I pugili iracheni sognano Rio 2016 sotto le bombe di Baghdad. Un film racconterà la loro storia

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Questa è la storia di un gruppo di ragazzi asiatici che sogna un mondo che neppure conosce.

Per conquistare la possibilità di scoprirlo sono pronti a tutto.

La squadra di pugilato dell’Iraq insegue la qualificazione per i Giochi di RIo de Janeiro 2016.

Basterebbe che uno solo di loro riuscisse a farcela, sarebbe il giusto premio per quello che stanno cercando di fare con sacrificio, determinazione, passione.

La boxe ancora una volta è il mezzo per buttare giù il muro della violenza. Sembrerebbe un paradosso, è solo la realtà. Lottano e tirano pugni per uscire da un ring che è mille volte più spietato. Perché lì chi perde, muore.

insieme

Si allenano a Baghdad, non sono mai usciti dal Paese. Non possono garantire una presenza continua ai due coach che li seguono con passione e coraggio. Lo scorso anno diecimila persone sono state assassinate nella capitale dalle auto bomba esplose in strada. A volte qualcuno scompare per un paio di giorni e quando torna con la squadra è festa grande. La paura di perdere per sempre un amico è quotidiana. Decine di checkpoint lungo le due ore di viaggio da casa al posto di allenamento ricordano la realtà di tutti i giorni. Il pericolo è dietro ogni angolo.

Non hanno una palestra, la guerra l’ha distrutta. Si adattano. Un campo di calcio creato dagli americani prima di andare via dal Paese, un edificio abbandonato. Dividono guantoni logori, non hanno docce dove lavare il sudore della fatica. Dividono una bottiglia d’acqua che regala un attimo di ristoro. Non hanno sacchi pesanti dove provare i colpi. E allora un muro diventa il loro punching ball. Non è la migliore soluzione possibile, è l’unica.

Riccardo Romani, giornalista di campo e di talento, si è innamorato di questa storia. Reporter e scrittore che narra storie da oltre vent’anni, ha sùbito capito che questa meritava di essere sviluppata. L’ha scoperta nel 2014 mentre curava i servizi sulla guerra in Iraq e ha deciso di girarci su un documentario. Con il regista vincitore dell’Oscar Alfonso Cuaron nel ruolo di Executive Producer ha fondato la RobustoFilms, di cui è Direttore Creativo, e ha cominciato a girare. Li ha seguiti in allenamento, è andato a Bangkok per i Giochi Asiatici, sarà a Doha per i Mondiali.

A fine 2016 uscirà Throwing Bombs in Baghdad. E sarà un lavoro di passione gestito con professionalità. Mi è bastato guardare il trailer per capire la chiave di lettura documentaristica. Riccardo, la sua galleria di foto (visibile sul sito http://www.riccardoromani.it) lo dimostra, ha una vena poetica nel raccontare le storie.

guantoni

Gli piace la sfida perché è nelle sue corde. I suoi lavori sono uno schiaffo in faccia alle cose facili.

La sfida lui l’ha scelta, ai giovani iracheni l’ha imposta la vita.

Prima la Guerra del Golfo, poi la Guerra di Liberazione, ora la Guerra Etnica. Solo e sempre guerra. Non conoscono altre realtà i giovani di quelle parti. La divisa da pugile o quella da militare, ma sempre una divisa addosso. Hanno combattuto, qualcuno di loro ha ucciso dei nemici. Sempre e comunque orgogliosi di combattere per il proprio Paese.

Combattere è il verbo più usato nella boxe. Per i ragazzi di Baghdad ha un doppio significato, assai più drammatico.

Quando mostrano qualche foto, mostrano immagini di loro con un AK67, accanto a dei soldati più grandi, sopra un carro armato. Sempre e comunque in lotta contro un nemico che cambia, ma che qualsiasi esso sia non concede un momento di tregua.

Ora vorrebbero prendersi il lusso di lottare per un ideale sportivo.

Sono ragazzi che sognano il Brasile, anche se non l’hanno mai visto.

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Tarek peso massimo, Abdoul mediomassimo, Akil e Haidar medi, Jafar piuma.

E poi c’è Waheed Abderredha, peso medio di 32 anni che è ancora in corsa ai Giochi Asiatici di Bangkok dopo essersi garantito un bronzo con l’approdo in semifinale.

Se non ce la faranno, avranno altre due possibilità di qualificarsi, oltre ai Mondiali. A fine marzo/inizio aprile 2016 in Cina e a giugno in Azerbaijan.

Uno, uno solo a Rio e i pugili dell’Iraq avranno realizzato il loro sogno. Se non sarà possibile, l’appuntamento sarà per Tokyo 2020.

A combattere sono abituati da quando sono nati.

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