Viene da Ovosodo e ha scelto il nuoto per amore. È Morini, il coach del fenomeno Paltrinieri

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Ai Mondiali di Kazan ha vissuto un grande momento grazie a Gregorio Paltrinieri. In un’intervista di qualche tempo fa ho cercato di scoprire chi è Stefano Morini, nato a Livorno il 17 novembre 1956. Una sorella, Paola: ex campionessa di corsa campestre. Figlio di Sergio, ex proprietario di un’autofficina per le riparazioni delle automobili, e Neda: discendente di una famiglia titolare di numerose sale corse.

Stefano Morini, in che zona di Livorno è nato?

«Il quartiere si chiama Benci Centro, insomma Ovosodo».

Allora avrà visto il film di Virzì, si riconosce in quei livornesi?

«Diciamo che quelli erano un po’ atipici».

Che zona era Ovosodo?

«Negli anni Cinquanta e Sessanta ci abitava la gente benestante, quella che poi si è trasferita al mare o in collina. In altre parole all’Ardenza o a Monenero. Ora a Ovosodo ci sono i vecchi livornesi».

Il nome da che viene?

«Forse dai colori dello stemma del gonzo con cui il quartiere faceva il palio marinaio, il giallo ed il bianco».

In piscina, come ci è arrivato?

«Ero grandicello. Avevo undici anni. Il dottore diceva che avevo un’asma bronchiale e che il nuoto sarebbe stata una buona cura».

E chi era questo medico che anticipava I tempi?

«Il dottor Marcacci, un amico del papà. Lavorava anche con il Livorno calcio».

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Suo papà amava il lavoro che faceva?

«Le macchine gli sono sempre piaciute. Ha coso tre volte la Mille Miglia, l’ultima con una Maserati. Eravamo nel 1956, l’anno in cui sono nato. Prima l’aveva fatta con una Topolino. E ha preparato anche alcune auto per la Coppa Liburnia o il rally dell’Elba, tra cui una Renault Alpine del figlio del dottor Marcacci».

E a lei sarebbe piaciuto correre in auto?

«Ho sempre sognato di fare il pilota di rally. Ho un amico, Giorgio Mariotti, che faceva il navigatore ai tempi di Munari. A me sarebbe piaciuto fare il pilota».

E invece?

«In casa mi hanno sempre frenato. Dicevano che dovevo stare attento, che l’asma andava curata, che non dovevo esagerare».

Così, niente sport?

«Quando mai. Ho fatto prima la pallanuoto. Giocavo centroboa con il Circolo Nautico Livorno in serie A. La piscina di casa era all’aperto, ai Bagni Pancaldi. Diciamo che l’ambiene era caldo in tutti i sensi».

Dalla pallanuoto è poi passato al nuoto?

«No. Sono passato al rugby. Giocavo terza centro con il Cus Pisa in serie B».

Un livornese che giocava con una squadra pisana?

«Eravano quasi tutti di Livorno, e poi noi non si badava a queste cose».

E il nuoto?

«E’ stata una scelta d’amore. Nel senso che ero fidanzato con Nerella, un nome particolare che penso abbia ereditato dal soprannome del papà: Nerino. Lei, che di cognome fa Selmi, ha fatto anche i campionati italiani nei 200 delfino. Per starle vicino, ho seguito il sentimento e sono finito ad allenare una squadra di nuoto alla piscina comunale di via dei Pensieri. Prima come vice, poi come tecnico capo. In realtà a casa avevo pensato di farmi lavorare in una sala corse di Rosignano, ma io ho preferito la piscina».

Primo risultato importante?

«Ilaria Tocchini, assieme ci siamo presi tante soddisfazioni. E poi, tanti altri nazionali».

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Fermiamoci un attimo. Facciamo un passo indietro. Prima di diventare allenatore di nuoto a tempo pieno, il giovane Stefano Morini cosa faceva nella vita di tutti i giorni?

«Mi piaceva divertirmi. Ho sempre amato il mare, la piscina l’ho sempre vista come un lavoro. Ero bravo sul windsurf. Così caricavo la tavola sulla macchina e me ne andavo all’Ardenza. Oppure, assieme agli amici si andava in barca. Lo vuole sapere quale è il mio più grande sogno?»

Me lo dica.

«Fare il giro del mondo su una barca a vela».

Da solo?

«Ma no, con gli amici. Ce ne sono due, Roberto e Marco, che sono dei fenomeni nella pesca subacquea. Con loro dentici e cernie sono assicurate».

Dunque al primo posto nella classifica dei sogni, il giro del mondo sulla barca a vela. E subito dopo?

«Qualcosa che ormai non posso più realizzare. Credo proprio che la cosa che sarei riuscito a fare meglio era quella di giocare a rugby. Lasciarlo mi è pesato. Ma non ho rimpianti, ho una vita felice. Nerina, mia moglie, è una donna fantastica che ha saputo accompagnarmi durante il percorso della vita, aiutarmi, spronarmi. Abbiamo un bel figliolo, Tommaso che ha 24 anni e fa anche lui l’allenatore di nuoto».

Morini, quando è arrivato in nazionale?

«La prima volta mi ha chiamato Bubi Dennerlein nel 1985. Dal 1991 ho lavorato con Alberto (Castagnetti, ndr). Non ci conoscevamo, ma siamo diventati amici».

Quale è la sua dote migliore?

«Penso di dare tranquillità. Da buon livornese, se ho qualcosa dentro non riesco a trattenermi e devo dirla. Per questo in passato ho anche avuto degli scontri violenti. Ma adesso prima di parlare conto fino a cento. Questo non vuol dire che non voglia imporre le mie tesi».

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