve istituzionalmente essere a senso unico, è anche vero che dovrebbe fornire materiale utile per lavorare. Prendiamo l’approccio all’Olimpiade. Perché non raccontare diffusamente la storia di ciascuno dei sette protagonisti, arricchendola con qualche curiosità, con una mini intervista o altre strane cose di questo tipo? Perché non creare un’apposita sezione dove trovare qualsiasi informazione legata ai Giochi? Perché non offrire attraverso il sito federale un’informazione esaustiva dell’evento?

Concludo. Tra la comunicazione e la Federazione c’è un distacco totale. Una frattura. I giornali non dedicano più una riga al pugilato perché sono convinti che il pubblico di riferimento offra numeri decisamente bassi, la Fpi non fa nulla per dare un supporto, qualcosa che vada a inserirsi tra la mancanza di tempo e la pigrizia dei giornalisti e la necessità di divulgare il prodotto, cioè la boxe.

Ecco il perché di un doppio, deludente risultato.

Il pugilato sui media non esiste.

Il popolo della boxe non ha l’informazione di cui avrebbe bisogno.

Continuiamo così, facciamoci del male.

C’è però una cosa che mi soddisfa.

Ho scritto un pezzo di ottocento parole non usando neppure un termine inglese. Incredibile, si può.

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