Il sogno di Di Rocco, essere l’Ali dei rom

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ERA notte fonda quando Michele Di Rocco ha affrontato Ruben Nieto venerdì a Madrid. Il 32enne di Bastia Umbra ha vinto un match intenso, faticoso, spettacolare. E ha conservato l’europeo dei superleggeri. Attualmente è numero 7 nelle classifice del Wbc e dell’Ibf. Quattordicesimo per la Wbo.

Ho parlato con il pugile umbro di etnia rom. È uno che tiene molto alle sue radici e cerca di difenderle da chi invece vede nei gitani un pericolo per la società.

Michele Di Rocco, come ti senti dopo la vittoria in Spagna?

“Come un vecchio di novant’anni ridotto male.”

Ride. La sua è una battuta, ma non va molto lontano dalla realtà.

“È stato un math duro, molto fisico. Non ho segni sul viso, ma sento dolori in ogni parte del corpo. Fatico anche a fare piccoli movimenti. Passerà.”

Questo ti rende nervoso?

“No, sono felice. Ho conquistato un successo all’estero e l’ho fatto lavorando e dannandomi l’anima.”

A che ora è cominciato l’europeo?

“All’1:15 della notte.”

Perché?

“Nessuno ce lo ha spiegato.”

A che ora siete arrivati al Palazzetto?

“Alle 20. Ci avevano detto che l’incontro avrebbe avuto inizio alle 23. Poi hanno cambiato programma senza informarci. Ma ormai tutto questo fa parte del passato.”

Campione europeo dei superleggeri. È una categoria che ti calza bene?

“Devo faticare da matto per rientrare nel limite. Io nella vita di tutti i giorni peso 73 chili. E non sono certo grasso. Dovendo combattere a 63,500 devo sottopormi a una dieta stressante. Limitazione nel cibo, acqua a livello pazzesco: anche da 4 a 6 litri al giorno! Se a questo aggiungi il doppio allenamento quotidiano, capisci perché considero l’incontro la parte più facile del mio lavoro.”

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A combattere sei stato abituato da piccolo.

“Vero. Sono l’unico figlio maschio e vivere con nove sorelle non è stato semplice. Anche perché sono tutte belle ragazze e io sono sempre stato geloso. Quando uscivano le guardavano tutti e a me questo dava un grande fastidio.”

Una di loro…

“Sì. Una di loro ha partecipato al concorso di Miss Italia. Ed è stato uno scandalo per il popolo rom. Poi non è più entrata nel mondo dello spettacolo, si è sposata e ora vive felice.”

Sei mai stato vittima di atteggiamenti razzisti?

“Rom, zingari, gitani. Comunque li chiami, sono visti allo stesso modo. Con sospetto. Quando ero bambino non mi invitavano alle feste di compleanno. Pensavano potessi rubare qualcosa. Ancora oggi trovo molte persone diffidenti, nonostante sappiano che sono un pugile che fa il suo lavoro con grande sacrificio. Mi salutano, dicono che sono un bravo ragazzo. Ma dentro di loro conservano un po’ di paura.”

Eppure la tua famiglia ha antiche radici italiane.

“Sono arrivati qui secoli fa. Papà commerciava in cavalli, poi ha fatto il muratore. Mamma è una casalinga. Io ho sempre lavorato. Il pugilato è un lavoro come gli altri, sono fortunato perché mi dà da vivere.”

Chi sono i tuoi migliori amici?

“I soldi e la famiglia. I primi mi permettono di vivere meglio, la seconda è la mia ragione di vita.”

Ti sei sposato giovanissimo, poi sono arrivati tre figli.

“Sì. Filomena è diventata mia moglie quando eravano ancora ragazzi. Abbiamo tre figli: Anna di 13 anni, Jennifer di 11 e Francesco che mercoledì compirà quattro anni. Un’autentica peste, una furia scatenata.”

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Vivi di pugilato?

“Sì. Ho la fortuna di poterlo fare, anche se è stata dura. Per un anno e mezzo sono andato in giro per l’Italia alla ricerca di un manager e un maestro che potessero garantirmi un futuro. Alla fine ho scelto il meglio. Credo che Salvatore Cherchi sia l’unico che lavori costantemente a livello europeo e mondiale.”

Andavi forte anche da dilettante, perché non sei rimasto in nazionale dove potevano garantirti buoni stipendi e avresti avuto meno incertezze?

“Non mi piaceva il gruppo. Mi avevano fatto una buona offerta, mi avevano anche proposto un posto in Polizia. Se ci fosse stato un altro team, probabilmente avrei firmato.”

Pensi che il pugilato sia quello dei dilettanti?

“No. Se hai le qualità, se credi di poter diventare un campione devi percorrere la strada del professionismo. Scegli la Nazionale se vuoi stare al sicuro, rischiare di meno e accontentarti. Dipende da quello che cerchi nella vita. Il professionismo è la vera pedana dove misurarti con i migliori.”

Sogni nel cassetto?

“Ovvio. Fare un mondiale.”

Pensi che saresti già pronto per un appuntamento del genere?

“In questo momento dovrei rispondere: non proprio. Se arrivasse l’occasione non rifiuterei, ma dovrei lavorare molto, fare una lunga preparazione soprattutto per evitare che i difetti che ho possano impedirmi di ottenere il meglio dalla mia boxe. Il mondiale è un livello a cui penso di appartenere, ma solo se riuscirò a colmare le lacune che ancora non rendono efficace come vorrei il mio pugilato.”

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La boxe è uno sport popolare nel mondo gitano.

“Ho quattro cugini che hanno ottenuto ottimi risultati: Domenico Spada, Pasquale Di Silvio e due più alla lontana come Romolo e Sandrino Casamonica.”

Per te cosa rappresenta?

“È lo sport che mi ha insegnato a vivere. Mi ha spiegato cosa sia la realtà, ho capito che senza sacrifici non si ha nessun risultato. E poi mi ha fatto capire cosa sia il rispetto. Per l’avversario, per me, per le regole. È una disciplina che mi ha aiutato a crescere nel migliore dei modi.”

C’è stato un momento nella tua vita in cui avresti potuto fare un salto nella grande popolarità. Se ti dico cito l’anno 2008, cosa ti viene in mente?

“Un’occasione sfumata. Ero stato chiamato a far parte del Grande Fratello, mi ero già messo d’accordo. Dovevo solo rispettare un patto di segretezza. Io invece mi sono lasciato sfuggire qualche mezza parola con i giornalisti e mi sono ritrovato con un servizio di quattro pagine su Sorrisi e Canzoni TV: “Il pugile rom al GF”. La mattina dopo mi hanno chiamato per dirmi che era tutto cancellato.”

E tu?

“Ci sono rimasto male, molto male. Era la possibilità per fare un salto importante ed era sfumata per una cretinata.”

Sei il primo rom ad essere diventato campione europeo. Adesso a cosa punti?

“Con le dovute proporzioni, per carità non fraintendetemi, mi piacerebbe diventare per il popolo gitano quello che Muhammad Ali è stato per i neri d’America. Un riferimento, un motivo per cui sentirsi orgogliosi. Per ora qualche piccolo risultato in questo senso l’ho raggiunto, ma il grande sogno si deve ancora realizzare. Sono ottimista, penso possa diventare realtà.”

 

 

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