Benvenuti vs Mazzinghi, cinquant’anni dopo

koverGli anni Sessanta sono quelli della grande illusione.

L’Italia sta cambiando e sembra che il boom economico possa durare per sempre. Sono anni di grande fermento politico, sociale, intellettuale. Dall’estero arrivano ondate di modernità, ma noi non siamo ancora pronti, così Dario Fo e Franca Rame devono lasciare all’improvviso Canzonissima ’62. La censura picchia forte.

Due uomini infiammano l’intera penisola. All’epoca non si attendeva una vita per metterli uno davanti all’altro su un ring di pugilato.

Il Paese era diviso in due. Una rivalità forte come quella tra Bartali e Coppi, ma più velenosa, imbarazzante.

Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti viaggiavano lungo linee parallele. Non si incrociavano mai. Troppi diversi nel modo di affrontare la vita e la boxe.

scansione0001Due volte nell’anno di grazia 1965 si sono affrontati per match previsti sulla distanza delle quindici riprese.

Il 18 giugno allo stadio di San Siro, Milano.

Il 17 dicembre al Palazzo dello Sport, Roma.

Due vittorie di Benvenuti: ko 6 e verdetto unanime ai punti.

Mazzinghi non ha mai accettato quelle sconfitte.

I due dopo le loro sfide hanno ricominciato a percorrere cammini paralleli che non prevedevano un incrocio.

Nino ci ha provato, Sandro non ha mai accettato di mettere da parte polemiche e rivalità.

Sono stati due grandi del pugilato mondiale.

Mi piace celebrare il cinquantenario di quelle battaglie proponendo due storie. Ho la fortuna di conoscerli, vi racconto le loro vite.

Oggi il protagonista è Nino Benvenuti.

Domani, lunedì 11 maggio, sarà il turno di Sandro Mazzinghi.

benv02Nino ha la pelle del volto tirata. Dopo una risata deve aiutare il labbro superiore a tornare nella sua posizione tirandolo giù con la mano. Mascella e gengive sono talmente secche che impediscono al labbro di scivolare.

Il peso è l’incubo di qualsiasi pugile, lo è ancora di più per lui che solo alla vigilia dei Giochi ha saputo che si batterà tra i welter.

Quattro chili sotto la sua categoria naturale.

Roma ’60 è l’ultima Olimpiade che vive solo di sentimenti e di passioni.

Arriva in un’Italia travolta dalla voce e dalle movenze di Elvis Presley, dalla faccia da bravo ragazzo di Paul Anka. I giornali sono pieni di una vivace polemica, importanti dottori sostengono che l’hula hoop mette a rischio la fecondità delle donne. Brigitte Bardot sdogana il bikini e la sua immagine in “E Dio creò la donna” provoca turbamenti in serie.

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Nino Benvenuti è un predestinato. Nella cantina di Villa Rosa a Isola d’Istria inventa una palestra fantasticando sui racconti di Fernando, il papà. Unisce tre colonne con una corda, appende un sacco di juta pieno di granoturco al gancio di una vecchia trave del soffitto. E comincia a picchiare a pugni nudi.

Sangue, abrasioni, dolore. Non può andare avanti così. Prende dei vecchi calzini e li riempie di stracci, per fare i bendaggi taglia delle lenzuola. I guantoni sono pronti, può scoprire quanto sia bello tirare di boxe.

Ha 13 anni. Ne passano altri nove ed eccolo giocarsi l’oro olimpico sul ring del Pala Eur. Ai lacci della scarpa sinistra ha legato una fede nuziale, quella di mamma Dora. Morta a soli 46 anni.

Sconfigge quattro rivali e in finale affronta Yuri Radonyak.

Finisce il primo round.

Natalino Rea è il coach romano, nato a Vicolo del Piede. Il papà è di Santa Maria in Trastevere e la mamma è di via dei Fienaroli. Famiglia trasteverina, gente tosta, abituata a lottare.

ROMA 1960: SPECIALE OLIMPIADI Da sinistra, i pugili italiani  Francesco Musso, Francesco De Piccoli e Nino Benvenuti, tutti vincitori della medaglia d'oro ai Giochi di Roma. Archivio Storico ANSA

Tra Rea e Benvenuti c’è rispetto, ma anche una leggera tensione. Due teste pensanti che faticano a cedere il comando dell’azione.

“Provaci una sola volta, Nino. Butta il corpo in avanti, quando cercherà di colpirti schiva il suo sinistro d’incontro. Entra con la testa nella guardia e spara il tuo gancio sinistro.”

Detto, fatto. Il sovietico finisce col sedere al tappeto. Benvenuti vince match, oro e Coppa Val Barker come miglior pugile dei Giochi.

E in questa Olimpiade romana si è appena presentato al mondo Cassius Clay.

Per Nino è pronta l’avventura del professionismo.

Andare all’America, dicono proprio così, significa realizzare un sogno. Quel Continente è così lontano e misterioso da generare miti e leggende. Laggiù, si racconta, basta arrivare. Poi qualcosa accadrà.

Quattro voli charter pieni di tifosi attraversano l’Oceano. Vogliono essere accanto al loro eroe per urlare Ni-no, Ni-no, Ni-no in terra straniera.

ieriL’Italia sta vivendo il boom economico, la grande illusione è cominciata. In nove milioni comprano la tv, la mettono su un mobile in salotto, la espongono come se fosse un quadro. Nelle serate più importanti amici e parenti si affollano in quei pochi metri quadri e in religioso silenzio guardano lo scatolone magico.

Il Governo decide di pensare per noi. E vieta la diretta televisiva del mondiale dei medi tra Emile Griffith e Nino Benvenuti dal Madison Square Garden di New York. Sono le 22 sulla costa est degli Stati Uniti, le 4 del mattino in Italia. I politici pensano che in tanti resteranno svegli e in troppi non andranno al lavoro quel mattino.

Niente tv dunque.

griffith_benvenutiQuel 17 aprile del ‘67 in diciotto milioni ascoltano alla radio la voce di Paolo Valenti che ci porta direttamente all’interno del Garden. Migliaia di papà svegliano i loro figlioli e assieme aprono lentamente la porta della cucina, mettono il caffè sul fuoco e guardano fuori dalla finestra cercando presagi nelle luci che bucano il buio della notte. Fanno grande attenzione a non svegliare la mamma che dorme qualche metro più in là, in una stanza da letto ben chiusa per allontanare ogni rumore.

Abbiamo scoperto Nino nei racconti del grande Franco Dominici. Il Corriere dello Sport ha con il pugile un rapporto intenso, sino al punto da registrare il record di vendite proprio in occasione di un suo match.

E adesso siamo con l’orecchio attaccato alla radio, in diretta col nuovo mondo, nella speranza di ascoltare parole di speranza.

Un montante destro di Benvenuti e Griffith finisce giù nel secondo round. Un colpo all’orecchio subìto da Nino ed è il nostro ad andare al tappeto nel quarto. Poi una lotta intensa, a tratti feroce, sicuramente entusiasmante. E alla fine il trionfo.

Papà e figli aprono la porta della camera da letto dove la mamma ancora dorme, la svegliano con un gesto d’amore. Bisogna far festa, un nostro ragazzo ha conquistato l’America.

benvenuti e griffith ag. corbis (Agenzia: corbis)  (NomeArchivio: BE055bt7.JPG)

Non è stato solo un match di boxe, stanotte siamo saliti tutti sul ring del Garden e abbiamo vinto con lui.

Ogni campione ha bisogno di un nemico per diventare ancora più grande. Muhammad Ali ha Joe Frazier, Fausto Coppi ha Gino Bartali. E Nino Benvenuti ha Sandro Mazzinghi. Due sfide, eventi che spaccano a metà l’Italia del tifo. Il pugilato è sport di primo piano, coinvolge amori e umori popolari. È avvolto da una passione travolgente. E i match tra Nino e Sandro riempiono di entusiasmo le arene, di parole i bar, di discussioni le strade delle grandi città e dei piccoli borghi. Benvenuti vince entrambi i confronti, ma per Mazzinghi la battaglia non è mai finita.

Poi, in una brutta giornata di novembre del 1970 un indio arrivato da lontano ruba un sentimento che neppure conosce. Carlos Monzon, alto, magro, braccia lunghe e muscoli tirati piazza due ganci, allunga il sinistro per prendere la mira e poi tira giù la mannaia. Il destro che chiude il conto è terribile, un colpo degno del professionista della violenza.

Bevenuti giù al suo angolo, con la testa fra le mani, ha il volto della disperazione.

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Piangono i quindicimila del Palazzone romano, lacrime di rabbia per la sconfitta di un amore.

Quando Nino combatte la gente combatte con lui. Quando attacca creano un’unica gigantesca onda che si muove per accompagnare quell’attacco. Quando si difende, sembra che vogliano salire tutti sul ring per proteggerlo dagli assalti del nemico. Adesso è giù, knock out. E quell’indio giustiziere non si ferma neanche a guardare. Scagliato il destro devastante, si gira e va via. Il lavoro è fatto, per l’altro non ci sarà altra soluzione che la resa.

Rischiosa, sofferta, crudele la rivincita a Montecarlo sei mesi dopo. L’asciugamano del signor Amaduzzi, come Nino l’ha sempre chiamato, vola a firmare l’ultima sconfitta.

“Quell’asciugamano è stato il pugno più cattivo che abbia mai ricevuto.”

Si chiude un decennio magico. Nino Bevenuti si ritira e non torna sulla sua decisione, nonostante milioni e promesse continuino a tentarlo.

È un grande anche nell’uscita di scena.

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