Enrico Licini è l’arbitro italiano ai Giochi di Rio. L’ho intervistato

ring

Giochi di Rio 2016/Dario Olimpico

Ho intervistato Enrico Licini, l’arbitro italiano ai Giochi Olimpici di Rio 2016.
Ho provato a entrare in un mondo che raramente si apre all’esterno.
Un veloce ritratto di Enrico Licini, chi sei?
“Sono nato a Lecco quarantadue anni fa. Faccio l’insegnante di scuola primaria a Pusiano (Como). Ho vinto un concorso nel 2000, è stata questa la ragione per cui ho smesso di lavorare sulle navi da crociera, dove ero capo animatore. Nel mezzo, tre anni di permanenza in Perù, dove mi sono sposato con Fanny Villavicencio Montiel (faccio grazia del nome completo!) conosciuta undici anni prima a bordo e rincontrata per caso… Poi il ritorno in Italia, due anni e mezzo fa. In Perù, dopo vent’anni, ho lasciato l’arbitraggio del calcio. È uno sport che mi piace, anche se non sono più appassionato come prima: tifoso romanista, scelta scatenata da un’adorazione infantile per Falcao, e sampdoriano: il lavoro a Genova per le navi ha lasciato traccia! Per trasferirmi in Perù ho abbandonato parte dei miei interessi: ero il frontman di un coro gospel, recitavo in teatro, cosa che faccio ancora con compagnie dialettali amatoriali. Ho uno sfrenato interesse per le lingue: parlo spagnolo, francese, inglese e un pessimo tedesco. Può bastare?”

matrimonio
Perché, quando e come sei diventato arbitro?
“Nel ‘94, mentre ero a militare, fra l’altro mi sono tolto la divisa da carabiniere nello spogliatoio della palestra di Chiari, vicino Brescia. Perché ho scelto questa strada? Mio padre Piergiorgio è stato pugile prima e poi arbitro internazionale finale al Mondiale di Budapest 1997, da bambino lo seguivo: sono stato spesso l’incaricato della pece o portabandiera e mi è sembrato naturale fare il corso arbitri. Sinceramente la passione è arrivata dopo, anche grazie ai risultati che, devo essere sincero, sono arrivati quasi subito…”
Come ti trovi con le nuove disposizioni Aiba, cosa ne pensi dell’abolizione del caschetto e dell’uso dei cartellini come nei professionisti in sostituzione delle score machines?
“La decisione di rimuovere i caschetti è stata presa dopo anni di ricerche, studi e lavoro fatto dalla Commissione Medica dell’Aiba, insieme alla commissione medica del CIO. Dall’inizio delle competizioni maschili senza caschetto nel 2013, si è osservata una diminuzione del 43% delle concussioni. Rispetto al sistema di punteggio, l’obiettivo dell’Aiba è di mantenere alto il fascino di questo sport, essendo certi che i risultati siano fruibili dagli addetti ai lavori e dal grande pubblico. Adottare il “Ten point must system” permette a noi giudici di essere più accurati nell’analisi complessa di un round.”

Copia di a rio
Quando hai saputo che saresti stato l’arbitro italiano all’Olimpiade e cosa hai pensato?
“Qualche indizio negli ultimi mesi c’era stato: officiare ai Campionati d’Europa e d’America e al Mondiale di Doha nel 2015 ed essere convocato per le qualificazioni europee, americane e di Baku nel 2016 mi faceva ben sperare. Ma so per esperienza che quella per l’Olimpiade è una strada lunga e perigliosa e quindi sono stato certo solo quando ho ricevuto la comunicazione ufficiale. Una soddisfazione infinita: l’Olimpiade, anche per un arbitro, è l’apice di una carriera anche se la gioia ha lasciato subito il posto alla voglia di realizzare un buon torneo, cosa non facile visto che i 36 presenti sono tutti di buono, se non ottimo livello!”
Quali sono i tipi di pugili difficili da arbitrare?
“Quelli con meno esperienza: paradossalmente può essere più difficile arbitrare in una riunione di club che in una manifestazione internazionale. Ma arbitrando bisogna essere sempre disposti a sapere che si impara ogni volta che si sale o si guarda il quadrato, e non è una banalità o una frase fatta.”
A Londra 2012 è stato molto criticato il fatto che, in seguito a un reclamo, una giuria potesse ribaltare il giudizio dell’arbitro o degli stessi giudici anche in assenza di un errore tecnico. Che ne pensi?
“Il pugilato è uno sport che muove grandi passioni e qualche volta le persone tendono a comportarsi da tifosi e non da esperti, cosa che pregiudica la reputazione della boxe. Come per ogni Olimpiade, le aspettative sono molto alte e ovviamente è comprensibile l’importanza di vincere una medaglia, ma l’Aiba ha l’obiettivo di rendere le competizioni più giuste, divergenti e “ispiranti” il più possibile. Per questo gli arbitri/giudici e gli ITO vengono designati in base alle loro esperienze e le capacità di perseguire questi obiettivi. Fatalmente, in rari casi questo non succede.”

accredito
Qual è l’incontro più bello che hai arbitrato e perché?
“Castaño vs Derevyachenko, quarto di finale d’andata della Wsb stagione 3: cinque riprese di altissimo livello, con due pugili corretti e determinati. Anche se non ho effettuato grandi interventi, avevo la sensazione che bastasse una sciocchezza per rovinare tutto, quindi grandissima concentrazione ma cinque riprese meravigliose da gestire…”
Ti sei mai trovato in una brutta situazione ambientale?
“Purtroppo direi di sì. Proprio qui a Rio ho ricevuto le valigie solo oggi, a quattro giorni dal mio arrivo. O a Casablanca alle qualificazioni Africane del 2012: stavo veramente poco bene di salute, ma ho stretto i denti con grande fatica. Credo che la tranquillità fisica e psicologica ti faccia superare ogni difficoltà, mentre se non sei sereno anche la situazione apparentemente più distesa rischia di complicarsi.”
Cosa pensi dell’inserimento del professionismo ai Giochi?
“L’Aiba segue continuamente l’evoluzione della boxe, cercando di agire in funzione dell’interesse supremo del pugilato. La decisione di aprire ai professionisti (pugili o arbitri) è in linea con l’agenda del CIO in previsione del 2020 e di dare ancora più possibilità alle 200 federazioni affiliate oggi all’Aiba.”
Fai un veloce ritratto di come dovrebbe essere un arbitro perfetto
“Dovrebbe essere equilibrato, dotato di grandi capacità di autocritica e sempre perfezionista. L’arbitro ideale è quello che sa che può imparare da ogni circostanza e si mette in posizione di “ascolto”: quando arbitra, leggendo l’incontro e cercando di essere al servizio dei due pugili e non un terzo protagonista, e successivamente, quando nei briefing dopo gara si analizza o si autoanalizza tutto ciò c’è stato di buono o di non positivo.”
Cosa diresti a un ragazzo che decidesse di fare l’arbitro di pugilato?
“Citerei una frase celebre tra gli arbitri: è un hobby che costa e non una professione che rende. Soldi a parte, costa in termini di sacrifici e rinunce, in termini di ego e costruzione della personalità. Se non si è motivati ad affrontare un impegno con la necessaria dedicazione che ci vuole anche solo negli inizi a livello regionale, meglio non cimentarsi.”

 

 

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