La furia di Ketchel, un terribile ko, l’amore di una mamma

Ketchel

Il ventidue febbraio del 1908 mi batto contro Mike Sullivan.

Prima di salire sul ring incrocio alcune persone del suo clan che trasportano una grossa cesta.

«Che fate?» chiedo.

«Stiamo portando delle arance a Mike, ne è goloso. Ne mangia un paio tra un round e l’altro».

«Mi dispiace per lui e per voi. Se me lo aveste chiesto, vi avrei fatto risparmiare un po’ di fatica, tempo e soldi».

Lo metto ko in meno di una ripresa, mi bastano settantotto secondi per risolvere la questione.

Il San Francisco Chronicle riporta la notizia, Harry B. Smith firma il breve articolo.

«È stato un corto gancio sinistro scagliato dritto da Stanley Ketchel verso il mento del rivale a risolvere l’incontro. Mike è crollato giù, come se fosse stato colpito da un montone infuriato».

In realtà quello è solo l’ultimo di tre atterramenti. Il primo arriva dopo un diretto destro alla mascella, il secondo dopo un diretto destro al cuore.

Eleonore è la mamma dei Sullivan.

Sfortunatamente per lei quella sera è tra gli spettatori.

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Le mie gambe sembrano accarezzare il tappeto. Boxo sulle punte, a corta e media distanza. Il mio braccio sinistro è in posizione, flesso ad angolo retto. Qualcuno in platea, qualcuno con l’occhio allenato, vede quel movimento e capisce subito quello che sta per accadere.

Un grido strozzato esce dalle bocche di chi tifava Sullivan, un avvertimento che lui non può sentire. La traiettoria del pugno è circolare, partendo leggermente dal basso per chiudersi con un perfetto centro sulla mascella. Quando il colpo arriva a segno non tutti riescono a vederlo.

Ne avvertono però il rumore. Prima un fruscio, poi l’impatto. Un gancio veloce di una potenza devastante. Mike è scaraventato per aria, ricade con le gambe all’indietro, va giù con la nuca piegata fino quasi a toccare il tappeto. Il volto è una maschera di sangue.

Saltano sul ring Doc Jeffreys e Billy Burke, gli uomini che lo accompagnano all’angolo. Lui resta giù, inanimato.

La signora Eleonore con uno strattone si libera di due signori che provano a trattenerla.

Corre giù più veloce che può, quasi volando sopra la gente.

Una valanga che piomba a valle, verso il ring.

«Ho visto quel colpo che non mi è piaciuto e ho detto: “Dio! Questo non ce la fa!” Mike non reagiva. Non è che io capisca molto di pugilato, ma conosco mio figlio. L’ho fatto io. Lui ha dato un pugno e io ho cominciato a urlare. Mike, muoviti. Ho tirato fuori tutto il fiato che avevo dentro. Ancora un pugno e l’altro ha barcollato. Poi quello lo butta contro le corde e il fiato che avevo dentro l’ho dato tutto a mio figlio, ho cominciato a strillare.

“Fermatelo!”

Ma quello gli ha sparato un colpo tremendo e Mike è andato giù nel modo peggiore. Si è piegato come una sfoglia quando si taglia nel mezzo. Sono corsa giù dalla tribuna, urlavo.

“È morto, me l’hanno ammazzato!”

K

Sono arrivata sotto al ring, mi sono aggrappata alle corde, cercavo di portare su i miei novanta chili. Tutti mi trattenevano per i vestiti, ma io volevo salire. A forza di calci, morsi e pugni ce l’ho fatta. Mike era giù. L’hanno preso, poi hanno preso anche me. Tremavo dalla paura, pensavo che fosse morto, si era piegato in quel modo terribile!

Il pugno che quello gli aveva dato sulla mascella era stato tremendo.

La mandibola era partita ed era scivolata fino all’altro orecchio.

“L’ha ammazzato!”

Mi sono ritrovata sul ring. Ero senza scarpe, ma ho salvato mio figlio. L’arbitro non aveva visto che quel colpo aveva distrutto Mike. Io ero lì e urlavo come una pazza. Avranno pensato che fossi matta. Ma in momenti come quelli, una mamma non sta a sentire nessuno, pensa solo a suo figlio.

Poi, per fortuna, è finita. Mike era distrutto, mi sembrava che non avesse neppure la forza per respirare. Mi hanno preso in tre, quattro, non so neppure quanti e chi fossero. Mi hanno buttata fuori, ma senza cattiveria. Mi sentivo come se mi fosse crollata addosso l’intera arena.

Ero fredda, lui aveva gli occhi sbarrati. Si era piegato in due e quell’ultimo colpo dietro l’orecchio, era stato tremendo.

Uno spruzzo di sangue, la paura. Non riuscivo che a pensare una cosa: era successo qualcosa di veramente brutto».

Mike si riprende lentamente, recupera.

Un anno dopo torna a combattere.

Ma da quel giorno, quando i suoi ragazzi salgono sul ring, Eleonore rimane a casa.

E prega.

(da Stanley Ketchel di Dario Torromeo, Absolutely Free edizioni)

kk

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