Benvenuti vs Mazzinghi, cinquant’anni dopo (Sandro, il guerriero)

koverNegli anni Sessanta due uomini infiammano l’Italia. All’epoca non si attendeva una vita per metterli uno davanti all’altro su un ring di pugilato.

Il Paese era diviso in due. Una rivalità forte come quella tra Bartali e Coppi, ma più velenosa, imbarazzante.

Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti viaggiavano lungo linee parallele. Non si incrociavano mai. Troppi diversi nel modo di affrontare la vita e la boxe.

Due volte nell’anno di grazia 1965 si sono affrontati per match previsti sulla distanza delle quindici riprese.

Il 18 giugno allo stadio di San Siro, Milano.

Il 17 dicembre al Palazzo dello Sport, Roma.

Due vittorie di Benvenuti: ko 6 e verdetto unanime ai punti.

Mazzinghi non ha mai accettato quelle sconfitte.

scansione0001I due dopo le loro sfide hanno ricominciato a percorrere cammini paralleli che non prevedevano un incrocio.

Sono stati due grandi del pugilato mondiale.

Mi piace celebrare il cinquantenario di quelle battaglie proponendo due storie. Ho la fortuna di conoscerli, vi racconto le loro vite.

Nella prima puntata il protagonista è stato Nino Benvenuti.

Adesso è il turno di Sandro Mazzinghi.

50 Anniversary of Mazzinghi WC Victory

Un montante lo aveva appena centrato al mento e Sandro stava volando al tappeto con un salto all’indietro. Una scossa elettrica gli aveva reso molli le gambe. Tutto attorno a lui si era riempito di colori. Mazzinghi era uno che sapeva quanto facessero male i pugni. Ne aveva incassati tanti, ma quel montante gli è rimasto per sempre nella testa. Lo aveva tirato un pugile che veniva dalle Bahamas, si chiamava Gomeo Brennan. Era il 14 aprile del 1967 e si combatteva al Palasport di Roma. Il colpo era stato così forte da sollevare Sandro, da farlo alzare mezzo metro da terra. Davanti agli occhi di Mazzingi erano comparse le stelle. Per qualche istante aveva visto tanti colori, più di quelli che esistono nell’iride. Ce ne sono tanti che neppure conosciamo. E sono bellissimi, sono i colori della meraviglia.

Stava per chiudersi l’ottava ripresa, fino a quel momento a picchiare era stato solo il ragazzo di Pontedera. L’altro era rimasto chiuso a riccio, aspettando che passasse la tempesta. Era andata avanti così sino a quando Sandro non aveva finito la benzina. Così aveva provato a chiuderla lì, con una lunghissima serie al corpo. Ma l’altro sembrava fatto di marmo. Se ne stava sempre dritto, col viso truce, quasi volesse sfidarlo. Meglio riprendere fiato. Era arrivato il momento di guadagnare tempo, recuperare. A scatenare il dramma era però bastato un mezzo passo all’indietro per respirare, le braccia non più su a proteggere il viso. Non aveva altre forze da spendere Mazzinghi. E in quel preciso istante era partito il montante di Brennan. La botta era arrivata improvvisa ed era stata devastante.

Sandro aveva faticato a rimettersi in piedi, sembrava un bambino che cercasse di imparare a camminare. Il sudore gli scendeva dalla fronte, entrava negli occhi, appannava ogni cosa. Mancavano due riprese alla fine. Non era stato semplice portarle a termine. Mazzinghi quel match era comunque riuscito a vincerlo. Ai punti. In terra no. Non ce l’aveva fatta a mandare al tappeto Gomeo Brennan, non era riuscito a chiudere come avrebbe voluto. E la notte, nel letto, si era rigirato a lungo senza riuscire a prendere sonno. La mascella gli faceva male. Niente sonno, tanti pensieri. Non avrebbe più permesso a nessuno di sorprenderlo in calo di forze. Si sarebbe allenato con una dedizione ancora maggiore.

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Dolore, esaltazione, sofferenza, gioia. Nella boxe le sensazioni si rincorrono. Solo qualche fortunato riesce a viverle tutte in una notte. A Mazzinghi era accaduto nel campionato del mondo contro Ki-Soo Kim. C’erano quarantamila persone allo stadio di San Siro, a Milano. Ma Sandro non vedeva, nè sentiva nulla.

Al coreano regalava quasi cinque chili. Sapeva che se non avesse accettato il compromesso, quel match non l’avebbe mai potuto fare. Il sabato Ki-Soo Kim era rientrato nei limiti di peso con la benevolenza di chi governava quel rito, poi l’incontro era stato rinviato per la pioggia. Sandro era tornato sulla bilancia la domenica, all’altro avevano evitato l’ulteriore fatica. Non ce l’avrebbe mai fatta il coreano a segnare il peso giusto, nonostante il digiuno quasi totale avesse accompagnato la parte finale della sua preparazione.

SM

Quel match era stato terribile (nella foto, la pagina del Corriere dello Sport in cui Sandro mi racconta la battaglia contro il coreano).

Mazzinghi diceva che a dargli la forza per portare a termine la sfida era stato Gesù, l’aveva pregato tante volte prima del combattimento. Non era solo un incontro di boxe quello che stava per affrontare, vincendolo avrebbe ricominciato a vivere. Era importante riprendersi il titolo conquistato al Vigorelli e difeso con successo a Sydney contro Ralph Dupas. In quella sfida contro Ki-Soo Kim, Sandro aveva lasciato le sue forze. Finito il match, era finito anche lui quel 26 maggio del 1968.

Ki-Soo Kim era un guerriero. Boxava da vicino, i suoi capelli dritti e duri si ficcavano negli occhi di Mazzinghi, annebbiandogli la vista. Il coreano muoveva la testa in modo pericoloso e dopo due riprese il sangue già segnava la faccia dello sfidante. Ma se c’era battaglia, solo uno poteva vincerla. Al terzo round sembrava tutto finito. Il campione era crollato al tappeto su un montante di Sandro, si era rialzato a fatica, aveva voltato le spalle in segno di abbandono. Ma l’arbitro, l’americano Harold Valan, aveva fatto proseguire il match. E quello aveva recuperato, come per magia, le sue energie.

Quindici round di una ferocia unica. Mai una pausa, mai un attimo senza che un colpo andasse a segno. Sangue e sudore si mischiavano sulla faccia di Sandro che eroicamente continuava ad attaccare. Alla fine ne era uscito vincitore, campione del mondo. Ma aveva pagato un prezzo troppo caro, aveva speso il suo futuro.

giovane

Sandro Mazzinghi era diventato pugile per caso. Suo fratello Guido l’aveva portato a vedere una riunione di dilettanti. Uno degli organizzatori si era avvicinato a Guido, per sussurargli in un orecchio che mancava uno dei pugili. Un novizio non si era presentato. Sandro avrebbe potuto prenderne il posto. L’avversario di quella volta si chiamava Bozzi e veniva da Pisa. Un ragazzino dai capelli dritti, biondi. Si combatteva all’Assistenza, a Cascina.

– Sandro, accetti?

– Cosa ci guadagno?

– Bistecca, vino, pane e frutta.

– Aggiudicato.

In casa quella era tutta roba che non si vedeva. Non si è mai vergognato a dirlo. Sono molti quelli che hanno fatto la fame e dopo non ricordano più nulla. Lui, no. Quel match l’aveva poi vinto ai punti.

Erano gli anni della seconda Guerra Mondiale. Sandro abitava a Pontedera, nel quartiere  Belladimai. In tempo di guerra mancava tutto. La mamma lavorava tanto, si alzava alle cinque del mattino e andava avanti fino alle sei della sera. Andava a fare i materassi dai contadini, i bucati a casa dei ricchi. Quando rientrava, Sandro interrompeva il lavoro nei campi, metteva gli zoccoli sotto la bretella della canottiera e le andava incontro. La mamma appariva in fondo alla strada, un’ombra che avanzava dondolando. Due borse nelle mani, una cesta sulla testa. Dentro c’erano cipolle, aglio, fagioli, farina, uva secca, pane, ceci.  Soldi non ce n’erano e i contadini le davano la ricompensa direttamente dall’orto.

guidoLei aveva fatto delle sacche con i manici, prendendo un tendone vecchio da un camion e l’aveva cucito con gli aghi grossi che usava per i materassi. Dentro quei sacchi non c’erano dolci, nè carne. Quella era roba per ricchi. Lei entrava in casa e metteva tutto sulla tavola. Sandro divideva la roba. C’era da mangiare per due o tre giorni. Lui lavorava nei campi, spaccava la legna in casa dei signori. E quando la padrona di turno gli offriva qualcosa da mangiare, magari due fettine panate chiuse nel pane unto di sugo, lui le metteva da parte. Le portava a casa e le divideva con il resto della famiglia. La mamma era una signora forte, un donnone alto 1.80. Quando è morta arrivava sì e no a 1.50, l’artrite l’aveva deformata. E’ vissuta con lui a Cascine di Buti fino a quando la morte se l’è portata via, aveva 87 anni.

Il papà si chiamava Gugliemo ed aveva una forza mostruosa. Durante la guerra del 1915-18 era sergente ed aveva fatto il presentat-arm con un mortaio da 110 chili. L’aveva sollevato con una sola mano e poi l’aveva retto con il palmo dell’altra. Aveva polsi grossi come caviglie. Aveva perso una gamba dopo una battuta di caccia. Gli avevano sparato ed erano scappati. I medici erano stati costretti ad amputargliela. Era entrato in depressione, da quel momento il suo unico pensiero era stato quello di morire. Privato della sua forza, si sentiva inutile.

Guglielmo Mazzinghi era scomparso nel 1957, proprio quando Guido doveva combattere per il titolo d’Europa contro il francese Charles Humez. Guido aveva sei anni più di Sandro ed era stato medaglia di bronzo all’Olimpiade di Helsinki nei medi leggeri. Aveva avuto una grande importanza nella vita e nella carriera del fratello più piccolo. Era stato la sua guida. Sandro era diventato pugile per emularlo. Guido gli aveva insegnato a non ripetere i suoi errori, era sempre stato al suo angolo assieme al manager dell’intera carriera professionistica di Mazzinghi.

GiornaleAdriano Sconcerti, un omino dal volto scuro, era pieno di una passione che faticava a fare uscire fuori. Una persona gentile, con un forte accento toscano che regalava musicalità alla sua voce. Con Sandro è quasi sempre andato d’accordo, tra loro c’era l’affetto di chi è anche amico e non solo compagno d’avventura e di guadagni. Il pugile aveva anche dormito in casa del manager che non aveva mai avuto un dubbio quando si era trattato di concedergli qualcosa.

Il titolo mondiale, Mazzinghi l’aveva conquistato superando Ralph Dupas il 7 settembre del 1963 (nella foto, la prima pagina della Gazzetta dello Sport celebra l’impresa). Quello era sempre stato per lui un ricordo bellissimo. Non era abituato a quei palcoscenici, soltanto due anni dopo l’esordio si batteva per un campionato del mondo.

Aveva fatto la gavetta andando a Parigi per sconfiggere prima del limite Hyppolite Annex e Charley Attalì. Strumolo, l’organizzatore, gli aveva promesso un match per il titolo se fosse riuscito a superare Don Fullmer e Will Greaves. Sandro li aveva messi entrambi ko e si era ritrovato sul ring del Velodromo Vigorelli di Milano.

sandro

Era salito senza pensare troppo a quello che stava per accadergli. Se nella sua testa fosse entrata l’idea di diventare campione, a fargli compagnia sarebbe arrivata anche la paura ed avrebbe perso. Non era stato un match molto difficile. Quello inesperto era Sandro, ma era stato Dupas a commettere l’errore determinante. Aveva accettato la battaglia. Aveva spaccato l’arcata sopraccigliare sinistra di Mazzinghi (nella foto una fase del match, Mazzinghi è a destra) con l’ennesima testata, ma a rimanere fregato era stato lui. Quando, era arrivato l’inizio della nona ripresa, aveva provato a ripartire con il sinistro, Sandro gli aveva piazzato un destro d’incontro e lo aveva messo a terra. Il guerriero di Pontedera era così diventato il nuovo campione del mondo.

La sua vita era improvvisamente cambiata. Prima non lo poteva vedere nessuno, poi tutti avevano cominciato ad ossequiarlo. Al ristorante era ospite dei padroni, i negozianti facevano la fila per averlo da loro. Regali, feste, fotografie, autografi. Aveva scoperto parenti che non sapeva di avere. Si presentavano genitori che volevano fargli sposare le loro figlie, altri gliele portavano addirittura in stanza. Erano arrivati anche i soldi e lui aveva saputo gestirli. Per questo doveva ringraziare se stesso e Guido, che gli aveva insegnato come fare. Le borse che guadagnava, le metteva da parte. Spendeva il giusto, si accontentava di poco. Aveva il braccino corto. Aveva conosciuto la fame e non l’aveva mai dimenticato.

Era il tempo dell’amore. Sandro aveva sposato Vera nella seconda metà di gennaio del 1964. Dodici giorni dopo, mentre stavano tornando da una cena di gala a Montecatini, l’auto su cui viaggiavano era slittata sul fondo reso viscido dalla forte pioggia. Uno schianto tremendo, l’auto contro un albero che si trovava su un lato della strada. Vera morta sul colpo, Sandro sbalzato miracolosamente fuori. Salvato da alcuni ragazzi che passavano di lì, portato in ospedale, operato. Frattura della scatola cranica e labirinto auricolare chiuso. Si era salvato. «Mi sento un cencio, un uomo vuoto». Mazzinghi non parlava del suo fisico, ma della sua anima. Aveva appena vissuto una tragedia che avrebbe lasciato per sempre segni profondi nel suo cuore.

Contro Gomeo Brennan aveva subito il colpo più brutto su un ring, quelli tirati contro Joe Gonzales a Roma l’1 dicembre 1967, titolo europeo in palio, erano stati i pugni che gli avevano dato la soddisfazione più grande.

L’altro era un mancino, un attaccante. Un cliente scomodo per chiunque. Ma Sandro contro i mancini si trovava bene, e poi l’aveva studiato a lungo. Il francese era un picchiatore terribile, con 32 vittorie per ko nel suo record.

Mazzinghi era sempre stato un diesel, gli serviva tempo per carburare. E Gonzales picchiava forte. Se avesse preso un pugno a freddo, per il ragazzo di Pontedera le cose si sarebbero subito messe male. Così aveva fatto quattro riprese con due sparring negli spogliatoi e quando era salito sul ring era un bagno di sudore. L’altro non lo avrebbe sorpreso.

Mazzinghi aveva un po’ di paura, era come rischiare continuamente di toccare un filo su cui passava la correne ad alta tensione. Poi Gonzales aveva commesso l’errore che Sandro stava aspettando. Lo aveva attaccato. Lo aveva colpito e lui, sbarellando, era finito alle corde. Quello si era avvicinato ed aveva portato un altro destro, piegandosi un po’ in avanti. Sandro aveva schivato quel destro, si era aperto la strada con il sinistro ed aveva mirato al cuore con un destro corto che era finito sulla fronte di Gonzales. Il francese aveva fatto tre passi indietro ed era crollato al tappeto. Proprio come Mazzinghi aveva sognato. Il Palasport romano, in delirio, era ai suoi piedi.

Sandro ha incontrato due volte Nino Benvenuti. Il primo match si è svolto allo stadio di San Siro, a Milano, il 18 giugno del 1965. Mazzinghi l’ha perso per ko al sesto round, ma a chiunque glielo ricordi lui ripete che si tratta di un errore.

«Contro Benvenuti non ho mai perso. Sono stato punito da due verdetti strambi. Nell’incontro di Milano, l’arbitro Brambilla avrebbe dovuto sospendere il mondiale al quinto round. Benvenuti aveva alzato le braccia, aveva girato le spalle ed era andato verso il suo angolo gridando: “Buttate la spugna, questo mi ammazza”. La registrazione di quell’incontro è nelle mani della Rai, chiunque può vederla», si ferma un attimo prima di concludere. «La prima sfida dunque, l’ho vinta per abbandono alla quinta».

Nella seconda, al Palasport di Roma il 17 dicembre del 1965, ha perso ai punti. «E siamo alla seconda fregatura. Quel combattimento l’avevo vinto chiaramente, ma hanno voluto premiare lui. Prima o poi tutti si convinceranno che questa è la verità. Ho dato tutto al pugilato, anche il pugilato mi ha dato tanto. Mi ha arricchito. Ho girato il mondo ed ovunque ho lasciato il segno, solo in Italia mi hanno fatto perdere due match che avevo vinto. Monzon avrebbe dovuto ringraziarmi, dopo le 15 riprese fatte con me Benvenuti non è stato più lo stesso. Capito il discorso?».

Per gli altri sono cose passate, per lui sono ancora da passare.

Il pugilato è stato la sua vita, ma non era lo sport che amava di più. L’aveva scelto per fame e per spirito di emulazione nei confronti di Guido, il fratello più grande. Sandro avrebbe voluto fare il ciclista professionista. Aveva una passione per le corse. Era un fanatico della bicicletta. Con una Ganna da passeggio era stato dietro ai motorini, ai Ducati, al Cucciolo. Tutta roba capace di viaggiare a 40 km. Ma i soldi non c’erano e la bici da corsa costava troppo per le casse della famiglia Mazzinghi. Così, era entrato in palestra.

Aveva 13 anni e faceva tutto di nascosto dalla mamma. Lei non voleva. Poi, una sera, era tornato a casa con un occhio nero. Aveva provato a dirle che era cascato dalla bici in strada, ma lei non aveva abboccato. Dopo un paio di strilli però, si era arresa.

Sandro aveva conosciuto Gino Bartali nel negozio di Duilio Giuntini, “una persona d’oro”, a Pontedera. Bartali gli piaceva, ma dire che non tifava per Fausto Coppi sarebbe stato un insulto al campionissimo. Tra i pugili invece non aveva mai avuto dubbi. Il suo preferito era Ray Sugar Robinson. Un fenomeno, uno che dopo il match di Mazzinghi con Gonzales era andato all’angolo del toscano per salutarlo. «Sei sprecato per stare qui. Con la boxe che hai fatto stasera, con la tua generosità, avresti dalla tua parte tutti i tifosi americani. Laggiù amano i combattenti, i guerrieri. Il tuo futuro è lì».

La sua America invece era stata poca cosa. Un solo match, il 18 dicembre 1969, a Las Vegas, dove aveva messo knock out in due round Cipriano Hernandez. Per lui l’America era come la Fiat in Italia. Una fabbrica di campioni. Da Robinson a Graziano, da Marciano a Joe Louis. Ed era anche un modo per guadagnare più soldi. Ma laggiù non era mai andato a cercare fortuna.

Anche un guerriero come Mazzinghi aveva paura. Un sentimento che accompagna i pugili più forti, che serve a capire i propri limiti ed a sfruttare quelli dell’avversario. Gli capitava di pensare al suo rivale come a un pugile tremendo. Lui si definiva un peso medio bastardo, nel senso che regalava troppo ai suoi nemici. Non stava nei 67 chili, ma saliva sulla bilancia a 69 contro i 72 e mezzo dell’altro. Quando erano nati i medi junior si era trovato finalmente a suo agio. Si allenava anche tre mesi per un mondiale, faceva 20 riprese in un pomeriggio. Sul ring consumava tante energie che avrebbe dovuto avere un serbatoio sulle spalle per recuperare le forze. Difficile trovare uno che reggesse il suo ritmo. In Svezia un giornalista aveva contato 92 colpi a segno in una sola ripresa.

Per questo la paura gli passava all’inizio del match. Il suo avversario non era quel mostro che gli altri avevano dipinto, non aveva di certo fatto la preparazione che aveva fatto lui, non poteva reggere un ritmo folle dall’inizio alla fine. La sera prima dell’incontro, Sandro dormiva tranquillo. Leggeva Tex Willer, Paperon de’ Paperoni. Cose che non impegnavano il cervello. «Se non dormi, subentra il pensiero fisso dell’avversario e sei finito».

Nel 1977, dopo sette anni lontano dal ring e con 66 combattimenti già in cascina, era tornato a combattere. Aveva chiesto la tessera già da un anno, ma l’onorevole Franco Evangelisti, presidente della Federboxe, non perdeva occasione per dichiarare alla stampa che se non avesse smesso di fare il pugilato si sarebbe ritrovato completamente suonato. Sandro aveva chiesto quella tessera anche per dimostrare a tutti che la testa gli funzionava benissimo ed era ancora in grado, a 39 anni, di disputare un combattimento. «Il pugilato non mi ha rincretinito, casomai mi ha reso più furbo. Oltre che più ricco». Tre match dopo, chiudeva definitivamente. Era il 4 marzo del 1978.

Imagesandro foto2La casa dove vive oggi è in cima ad una dolce salita. Cascine di Buti, pochi chilometri da Pontedera. Una villa, un giardino ed un piccolo vigneto. Qui Sandro Mazzinghi sta con la moglie Marisa, i figli Davide e Simone. Prepara un vino che  regala ogni anno agli amici più cari. Faceva così anche con Mario D’Agata, il pugile sordomuto campione del mondo dei pesi gallo, che ci ha lasciato un po’ di tempo fa . «Un uomo eccezionale. Un fighter  fenomenale, è guardando i suoi match che ho imparato come tirare i colpi al bersaglio grosso».

Sandro vive lontano dal mondo della boxe. Guarda qualche match alla televisione, va a qualche riunione. Non sono molti i pugili che gli piacciono, il paragone con i suoi tempi è impietoso. All’interno del salone di casa, vicino al corridoio, c’è la stanza dei ricordi (nella foto, Sandro mostra foto e poster). Fotografie, poster, coppe e medaglie. Un nostalgico salto indietro nel tempo. Ma il presente per Mazzinghi è piacevole. Una bella famiglia, la soddisfazione per quel che ha fatto, le continue testimonianze d’affetto.

Ce ne è abbastanza per essere felici.

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