L’unico vero Rocky moriva 46 anni fa. La storia di Marciano, guerriero senza paura

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Il 31 agosto 1969, quarantasei anni fa, moriva Rocky Marciano. L’unico campione del mondo dei massimi a essersi ritirato imbattuto (49-0). Aveva 45 anni.

Pasqualina Picciuto è una signora robusta, ha un paio di grossi occhiali da miope, indossa vestiti color pastello e tiene su i capelli con un fermaglio. Ha la faccia piena, le guance rotonde come il resto del corpo in salute. Viene da Benevento. È arrivata all’America nel primo decennio del Novecento. Ha conosciuto Pierino Marchegiano, l’ha sposato e dopo qualche anno è nato Francesco Rocco. Il papà di Pierino si chiama Luigi ed è un piccolo boss del quartiere italiano di Brockton. Gestisce una distilleria clandestina. I Picciuto e i Marchegiano vivono a meno di un miglio dal James Edgar Playground, dove i ragazzi vanno a giocare.

Francesco Rocco diventa Rocky e non gioca più. Fa il pugile professionista. Ogni volta che combatte, Pasqualina sale sulla macchina di Rocco Del Colliano, il medico di famiglia, e si fa portare in giro per il quartiere. Il dottore ha una fermata fissa davanti alla chiesa. Lei entra, prega, accende un paio di ceri.

«Pasqualina, non avete mai visto Rocky combattere?».

«Mai, e mai lo vedrò».

«Rocky è forte, vince. Di che cosa avete paura?».

«Che faccia del male all’altro ragazzo, anche lui ha una mamma che prega».

Torna a casa, la radio è spenta. Aspetta solo che il telefono suoni.

«Mamma, sono Rocky. Ho vinto un’altra volta. Nessuno si è fatto male.»

Anche stanotte, Pasqualina dormirà serena.

Pierino Marchegiano viene da Ripa Teatina, in Abruzzo. È piccolino, ma è forte. Vive a Brockton, cittadina di sessantamila anime a sud di Boston. Fa il fabbro, come il papà, poi diventa calzolaio. Durante la Prima Guerra Mondiale è con il II Marines. A Chateau Thierry, in Francia, il gas gli entra nei polmoni e mina la sua salute. Quando l’1 settembre del ’23 nasce Francesco Rocco i problemi aumentano.

Lavora duro Pierino. Torna a casa e crolla sulla sedia, non ha neppure la forza di mangiare. Il bambino ha meno di due anni quando rischia la vita per colpa di una broncopolmonite. Pasqualina disperata chiama prima il dottore, poi una guaritrice. La vecchina ha novant’anni e metodi antichi. Fa bere al piccolo qualche bicchiere di acqua calda, lo mette a regime di brodo di gallina. E lui si salva. Ma altri guai sono in arrivo. C’è la crisi del ’29, i soldi non arrivano, il posto di lavoro è a rischio, la malattia di Pierino pesa sulla serenità della casa.

Francesco Rocco cresce, si fa robusto, sogna un futuro da giocatore di baseball. Lascia gli studi e va a lavorare. Lava i piatti in un ristorante, pulisce i giardini, spala la neve davanti alle case. Guadagna qualche centesimo, mette assieme pochi dollari. La lotta quotidiana per sopravvivere sarà un ricordo che non riuscirà mai a cancellare.

Le borse, anche quando diventerà ricco e famoso, se le farà sempre pagare in contanti. I dollari li nasconde a decine di migliaia dentro lo sciaquone del bagno degli alberghi che lo ospitano alla vigilia dei match.

Quando si tratta di tirar su soldi, è capace di tutto. Va in giro a fare esibizioni. Per limitare le spese, si esibisce con il fratello Sonny. Per non fare nascere dubbi si fa chiamare Tony Zullo. Il fratello diventa Pete Fuller. Tutto fila liscio, fino al giorno in cui vanno ad esibirsi a Portland.

A Sonny scappa un destro che centra in pieno Rocco. Vola il paradenti. In un attimo il volto del campione si trasforma in quello di uno spietato killer che ha appena inquadrato la vittima.

Sonny è terrorizzato, urla.

«Ehi Rocco, sono io. Sono tuo fratello, non colpirmi».

Si salva, ma il trucco è scoperto.

Francesco Rocco scopre il pugilato durante il servizio militare a Fort Devens, Virginia. Boxa da dilettante e lavora come operaio dell’Azienda del gas. È in quei giorni che si innamora di Barbara Cousins, la figlia di un agente di polizia irlandese: una brunetta che insegna nuoto. La sposa.

Per colpa di un annunciatore che non riesce a pronunciarne bene il nome, il 13 settembre del ’48 Francesco Rocco Marchegiano diventa Rocky Marciano.

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La seconda guerra mondiale è finita da qualche anno, si fa fatica a riprendere la vita per il giusto verso. Joe Louis (a destra nella foto, sotto il video) è amato da tutti. Anche dai bookmaker, che aprono a 3/10 per chiudere a 5/7. Rocky è più giovane, è in ascesa e ha spazzato via come birilli tutti gli avversari. Non basta. Ci sono quasi 18.000 spettatori all’interno del Madison Square Garden, versano nelle casse degli organizzatori 150.000 dollari.

Nell’ottavo round Rocky avanza con il peso del corpo che poggia tutto sulla gamba destra, il tronco va quasi a toccare il fianco, sembra voglia spostarsi di lato per vedere meglio il bersaglio. E proprio da quella posizione parte il sinistro che Louis non vede. È finita. L’angoscia dura qualche secondo e qualche pugno ancora. Il vecchio Joe vola fuori dalle corde, resta indifeso. Umiliato, più che sconfitto.

Non c’è eleganza nella boxe di Marciano. Usa le braccia come clave che si abbattono sul nemico di turno. Picchia anche quando l’altro prova a fermarlo. Picchia, anche quando colpi tremendi del rivale di turno provano a sbarragli la strada.

La notte che Primo Carnera mette ko Jack Sharkey e diventa campione del mondo dei massimi, Marciano ha nove anni. Fa festa il quartiere italiano di Brockton, fuochi d’artificio illuminano le strade attorno alla casa di Pierino e Pasqualina Marchegiano. Il ragazzino è chiuso in stanza, guarda fuori dalla finestra e sogna.

«Il giorno che diventerò campione, offrirò un grande party a tutto il quartiere».

Vinto il titolo, Carnera va a Brockton per parlare agli italiani nella vecchia Arena di Pleasant Street. Lo zio John Picento porta Rocco a vederlo.

«Papà, ho visto Carnera. L’ho toccato».

«Rocco, quanto è grande?».

«È più alto di questo tetto. E dovresti vedere quanto sono grandi le sue mani».

Il bambino cresce e insegue il sogno.

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Il campione è Jersey Joe Walcott (a sinistra nella foto). Anche il suo è un nome d’arte. Si chiama Arnold Raymond Cream, i genitori vengono dalle Barbados. Da lì sono scappati in cerca di fortuna. Dieci fratelli e la fame come compagna di tutta l’infanzia.

Profondamente religioso, padre di sei splendidi bambini, Walcott si è fidato troppo degli uomini. I manager lo hanno privato di parte consistente dei guadagni. Per sette volte ha lasciato la boxe, preferendo lavorare come operaio edile, camionista o spazzino. Poi Felice Bochicchio, l’ultimo manager, l’ha convinto a tornare in palestra.

Philadelphia, Municipal Stadium, 23 settembre 1952. Il popolare radiocronista Don Dunphy parla a venti milioni di americani.

«Le gambe senza età di Walcott lo tengono lontano dai guai. Ma Walcott adesso è alle corde. È colpito da un destro alla mascella. È senza difesa alle corde e ha preso un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets».

Non è stato facile. Jersey Joe sul ring è come una pantera, danza morbido e fa scattare il sinistro una-due-cento volte. È con un sinistro che manda al tappeto Rocky nel primo round. Una brutta ferita, ci vorranno quattordici punti per suturarla, si apre sull’arcata sopracciliare sinistra dell’italo-americano. C’è aria di disfatta. Le cariche da toro infuriato non portano risultati contro la classe del nemico. Danza Walcott. E colpisce. Ma i pugni di Rocky possono buttare giù i palazzi. Le mani sono come quelle enormi palle di ferro che distruggono anche i grattacieli. Perché mai un uomo dovrebbe restare in piedi?

Va giù Jersey Joe Walcott, va giù al tredicesimo round quando è chiaramente in testa nei cartellini dei giudici. Ma va giù, knockout.

C’è festa attorno al nuovo campione.

Nella rivincita imposta dal contratto, Walcott dura meno di un round. Poi Marciano supera Roland La Starza e due volte Ezzard Charles. Nella seconda sfida il naso di Rocky si spacca a metà, servono 46 punti di sutura per riparare il danno. Infine arriva l’inglese Don Cockell e la promessa fatta a Barbara.

«Un altro match, poi chiudo».

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La più grande paura sul ring la vive nel match contro Carmine Vingo (a destra nella foto). Il ragazzo ha vent’anni, origini italiane, i genitori sfidano la povertà nel Bronx. La sera del 30 dicembre 1949 sale sul ring del Madison contro Rocky.

Dopo due minuti è già al tappeto, ha la mascella fratturata, ma si rialza e va avanti. Va ancora giù, ha il volto insanguinato, deformato dai colpi di Marciano. Nella sesta ripresa un sinistro del campione lo rispedisce knockdown. L’arbitro non conta neppure, guarda gli occhi vitrei del ragazzo e chiama il medico. Non c’è un’ambulanza ad aspettare fuori del Garden, non ci sono ambulanze che possono arrivare dal vicino Santa Clara. Il dottor Vincent Nardiello fa trasportare Vingo a piedi, avvolto in coperte che diventano un’improvvisata barella, fino all’ospedale. Il pugile è in coma, gli viene data l’estrema unzione. Rocky è lì accanto, distrutto anche lui.

Ci vogliono venti giorni per i primi miglioramenti, il miracolo di un ritorno alla vita. Dopo due anni Carmine Vingo recupera la completà efficienza fisica. Marciano paga le spese mediche e quando il ragazzo celebra le nozze con la bella Kitty regala agli sposi la stanza da letto. Vingo sarà presente a ogni match importante dell’ex rivale.

Rocky pensa sempre di più agli amici, alla famiglia. E’ con loro che vuole passare le giornate. Non con gli sparring partner e quel torturatore di Al Weill.

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Archie Moore è un mito, un artista, un vecchio marpione che riesce a mandare Rocky per la seconda volta nella carriera al tappeto (foto). Così Moore la racconta a Peter Heller, giornalista e scrittore.

«Ho messo giù Marciano. Ero eccitato, era una sensazione fantastica. Mi sono detto: “Bene, ecco un altro titolo in tasca, me lo prendo e poi spiego a tutti cosa significhi la parola gioventù”. Ma poi, tutto mi è sfuggito di mano per colpa di un arbitro che non aveva la capacità di governare un evento di quelle dimensioni. Harry Kessler è il nome dell’uomo che ha salvato Rocky Marciano. Era troppo eccitato. Non sapeva cosa fare. Ha preso i guantoni di Rocky ed ha cominciato a pulirli ed ha cominciato a contarlo mentre lui era in piedi. A mezzogiorno, alla lettura delle regole, ci avevano spiegato che se uno di noi era in piedi diventava automaticamente un bersaglio. Ma Keller aveva dimenticato tutto e continuava a contare Marciano, a perdere tempo pulendogli i guantoni. E’ così che mi ha portato via il titolo dei massimi. Quella notte è stata commessa un’ingiustizia».

Dopo il knockdown si scatena la furia di Marciano. Il ko avviene per sfinimento. Le mazzate di Rocky sono terribili. È il 21 settembre 1955, Marciano non salirà più su un ring. Non riprenderà a combattere neppure davanti alle offerte di un milione di dollari per sfidare Patterson e di tre milioni per battersi con Liston. La promessa fatta a Barbara è sacra.

Il 31 agosto del 1965 vola verso l’ennesima conferenza. Prende 1.500 dollari a presenza. Ha guadagnato tre milioni di dollari in carriera, ha conti in banche diverse sotto nomi diversi. Trecentomila dollari non saranno mai trovati, tutti ignoravano sotto quale pseudonimo fosse stato aperto l’ennesimo conto.

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Vola su un Cessna 172 assieme a due amici. Uno è Frank Farrel, giovane assicuratore. Il pilota è Glenn Bells, di professione fa l’imprenditore edile. È miope e come autista ha rimediato quattordici multe per eccesso di velocità. Un violento temporale lo costringe a un atterraggio di fortuna a pochi chilometri dall’aeroporto di Newton, nello Iowa. L’aereo da turismo va a schiantarsi sull’unica quercia della pista (foto). Il pilota e i due passeggeri muoiono sul colpo.

La boxe perde l’unico campione del mondo dei massimi tosto al punto da ritirarsi imbattuto dopo quarantanove match.

Barbara resta vedova, la piccola Mary Ann non vedrà più il papà.

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