La notte in cui Tyson masticò carne umana

001Era il 28 giugno del 1997, diciotto anni fa. Mike Tyson ed Evander Holyfield si affrontavano sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas.

I primi due round li vinceva Holyfield, nel terzo Mike Tyson lasciava l’angolo senza mettere il paradenti. Evander, con due testate, gli aveva aperto profonde ferite alle arcate sopracciliari e lui si era lamentato delle scorrettezze con l’arbitro, ma quello non gli aveva dato retta. Qualcosa era scattato nella testa di Iron Mike. Si sentiva odiato dal mondo, gli sembrava di essere solo contro tutti. La mente veniva attraversata da lampi di follia.

Mills Lane lo costringeva a rimettere il paradenti, ma quando mancavano quaranta secondi alla fine della ripresa, lui lo risputava via. Spalancava la bocca come un leone che era finalmente riuscito a bloccare la preda. Azzannava Holyfield, lo mordeva selvaggiamente all’orecchio destro, gli staccava un pezzetto di carne, lo masticava e poi lo sputava sul ring.

Quel pezzetto di carne rotolava lentamente sul cartellino del giudice Duane Ford.

Holyfield cominciava a saltare e urlare. Lane dava due punti di penalizzazione a Iron Mike e sospendeva il match per quattro minuti. Il dottor Flip Homansky visitava il campione di Atlanta e diceva che si poteva andare avanti.

evander-holyfieldTyson mordeva di nuovo l’orecchio del rivale.

Lane decideva di squalificarlo.

Tyson urlava.

«Quello continuava a colpirmi con la testa e l’arbitro non lo richiamava, dovevo difendermi. Era in gioco il futuro dei miei figli. Se qualcuno non rispetta la mia famiglia, non ci sono altre soluzioni: o muore lui, o muoio io».

Iron Mike picchiava chiunque gli capitasse a tiro. Doveva intervenire la sicurezza per portarlo via. Lane scendeva dal ring con la camicia completamente insanguinata. L’avrebbe venduta a un collezionista di ricordi. Holyfield lasciava l’MGM Grand con l’orecchio che continuava a perdere sangue.

Il pugile diventato cannibale tornava nel ghetto che aveva faticosamente lasciato. Solo con i suoi fantasmi e una rabbia sempre più grande che gli opprimeva il cuore.

Era sempre stato solo Mike Tyson. Anche quando era tornato a unificare la corona dei massimi o si era lanciato in feste che duravano fino all’alba nella sua villa di Las Vegas dove c’erano specchi al soffitto, marmi di Carrara ovunque, Ferrari in garage, una piscina a forma di cuore e cuccioli di tigre in giardino. Era solo quando spediva k.o. sette dei nove sfidanti mondiali e si faceva portare in stanza tre ragazze per celebrare l’ennesimo trionfo.

Era solo e aveva commesso l’errore di pensare che con i soldi potesse comprare anche la felicità.

Era stato il più giovane campione del mondo nella storia dei pesi massimi. Poi era arrivato il giorno della resa dei conti. A segnare l’inizio della fine era stato un omone senza grande talento. L’11 febbraio del 1990 Buster Douglas lo aveva messo k.o. sul ring di Tokyo in un match che Tyson non avrebbe dovuto fare. Era stato male, un virus intestinale ne aveva devastato il fisico. Ma Iron Mike non aveva più il senso della realtà. Si sentiva invincibile, anche se faticava a rimanere in piedi.

E aveva pagato anche fuori dal ring.

mktusoonh200La botta era arrivata all’1:40 della notte tra il 18 e il 19 luglio del 1991, nella camera 606 dell’Hotel Canterbury a Indianapolis. Con lui c’era Desirée Washington, una partecipante al concorso di Miss Black America.

La ragazza gli aveva telefonato nel cuore della notte, lui era andato a prenderla e l’aveva portata in albergo. Erano i giorni in cui due guardie del corpo seguivano Iron Mike ovunque andasse. In hotel prendevano una stanza comunicante con quella del campione e quando lui arrivava con l’ultima conquista, la porta di mezzo restava aperta. I due dovevano testimoniare che non c’era stata violenza. Ma la notte di Indianapolis le guardie del corpo non erano quelle di sempre e quando Desirée Washington aveva aperto la porta della stanza 606, nell’altra camera non c’era nessuno.

Due giorni dopo essere uscita da quell’incontro con Tyson, la ragazza lo aveva denunciato per stupro. Lo avevano condannato a dieci anni, di cui quattro sulla parola. Ne aveva scontati tre nel carcere di Plainfield, nell’Indiana. Li aveva vissuti nel terrore.

Aveva paura di essere violentato, di essere avvelenato. Mangiava solo cibo che faceva venire da fuori.

C’era gente che si divertiva con lui, lo sfottevano perché era Tyson. Dei tizi, che avrebbe potuto distruggere con un solo pugno, gli tiravano in faccia sacchetti di piscio e merda per provocarlo. Ma lui niente. Si faceva portare i soldi e li pagava perché lo lasciassero in pace.

001aa018ff9c08c0a6e00eIn carcere si era convertito alla fede musulmana, aveva letto Mao e Che Guevara, sembrava più rilassato. Finalmente, giurava, era diventato un uomo tranquillo.

Il 28 giugno del 1997 staccava con un morso un pezzo d’orecchio a Evander Holyfield. Non era più in grado di gestire la compagna di sempre, la violenza. Aveva bisogno di nuove prede.

(sintesi da “I pugni degli eroi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, Absolutely Free editore)

 

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