Un agguato, due colpi di pistola, l’ospedale. È la storia di Pit Bull, solo la boxe può salvarlo…

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Quando scrivi finisci per affezionarti ai protagonisti della storia che stai raccontando, anche se non li conosci personalmente. E rischi di farti male, perché spesso nel pugilato le storie non finiscono bene. Come nella vita puoi sempre trovare dietro l’angolo una pagina nera.

Ho raccontato poco tempo fa di un manager/maestro ciociaro che lavora a Santo Domingo.

Dheni Paris viene da Frosinone e laggiù sta provando a tirare fuori qualche campioncino. Uno di loro si chiama Alfredo Wilmin Ramirez, il suo soprannome è Pit Bull e la dice lunga sul modo in cui interpreta la boxe. Una furia, attacca e non perdona. Ha avuto il maestro ucciso in una rapina mentre era alla guida di una moto assieme alle due figlie. Un particolare agghiacciante che lega in modo tragico con il seguito di questa storia.

Alfredo è stato travolto da quella vicenda. È scappato di casa, è andato via dalla palestra e ha scelto la strada come posto dove vivere. È entrato in un brutto giro. In breve corpo e faccia sono state ricoperte di cicatrici e la famiglia ha temuto di averlo perso per sempre.

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La mamma e il nonno si sono presentate da Paris e l’hanno convinto a prendessi cura del ragazzo. Non è stato semplice. A volte sembra che segua i consigli di chi gli vuole bene, altre che si faccia comandare dalla parte sbagliata della sua personalità.

Il 25 ottobre avrebbe dovuto disputare il titolo nazionale. Boxa da peso gallo. Tre match, altrettante vittorie. L’ultima per ko dopo venti secondi dall’inizio del secondo round. Ma da quelle parti il ring è il posto più sicuro, i pericoli sono in strada. Nella vita di tutti ii giorni.

Alle 7 del mattino del 5 settembre Pitt Bull se ne sta assieme a un amico su una moto, al centro della strada. Cercano di fermare un’altra moto che veniva dalla città, vogliono rubarla. All’improvviso sbuca dal nulla un’auto della polizia.

“Alfredo e il suo compagno non si fermano, scappano – racconta Paris – La polizia comincia l’inseguimento. Partono i primi spari. I due finiscono a terra. Gli agenti li bloccano. Pitt Bull è ferito alla coscia e una alla testa. Quando mi danno la notizia, mi dicono che è morto. Mi sento sprofondare in un burrone. Corro in ospedale. Quando lo vedo sul lettino mi sale dentro una gran rabbia. Sono contento che sia vivo, ma sono anche furioso. Non capisco perché abbia deciso di buttare così la vita. Lo insulto, litighiamo, me ne vado via”.

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Il giorno dopo ricevo una telefonata da Franklin Nunez, il presidente della federazione pugilistica dominicana. Lo prega di concedere un’altra possibilità ad Alfredo.

“Vado a trovarlo in carcere”.

Il penitenziario de La Victoria ha ricevuto in un recente passato spietate critiche. Dentro ci sono novemila detenuti. Molti di loro dormono in terra a meno che non siano disposti a pagare 1500 pesos al mese, bevono acqua sporca a meno di non comprare delle bottigliette di minerale. Pagano anche per le medicine e per andare in bagno. Con i soldi, dicono i rapporti fatti da politici italiani in visita al penitenziario per controllare le condizioni di salute di tre nostri connazionali, si può sopravvivere decentemente. Senza è solo sofferenza.
“Appena mi vede mi abbraccia, mi chiede scusa. Ma io sono ancora furibondo con lui, decido di farla finita”.
Sono gli altri detenuti a chiedere per lui, spingono Paris a ripensarci a dare ad Alfredo un’altra occasione. L’80% della popolazione carceraria viene dal suo stesso quartiere.

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A La Ciénaga le case si inseguono sino sulla sponda del fiume.
Un vecchio letto, due sedie rotte, un pavimento sporco. Le pareti ma anche il tetto sono di lamiera e zinco. Ci sono dodicimila abitazioni laggiù, ospitano settantamila anime in pochi metri quadri. E quando il rio Ozama, il fiume che scorre per 148 chilometri prima di tuffarsi nel Mar dei Caraibi, si ingrossa per le pioggie tutto diventa (se possibile) ancora più difficile. L’acqua entra ovunque, distrugge ogni cosa. Immondizia e vecchi mobili navigano a pelo d’acqua rendendo o scenario squallido e triste.
Le zanzare abbondano, sono ospiti fisse del quartiere. L’acqua sporca non aiuta certo a tenerle lontane. In tavola il cibo è scarso. Riso e fagioli quasi sempre, se è giorno di festa a volte si trova anche un pezzo di carne.


La gente lotta ogni giorno per vivere a La Ciénaga (sopra un video di Roman Fabian, da YouTube), pochi minuti dal centro di Santo Domingo. Tante madri giovani e sole. Famiglie numerose. Uomini che cercano qualsiasi strada pur di tirarsi fuori dalla condanna della povertà a vita.
Vengono da quelle strade i pugili della Boxe Karibe, la palestra di Dheni posta al crocevia di zone malfamate. Lì, al centro del problema.
Il pugilato potrebbe essere, ancora una volta, la chiave per uscire dalla violenza, dalle tragedie e dalla povertà. Ma bisogna combattere, lottare senza arrendersi mai.
Dheni accetta la sfida, spiega con durezza a Pit Bull che questa è la sua ultima chance. Se si chiude anche questa porta, l’unica strada che gli rimarrà aperta sarà quella che porta all’inferno.

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Oggi è tornato ad allenarlo, in carcere. Dentro quell’inferno è stata inaugurata poco tempo fa, alla presenza di Felix Trinidad, una palestra. L’ha fortemente voluta il presidente Nunez. È stata costruita con fondi da lui trovati e la collaborazione di manager/organizzatori locali tra cui lo stesso Paris.
Gli allenamenti sono ripresi. Sarà dura, ma per Alfredo Wilmin Ramirez, classe 1994, la boxe può ancora essere un modo per fuggire lontano dalla tragedia che per quelli nati a La Ciénaga sembra essere l’unica compagna di vita.

 

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