Nicolino Locche, l’intoccabile. La difesa con lui diventava un’arte meravigliosa…

Il radar umano. Intercettava i pugni degli avversari prima che potessero sfiorarlo.
Nicolino Locche el intocable, l’intoccabile.
Spegneva sul nascere il fuoco nemico.
Detestava prendere colpi, li evitava con spostamenti millimetrici del corpo, li deviava con abili e incredibili movimenti delle braccia. L’artista della schivata e del gioco di gambe. Un ballerino capace di disegnare spettacolari movimenti e le figure di un tanghero.
Il ring, con lui, diventava un’arena. Una plaza de toros: Nicolino il matador ispirato che umiliava il toro.
«Olé, olé».
Il pubblico in visibilio, donne, uomini, giovani. La gioia prendeva il sopravvento sul dramma della boxe.
Distruggeva gli avversari con atteggiamenti che davano l’impressione di essere anche insulti. Ma nel suo pugilato non c’era spocchia, e neppure provocazione. Il suo era un sistema, una maniera personalissima di disarmare l’altro.
La rappresentazione pura dell’ottava arte.

0000Nicolino Locche aveva padre e madre italiani. Il sesto figlio di Felipe e Nicolina, scappati dall’Italia innanzitutto per fuggire dalla seconda guerra mondiale. L’Intoccabile entrava in palestra, la sala Julio Mocorda, a otto anni.
Francisco Mora Bermudez detto Paco il primo allenatore.
Primo e unico allenatore e manager, sempre insieme fino all’ultimo giorno di Nicolino sul ring. Gli indivisibili.
Uno degli ultimi idoli della boxe argentina era un trasgressivo.
Locche non sapeva rinunciare al fumo, alla sigaretta, sua passione e dannazione. Chiedeva al Cigarillo Traicionero di fargli da fumante inseparabile compagno più volte al giorno. Anche pochi minuti prima del combattimento. E nello spogliatoio, mentre si preparava all’incontro. Quattro tiri e via, nel pieno totale dispregio delle regole più elementari che ogni atleta sarebbe tenuto a osservare. La sigaretta e il pisolino prima di infilare i guantoni da combattimento.
Fumava e correva, un giorno al Parco Palermo.
Preparava l’incontro con Paul Fujii, aggressore hawaiano, straordinario guerriero e incendiario picchiatore. Lungo il percorso nel verde del parco s’imbatteva in Juan Carlos Ongonia, il governatore del suo Stato.
«Che fate, Locche? Fra pochi giorni dovete difendere i colori della vostra patria e state fumando in allenamento? Correte».
L’Intoccabile chinava la testa e riprendeva la corsa.

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Takeshi Fujii era un uragano, ma lui sapeva come domarlo, quel terremoto hawaiano. Dodici dicembre del ’68, l’anno della rivoluzione studentesca, a Parigi e nel mondo. Il pubblico di casa pazzo di rabbia e delusione, l’eroe del posto ubriaco di colpi, gonfio come una zampogna, gli occhi ridotti a chicchi d’uva, entrambi chiusi.
«Non riesco più a vedere Locche».
Nicolino campione del mondo. Lode a quella sua mano sinistra bene educata, capace di spettacolari concerti. Nicolino il cattedratico. Al ritorno in Argentina, andava a fare visita al governatore del suo Stato e al dittatore Peròn.
«Il fumo è l’unico mio piccolo vizio, generale».
(da I pugni degli eroi, Franco Esposito e Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

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