Bundu: Il sogno è finito. Dopo 25 anni di boxe, devo capire cosa farò da grande…

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Intervista al telefono con Leonard Bundu.
Il campione è ancora negli States, l’ho rintracciato mentre si stava godendo una vacanza a Cape Cod, Massachusetts, posto magico sull’Oceano Atlantico. In compagnia della moglie Giuliana e dei figli, André e Frida, sta dimenticando la brutta avventura. Il 21 agosto, a Coney Island nel match che ha designato lo sfidante ufficiale al mondiale Ibf dei welter, ha subito la prima sconfitta per ko della sua vita.
Sembra proprio che sia deciso a ritirarsi, eppure ha chiesto sul suo profilo Twitter un parere ai tifosi: ora che fo? mi ritiro o continuo?
Ha già deciso, sta solo giocando col tempo.
Di questo e altro abbiamo parlato.

spence

Errol Spence è forte fisicamente, potente, bravo sotto il profilo tecnico. Perché hai scelto di attaccarlo fin dal primo gong?

“Volevo vedere chi avevo davanti e soprattutto capire chi ero io. Sapevo di battermi contro un campione. Probabilmente il migliore della categoria. Ma avevo bisogno di conoscere il mio valore. E allora ho scelto l’unica strada possibile, attaccarlo. Fino a quel momento non si era mai trovato a combattere con uno che l’aggrediva. Ero molto motivato, determinato. Purtroppo non è andata bene.”

Come definiresti Spence dal punto di vista tecnico?

“È uno calmo, tranquillo. Spreca pochissimo, è molto preciso. Picchia forte, anche se Thurman è più potente. Contro di lui sentivo i colpi anche quando riuscivo a pararli, con Spence ho sofferto meno durante il match. Poi, per carità, è arrivato il ko e si sono spente le luci. Lui è uno che ti sta addosso, ti mette pressione. Un colpo dopo l’altro fa il suo lavoro, ti demolisce lentamente. Quando è certo che stai per cedere accellera e piazza il pugno che chiude il conto.”

spence ko

Avessi avuto le occasioni con Thurman e Spence con dieci anni di meno, il risultato sarebbe cambiato?

“Di testa sono più maturo ora. Ho la mentalità giusta. Dieci anni fa ero più forte fisicamente, ma non so se avrei retto la tensione di match così importanti e contro rivali così forti, non so se sarei stato in grado di tenere il ring con la stessa determinazione. Per mettere in dubbio il risultato avrei dovuto avere il fisico di allora e la testa di oggi. Forse così sarebbe potuto cambiare qualcosa.”

Quello di Coney Island è stato il tuo ultimo match?

“Ho sempre detto: quando prenderò le botte sul serio, smetterò. Spence non mi ha inflitto una punizione, ma il ko è stato davvero brutto. Se me lo chiedi ora, ti dico: smetto. Mi mancano le motivazioni. Finora mi faceva andare avanti una domanda: dove posso arrivare? Ora conosco la risposta. Thurman mi ha sconfitto nettamente, Spence altrettanto. L’europeo mi ha dato la spinta per spingermi fino a cercare il mio limite. Oggi non ho più la voglia di prima. Non reggerei più i sacrifici, non sopporterei le privazioni. Al momento so che non mi va di faticare per questo. Sono incappato in due grandi campioni. E ho avuto anche la sfortuna di battermi in una categoria bastarda, quella che forse ha i migliori pugili in circolazione.”

europeo

Pensi che la tua carriere sarebbe potuta essere migliore? E se sì, di chi è la colpa per quello che la boxe non ti ha dato?

“Sono soddisfatto di quello che ho avuto. Non posso lamentarmi. Sono passato professionista al momento giusto, anche se ero già in là con gli anni. In questa scelta mi ha aiutato il maestro Boncinelli. Sapeva che non avevo la mentalità giusta e ha ritardato l’addio al dilettantismo. Colpa mia, non di altri, se sono arrivato tardi.”

Cosa farai ora, dopo tanti anni di boxe?

“Sono ancora negli Stati Uniti, mi sto guardando in giro. Magari trovo davvero l’America… Dicono che da queste parti ci sia sempre la grande occasione ad aspettarti. Mi piacerebbe fare il cuoco, un “Ristorante da Bundu” lo vedrei bene. Ma potrei anche rimanere nell’ambiente, fare il maestro, aprire una palestra. La verità è che ci sto ancora pensando. Non so dirti cosa farò da grande. Dopo venticinque anni di pugilato non è facile scegliere un nuovo percorso.”

cuoco

Quale è stato il momento più bello di questi venticinque anni?

“La conquista del titolo europeo, le difese che ne sono scaturite. Il match con Petrucci, tanta gente, tanto entusiasmo. Si respirava un clima diverso dal solito. E poi le due vittorie in Gran Bretagna. Grande carica, grandi soddisfazioni. È stato lì che ho pensato “Ma allora, posso davvero combinare qualcosa”. È stato in quel periodo che mi sono detto: “Leo, vediamo dove puoi arrivare”. Belle sensazioni, indimenticabili.”

E quale è stato il giorno più brutto?

“Quando ho subito il ko da Spence. È stato il momento in cui ho visto tutto chiaro: “Leo hai finito di sognare”. Quel knock out ha significato tante cose, la più importante è stata il segnale di svolta. Era tempo di cambiare vita. È stato brutto perdere così, ma è stato allora che tutto è diventato più chiaro. Sono diventato grande e devo pensare a cosa fare del mio futuro.”

boncinelli

Il 21 novembre festeggerai 42 anni. Cosa dirai al momento del brindisi?

“Sono stati anni meravigliosi. Per questo devo dire grazie alla boxe, ma soprattutto grazie alla mia famiglia. A mia moglie, ai bambini, a mia madre. Mi sono stati accanto nei momenti belli e in quelli brutti, mi hanno regalato una grande forza. Devo ringraziare il maestro Alessandro Boncinelli che ha saputo guidarmi sin da piccino, proteggendomi dai pericoli. Aveva visto del talento, ma non voleva che facessi il passo più lungo della gamba. Fino a quando non è stato certo che avessi la mentalità giusta, mi ha consigliato di non passare tra i professionisti. Ringrazio la gente di Cisterna che mi ha accolto facendomi sentire a casa, in particolare il maestro Luigi Montesano e il preparatore Giuseppe Ardagna. Dico grazie al mio organizzatore Mario Loreni e al match maker Alessandro Ferrarini. Tutti hanno contribuito alla mia carriera.”

figlio

Cosa diresti a tuo figlio se tra qualche tempo ti dicesse che vuole fare il pugile?

“Ma che sei pazzo?”

Buona come prima reazione. E poi?

“La boxe mi ha dato gioie e soddisfazioni che altrimenti non avrei mai potuto avere. Ma è una professione difficile. Quando incontravo qualche persona che non conoscevo e mi chiedeva: che lavoro fai? Rispondevo: il pugile. Quello ribatteva: intendo, cosa fai davvero per vivere? Ecco, per scegliere la strada della boxe devi sapere che è uno sport per pochi, che richiede un grande sacrificio e mille privazioni. Se vuole provarci, lo faccia pure. Ma se vuole diventare un pugile deve subito convincersi di fare le cose sul serio, ogni ora della giornata, ogni giorno del mese, ogni mese dell’anno. Per tutta la carriera.”

famiglia

Alla gente stai simpatico. Merito di Leo, l’uomo dal sorriso infinito, o di Bundu, il pugile guerriero?

“Sono sempre stato allegro di carattere. Sono fatto così. Il pugilato mi ha aiutato, mi ha regalato più tranquillità, maggiore sicurezza e mi ha dato una discreta popolarità. Ecco io dico che non sono né Leo, un uomo di quasi quarantadue anni, né Bundu, il pugile ex campione d’Europa e che si è appena battuto per giocarsi il mondiale. Stai parlando con Leonard Bundu e spero che la gente mi accetti per quello che sono.”

Se ti fosse data l’occasione di poter parlare con La Boxe, cosa le diresti?

“Ma perché non sei come qualche tempo fa? Perché non torni popolare come allora? Uno sport più seguito, più apprezzato. Ecco, questo le direi.”

Come si chiude il tuo bilancio con questo sport?

“Ho sempre avuto un rapporto di odio e amore con il pugilato. A volte ho odiato le alzate di prima mattina per il footing, il sangue sudore e lacrime della palestra, la sofferenza per il peso. Ho amato la tensione del match, sono arrivato ad amare addirittura gli allenamenti. Ma soprattutto ho amato le soddisfazioni, le emozioni, le gioie che mi ha dato. Non le avrei mai potute avere con un altro lavoro. Ho dato tanto, ho avuto tanto. Ma forse un pochino in credito lo sono. Anzi no, siamo pari. Sì, ne sono convinto. Siamo pari. E allora: grazie boxe!”

 

 

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