Giornali sportivi, che futuro dietro l’angolo?

giornali

LE CIFRE pubblicate mensilmente dall’Accertamento Diffusione Stampa mi fanno riflettere. Il problema oggi non è “vendere più copie”, ma “non far morire i giornali”. Il calo contemporaneo e elevato di diffusione/pubblicità ha portato l’editoria all’interno di una crisi spaventosa.

L’asse si sta lentamente sposando sul digitale, ma se ci fermiamo un attimo e riflettiamo su costi/ricavi capiamo che la via inseguita non è quella della salvezza. La pubblicità sul web copre in piccola parte gli investimenti fatti per offrire un prodotto di qualità. Il gettito degli inserzionisti su questo settore è l’unico dato in crescita, ma è monopolizzato dai colossi di Internet: Yahoo, Microsoft, Facebook e Aol nel 2012 hanno portato a casa 23,9 dei 37,3 miliardi di dollari che erano a disposizione della rete.

In aggiunta c’è da considerare come il moltiplicarsi delle fonti di informazione, tablet e smartphone ad esempio, abbia fatto lievitare il numero di persone che si rivolgono a questi mezzi per conoscere le notizie. Ma questo fenomeno ha anche creato il popolo del “tutto subito e gratis”.

Oggi è in crisi la sostenibilità economica delle aziende editoriali, bisogna ripensare al prodotto giornalistico. Anche perché oltre al cambiamento scatenato dalle nuove tecnologie, va considerato il cambio del pubblico di riferimento.

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Non c’è da sperare in un futuro migliore.

Il sito Daymurseries.co.uk ha intervistato 806 fra genitori ed esperti di infanzia, ebbene il 74% di questo campione statistico ha sostenuto la tesi che la tecnologia nella scuola materna ha un effetto negativo sui bambini.

Inquietante il parere della scrittrice Sue Palmer riportato dal Corriere della Sera: “Le difficoltà che hanno i bambini moderni a immergersi nella vita reale possono avere nefaste ripercussioni tanto sulla loro motricità (ovvero, tenere in mano una penna e sapere come utilizzarla in maniera corretta) quanto sulla stessa capacità di apprendimento, rendendo più difficile per alcuni di loro imparare a leggere e a scrivere.

La valanga ci sta travolgendo e i giornali generalisti fanno poco per evitarla. Fanno ancora meno gli sportivi, ad eccezione di un tentativo lodevole anche se non pienamente riuscito della Gazzetta dello Sport. Che però almeno ci sta provando.

Il contenimento dei costi è l’input principale che arriva dall’editore. Il taglio dell’organico redazionale e dei servizi è l’unica soluzione inseguita. Capisco che quando il mare è in tempesta si cerchi il primo appiglio a disposizione, ma adesso che lo sfoltimento è giunto a un limite invalicabile è arrivato il tempo di pensare al futuro. Con le redazioni ridotte ai minimi termini i costi dovrebbero essere stati contenuti.

Un giornale deve dare un motivo al lettore per recarsi all’edicola e comprarlo.

Un giornale deve soprattutto avere credibilità. Gli anni in cui si alimentavano i sogni raccontando favole è finito. I lettori si sentono traditi e negano la loro fiducia.

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Un giornale deve essere indipendente. Anche dai condizionamenti delle squadre di riferimento.

Scoop, inchieste, informazione affidabile, facilità di consultazione potrebbero essere un buon punto di partenza. Difficile da realizzare, ma se si pensa che in ballo c’è l’esistenza stessa del proprio lavoro si capisce che bisogna almeno provarci.

Altro punto che giudico irrinunciabile è l’interazione con il proprio sito web. Il quotidiano deve diventare un brand digitale, ma non bastano gli slogan per renderlo tale. Serve informazione in tempo reale, continua, precisa. E serve qualità.

Il pubblico di riferimento di un media sportivo è preparato, competente. Il giornalista che da informazione deve esserlo ancora di più. Sul piano tecnico, storico, della documentazione, dell’approfondimento. Leggo articoli che sembrano poemetti giovanili. Leggo servizi di una seriosità imbarazzante e di una pochezza di contenuti avvilente. Molti di quei pezzi sembra stiano lì solo per riempire spazi, senza offrire lucette lampeggianti che invitino alla lettura.

Internet va sfruttato in modo diverso. Ogni servizio deve avere dei link di riferimento, le notizie principali meritano una approfondimento. Le foto devono essere emblematiche. Gli unici video che possono interessare sono quelli degli eventi, la documentazione di fatti, episodi curiosi.

Le interviste vanno lasciate al cartaceo, gli argomenti extra vanno ridotti al minimo indispensabile. L’eliminazione delle donnine poco vestite in homepage è un obiettivo che inseguo (inutilmente) da tempo.

Chi guida i giornali o il sito è convinto che nudo e mercato siano le uniche fonti di richiamo. E su quello insistono. E su questa insistenza che si stanno giocando, perdendo, il futuro.

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Non sto qui a disegnare un progetto, sto solo cercando di mettere per iscritto qualche pensiero nella speranza che la fine non sia dietro l’angolo e ci sia comunque una via di salvezza per il cartaceo. Perché se muore quello, il web gli va a ruota. Nessuno è disposto a investire pesantemente su questo nuovo mezzo e soprattutto pochi fruitori sono pronti a pagare per avere l’accesso.

Il salto del fosso dal cartaceo al digitale sarebbe possibile a un numero ridotto di quotidiani, quelli che hanno già dimostrato di muoversi su numeri importanti. Per gli altri sarebbe la fine.

Si continua a parlare di tutto e in realtà si parla di niente. Manca il gusto del racconto, la voglia di approfondimento. Non ci sono nè storie, nè notizie. Per leggere un giornale sportivo basta meno di un minuto. Passati in rassegna i titoli, si passa a un’altra occupazione. E la volta dopo si evita di andare in edicola.

Si fanno giornali vecchi senza tenere in alcuna considerazione che sono cambiate tecnologie e pubblico di riferimento. Continuando a dare la colpa alla tv e a internet si cesserà di esistere convinti di non averne colpa.

 

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