Quella notte magica del professor Oliva

patrizio

AVEVO visto per la prima volta Ubaldo Sacco un pomeriggio di inizio marzo dell’86, era appena arrivato in Italia. Era entrato nella palestra di Sanremo che avrebbe ospitato la parte finale della preparazione per il mondiale contro Oliva. Aveva una faccia da schiaffi.

Un piccoletto, questa era la prima immagine che mi aveva lasciato come ricordo. Piccolo, ma pieno di voglia di vivere. Aveva scherzato, giocato, finto di allenarsi. E poi aveva sparato battute e insulti. Il tutto con un unico destinatario: Patrizio Oliva.

Eppure il giovanotto avrebbe avuto altro a cui pensare. Si portava infatti dietro due problemi che avrebbero potuto condizionare l’approccio alla sfida. Era su di peso e litigava spesso con quelli del clan, con Tito Lectoure soprattutto.

Poi, lo sbruffone aveva improvvisamente lasciato il posto all’uomo silenzioso. Dopo aver fatto il guascone per un’intera settimana l’argentino aveva scoperto di avere paura. Non di Oliva, ma del futuro. Sapeva che, in caso di sconfitta, non avrebbe avuto una seconda occasione.

Pochi però se la sentivano di indicare l’italiano come favorito. Anche i bookmaker clandestini di Napoli dicevano che il match l’avrebbe vinto il campione in carica, le quote di chiusura pagavano Patrizio a 2, Sacco a 60/100.

Oliva alloggiava all’Hotel de Paris, gli organizzatori gli avevano riservato la stessa suite che aveva ospitato Dustin Hoffman e Frank Sinatra.

L’arbitro del mondiale sarebbe stato Frank Cappuccino, un signore di 53 anni, nativo di Filadelfia ma con chiare origini italiane. Aveva ancora dei parenti a Montepaone, meno di quaranta chilometri da Catanzaro.

Per sedici volte aveva diretto un titolo mondiale, sei volte ne era stato giudice. Una garanzia di imparzialità.

Oliva non aveva bisogno di aiuti, ma solo di un arbitro che non lo danneggiasse.

PaDa

Ho conosciuto Patrizio a Fiuggi nel 1978 (nella foto sopra un’immagine di oggi, qualche chilo fa…), in quello che all’epoca era il ritiro della nazionale azzurra. L’avevo poi seguito lungo tutta la carriera dilettantistica. Di quel periodo, più che i tanti bei ricordi, ho fisso nella mente un momento buio.

Il furto di Serik Konakbaev agli Europei di Colonia del 1979. Oliva aveva vinto quella finale e solo dei giudici incapaci gli avevano negato la medaglia d’oro.

Avremmo dovuto festeggiare in una pizzeria italiana. Quella serata, comunque onorata, era stata di una tristezza infinita. Quasi come quella volta quando, appena finito un match ai Giochi del Mediterraneo di Spalato ’79, ero andato nello spogliatoio e l’avevo trovato con la testa fra le mani e un’espressione di sconforto negli occhi.

«Mi fa male l’orecchio, sento qualcosa di strano, come se qualcuno mi fischiasse dentro in continuazione.»

Mosca

Era l’inizio di un’odissea che sembrava non dovesse mai finire. Una microlesione al timpano dell’orecchio sinistro ne aveva messo a rischio la partecipazione all’Olimpiade di Mosca. Ma alla fine ce l’aveva fatta e in quei Giochi aveva vinto la medaglia d’oro nei superleggeri battendo in finale proprio Konakbaev (foto sotto), conquistando anche la Coppa Val Barker (sopra) come miglior pugile del torneo. Poi, era passato professionista.

Eravamo diventati amici.

1980-Mosca_OLIVA

Lui vinceva e gli altri scrivevano che valeva poco. Diventava campione italiano e scrivevano che non aveva fatto niente. Conquistava la corona europea e raccontavano di come in fondo non avesse battuto nessuno.

Era stato in quei giorni che avevo fatto un patto con lui.

La proposta era partita da Patrizio.

«Dario, io il campionato del mondo lo vinco. Te lo prometto. E dopo, quando tutti se ne saranno andati, ci faremo una foto. Tu, io e la cintura mondiale. Alla faccia di quelli che non hanno mai creduto in me.»

La notte del 16 marzo 1986 il rito si era compiuto. Oliva aveva sconfitto Sacco in un match drammatico, di grande spessore emotivo.

Urla, applausi, lacrime.

Piangevano tutti, non conoscevano altro modo per festeggiare.

Anche Patrizio piangeva, aveva aspettato quel momento per sei anni. Anzi, per una vita.

Rocco, il papà, saltava sul ring. Neppure la furia dei gendarmi monegaschi riusciva a fermarlo. Patrizio urlava il nome di Ciro. Quello di suo figlio, ma soprattutto quello del fratello morto quando era ancora un ragazzo. Urlava mamma Catena a bordo ring. Aveva urlato per tutto il match e ora poteva sfogare la gioia. Giovanna, la sorella, invece non aveva resistito. La crisi era arrivata quasi subito, al secondo round. Era dovuta scappare fuori, aveva bisogno di prendere aria. Poi era tornata. E aveva pianto, pianto sino alla fine. Quando Patrizio era stato portato in trionfo, lei era svenuta. Un leggero collasso, per fortuna niente di grave.

Oliva aveva tenuto tutti col fiato sospeso per l’intero incontro. Sembrava dovesse essere una cavalcata trionfale.

E tale era stata per dieci riprese, ad eccezione della quarta. Il sinistro del napoletano scattava preciso e veloce. Sacco se lo trovava davanti ogni volta che abbozzava un attacco. Neppure la tracotanza con cui aveva cercato di mascherare le preoccupazioni poteva aiutarlo. Davanti a lui aveva un campione vero, uno che accettava gli scambi, prendeva colpi duri e ripartiva. Pugni che i suoi denigratori pensavano non sarebbe mai riuscito ad incassare. E a quei signori che dicevano che il ragazzo della Stadera era solo uno che scappava, Patrizio regalava una lezione di boxe. Era un professore che picchiava, indietreggiava, rientrava e sfruttava ogni arma in suo possesso.

All’undicesimo round però tutta quella mole di lavoro aveva chiesto un’indispensabile pausa. Ed era stato a quel punto che era uscito fuori Sacco, il pugile che in tanti avevano descritto come un atleta incapace di reggere la distanza. Il giorno dopo qualcuno avrebbe parlato di un campione a ritmo ridotto, di uno che aveva difeso il titolo solo a metà. Pietose bugie.

Nel finale del match Oliva aveva tirato fuori anche il cuore. All’angolo Rocco Agostino per scuoterlo gli aveva urlato parole terribili.

Bruno Arcari gli aveva semplicemente detto che il campione era lui e che quella corona non poteva lasciarla all’argentino. E così Patrizio aveva stretto i denti, aveva pensato al fratello ed era tornato al centro del ring.

sacco

Alla quattordicesima ripresa (foto sopra), quando sembrava che la rimonta di Sacco fosse irresistibile, Oliva aveva tirato fuori dal cilindro la sua classe. E con il magico sinistro aveva ripreso a martellare di colpi la faccia del gringo.

Quel jab il buon Sacco se lo sarebbe sognato per parecchie notti. Sarebbe stato un incubo che lo avrebbe accompagnato per molto tempo.

Poi, finalmente, il verdetto.

Forse in Arkansas il pugilato si giudicava al contrario: vinceva chi incassava più colpi. Era l’unica spiegazione per il folle cartellino del giudice McKowack che vedeva Sacco vincitore con cinque punti di vantaggio.

Era il primo verdetto ad essere letto. E gelava la sala.

pa

Poi, una pausa che sembrava infinita. Mario Mattioli, il ring announcer di quella notte, leggeva gli altri due cartellini: Sung Yung 147-144, Hill 145-141. Dannazione, ma in favore di chi?

«Per… il nuovo campione del mondo.»

Festa, urla, lacrime. E ancora risate, applausi, abbracci.

Poi, solo silenzio. Lo Stade Louis II era tornato ad essere vuoto.

Avevo trasmesso il servizio al Corriere dello Sport, raccolto la mia roba e mi ero incamminato lentamente verso lo spogliatoio. Il collega Massimo Tecca aveva curato le interviste, avevo così avuto più tempo per gustarmi il trionfo. La boxe è sport che regala emozioni forti, se poi sul ring c’è un tuo amico quelle emozioni rischiano di travolgerti. Un giornalista non dovrebbe lasciarsi coinvolgere così tanto, ma non sempre si può gestire quello che l’anima detta.

E poi, quella vittoria la sentivo un po’ anche mia. Per carità, non avevo fatto niente. Non avevo preso pugni, né mi ero sacrificato in allenamento, non avevo sudato nel footing del mattino, non avevo sofferto la fame per rientrare nel peso, non avevo sentito il dolore dei colpi di Sacco, né di quelli che l’avevano preceduto. Non avevo messo sul piatto né talento, né coraggio. Ma avevo scommesso la mia reputazione sul mio amico e i fatti ci avevano dato ragione.

nilia

Mi ero incamminato lentamente nei corridoi ormai vuoti dello stadio, arrivato davanti alla spogliatoio avevo spinto lentamente la porta.

Patrizio mi aspettava seduto sulla panca appoggiata alla parete più lunga della stanza. Indossava ancora gli abiti da combattimento coperti da un accapatoio color oro. Con lui c’era Nilia Sole, la compagna della vita (sopra la coppia oggi). Oliva le dava un bacio, poi mi guardava sorridendo.

«Finalmente, pensavo non arrivassi più. Temevo ti fossi dimenticato della promessa.»

Aveva un occhio nero, gli zigomi segnati dai colpi dell’argentino, chiazze rosse attorno all’occhio destro.

Ma era felice.

Aveva alzato in alto la cintura e aveva chiesto a Nilia di farci una fotografia.

«Io la promessa l’ho mantenuta. Peccato per chi non ci ha creduto.»

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4 Comments Add yours

  1. lucia maurano says:

    Che storia meravigliosa, e che orgoglio hai regalato ai tuoi concittadini partenopei, Grazie CAMPIONE nello sport e nella vita.

  2. patol59@libero.it says:

    Amico mio, anche tu hai faticato,sudato ,sofferto insieme a me, certo io fisicamente ma tu con la parte più nobile : il cuore!!!Ti voglio benePatrizio

  3. alessandro says:

    Grande Campione…chi la dimentica piu’ quella notte…..i tuoi piu’ che Amici di Frattamaggiore…..Ciccio, Alessandro e Rino.

  4. lorenzo says:

    questo articolo ti fa vivere le sensazioni dei protagonisti, ti fa “sentire” il sacrificio di uomini, che hanno dato tutto per lo sport e spesso vengono dimenticati troppo velocemente.

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