In Brasile dicono: sarà Kuerten ad accendere il braciere olimpico. Io tifo per lui

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Pelè ha detto no. Per motivi di salute si è visto costretto a rinunciare. Non è stato l’ultimo tedoforo, non ha acceso il braciere olimpico. A poche ore dalla cerimonia di inaugurazione dei Giochi di Rio i giornali brasiliani hanno individutato l’uomo giusto in Guga Kuerten (due partecipazioni olimpiche: 2000 e 2004, tre Roland Garros vinti, numero 1 del mondo). Hanno annunciato che sarebbe stato lui l’uomo che avrebbe trasmesso il sacro fuoco al tripode.

Quando scrivo manca ancora un’ora alla soluzione del giallo, ma l’idea mi ha conquistato. Se così dovesse essere, sarei felice per una scelta indovinata. Perché a me Guga Kuerten piace davvero.

Un campione da amare. È stato così dalla prima volta che l’ho visto giocare, è stato così anche quando in un giorno di fine maggio del 2008 l’ho visto uscire dal campo regalandomi le ultime emozioni.

Guga era ormai diventato come il bandolero stanco di Roberto Vecchioni.

Vive di tramonti e di calcolati oblii

E di commoventi, ripetuti, lungi addii

Struggenti addii

La gente si era alzata in piedi e stava urlando il suo nome.

Kuerten usciva dal Centrale del Roland Garros incerto se ridere o piangere.

Era arrivato lì per la prima volta nel 1997. Aveva vissuto per due settimane chiuso in un piccolo albergo del 16° arrondissement. Lui e la famiglia. Era sbarcato a Parigi col numero 66 del mondo e aveva vinto. Era tornato a casa col trofeo di Moschiettieri conservato in una sacca.

Da quel giorno il tennis è diventato sangue che scorre nelle mie vene. Mi ha fatto crescere come persona, specialmente negli ultimi anni in cui ho dovuto lottare contro gli infortuni.

Come molti giocava da fondocampo, ma non faceva mai un passo indietro. Era un tennis nuovo il suo. Capace di acellerazioni rabbiose, di smorzate che toglievano fiato e certezze ai rivali. Cambiava la traiettoria del colpo, muotava la parabola senza che l’avversario facesse in tempo a capire cosa stesse accadendo.

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Quel Roland Garros l’aveva vinto battendo Muster, Kafelnikov, Bruguera. Aveva sorpreso tutti. Non potevo non tifare per lui. Era un ragazzo solare, dal sorriso contagioso. Lo sentivo lanciare una sorta di grido di battaglia represso, non per paura ma per educazione e speravo sempre che a ogni magia facesse seguire un’altra magia. Era un tennis che mi regalava allegria, nessuno poteva immaginare quali drammatici segreti nascondesse la sua giovane vita.

Il papà Aldo era morto nell’85, stroncato da un infarto mentre stava arbitrando un match tra juniores. Il fratello Guilherme soffriva di una paralisi cerebrale. Sarebbe morto il 7 novembre del 2007, a 28 anni. Per lui Guga aveva un’autentica venerazione.

Il brasiliano quel 25 maggio del 2008 aveva perso, ma era rimasto lì al centro del campo. La gente era tutta in piedi e ritmava il suo nome.

“Gu-ga, Gu-ga, Gu-ga, Gu-ga.”

Lui si era seduto sulla panchina, si era coperto la faccia con l’asciugamano e aveva cominciato a a piangere. Singhiozzi sempre più violenti che scuotevano il suo esile corpo. Era un giunco che sembrava piegarsi sotto il vento dei sentimenti.

Pensavo alla fortuna che avevo avuto. In campo quando riuscivo a cogliere le occasioni che mi si presentavano. E fuori quando avevo trovato l’amore della gente.

cuore

Aveva vinto tre volte il Roland Garros. E dopo il terzo trionfo aveva salutato la folla disegnando un grande cuore sulla terra rossa del Centrale.

Ma quel giorno di maggio del 2008 il bandolero era stanco.

Scherzava con Paul Henri Mathieu, l’ultimo che l’aveva sconfitto. Il francese sembrava davvero sincerto quando gli sussurrava qualcosa all’orecchio.

Se fossi stato in grado di farlo, avrei urlato anch’io: Gu-ga, Gu-ga, Gu-ga, Guga!

Kuerten si girava lentamente verso i quattro lati del campo e salutava tutti quelli che avrebbero voluto stringergli la mano. Il frastuono sul Centrale era diventato infernale.

Rideva Guga e lanciava un messaggio di simpatia alla famiglia in tribuna. C’era la mamma Alice e il fratello Rafael. Sorridevano felici per il loro ragazzo.

Una smorzata tirata male, la pallina che finiva in rete. Era finita così la sua avventura nel tennis alle 17.45 di un pomeriggio senza sole.

Problemi muscolari prima, poi una malformazione alle anche l’avevano spinto giù in classifica. Aveva giocato l’ultimo Roland Garros grazie a una wild card, non certo per il numero 1.141 del mondo che occupava.

Guga aveva regalato gioia a questo gioco.

Salutava ancora mostrando il sole tatuato sulla mano destra. Piangeva, si agiugava gli occhi. Parigi gli aveva dato tutto. Soldi, popolarità, felicità. E adesso l’abbraccio di una folla che voleva soffocarlo d’amore.

2008

Negli ultimi tre anni aveva provato a ricostruire una parvenza di giocatore, poi aveva capito che il fisico non glielo avrebbe permesso. E allora aveva deciso di andare in campo solo per divertirsi, per rubare qualche altro momento di felicità al gioco che gli aveva riempito la vita.

Larri Passos, il coach di sempre, l’avvicinava. Lo ringraziava, poi gli regalava una bottiglietta in cui aveva racchiuso la terra dei tre successi al Roland Garros.

Avevano gli occhi lucidi, la loro lunga giornata si chiudeva con un commovente abbraccio.

Poi Guga piazzava una risata delle sue, spiazzante come le smorzate che inventava in campo.

Il bandolero stanco salutava tutti.

Da quella sera tornava a essere il signor Gustavo Kuerten.

Uno che aveva meritato tutto quello che aveva avuto.

Compreso l’onore di accendere il braciere olimpico nei Giochi del suo Paese.

Se così dovesse essere…

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