Il buio del gigante, la ballata triste di Bowe

giugno 2013

RIDDICK Bowe l’ho visto per la prima volta a Brownsville, Brooklyn, New York nel lontano 1987. Eravamo nella pizzeria a taglio di Basilio Falcinelli: ex sassofonista jazz e fratello di Franco, all’epoca allenatore della nazionale.

Ero approdato in quel posto dimenticato dal mondo dopo essermi lasciato Manhattan alle spalle. Avevo dovuto pagare una buona mancia per convicere il tassista a portarmi nell’inferno di Brownsville.

NAPOLI PIZZA

Era la scritta incastrata tra vecchi palazzi e case diroccate in Livonia Avenue. Le finestre degli edifici attorno erano quasi tutte spaccate, le porte bruciate.

Basilio era un uomo bassino e robusto, aveva due baffoni che ispiravano simpatia. Era l’unico bianco nel raggio di qualche chilometro.

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Da quelle parti era nato Mike Tyson, lì aveva vissuto la giovinezza un suo compagno di scuola: il peso massimo Bowe.

Riddick era arrivato indossando una tuta di almeno due taglie più grande della sua, che già era enorme. Non camminava, ondeggiava. Un pendolo in continuo movimento. Avevamo cominciato a parlare.

Mi aveva raccontato di come avrebbe vinto l’oro olimpico, di come sarebbe diventato campione del mondo tra i professionisti, di come avrebbe ridotto il nostro Francesco Damiani se solo lo avesse incrociato sul ring.

Era un fiume in piena. Parlava, parlava, parlava.

Poi c’eravamo fatti una foto tutti assieme. Ero in compagnia di altri tre giornalisti italiani: l’immancabile Teo Betti del Messaggero, Franco Esposito del Mattino e Mario Bruno di Tuttosport.

Bowe mi aveva salutato con un’amichevole pacca sulle spalle ed io avevo rischiato fratture multiple, ma ne ero uscito miracolosamente indenne.

Avevo incrociato nuovamente Bowe a Seul alla vigilia dei Giochi del 1988. Mi ero avvicinato e gli avevo chiesto se si ricordasse di me.

“No, dovrei?”

Gli avevo mostrato la foto della pizzeria, avevo fatto il nome di Basilio.

Lui aveva guardato la foto, poi aveva guardato me.

“Come potevo riconoscerti? Adesso sei normale!”

Tra la foto e il presente la differenza era di sette chili di peso. I miei.

Ho raccontato l’episodio tanto per dirvi come il ragazzone fosse uno con la battuta pronta.

L’avevo visto al Thomas & Mack Center di Las Vegas battere con una grande prestazione Evander Holyfield e conquistare il mondiale dei massimi.

Avevo parlato nuovamente con lui qualche mese dopo quando era venuto a Roma. Mi aveva chiamato Kelly Swanson, la donna che era a capo delle pubbliche relazioni dei gruppo. Aveva avuto i miei recapiti da Chika: una fantastica fotografa giapponese che conosceva molto bene Rock Newman, il manager del campione.

Riddick era appena stato ricevuto dal Papa e voleva visitare il Colosseo. Un’altra foto, poi Kelly mi aveva chiesto se quell’immagine sarebbe finita in prima pagina. Io le avevo risposto al volo.

“Certo.”

In realtà non ne avevo la minima idea. E invece quella foto di Bowe a braccia alte con la cintura e il Colosseo alle sue spalle era finita davvero sulla prima del Corriere dello Sport. Altri tempi.

Paraglider James Miller, 1993 WBA/IBF Heavyweight Title

L’ultima volta che ho parlato con lui è stato a inizio novembre del 1993. Aveva appena perso un’incredibile rivincita contro Evander Holyfield. Il match si era svolto al Caesars Palace. Durante il settimo round un giovanotto, tale James Miller, era planato sul ring trascinato dal suo parapendio a motore. Sarebbe voluto atterrare sul tappeto, invece si era incagliato tra le corde. In prima fila a bordo ring c’era Judy Bowe che all’epoca era in attesa del terzo figlio. Si era spaventata e aveva cominciato a urlare. Gli uomini della sicurezza avevano riempito di pugni l’allegro Miller fino a metterlo ko. Era stato portato fuori in barella. Il match era ripreso dopo un’interruzione di oltre venti minuti.

Poi avevo perso le tracce dirette di questo omone di 196 centimetri con il peso costantemente oltre i 110 chili, con la battuta sempre pronta e la risata contagiosa. Avevo seguito le sue imprese sui giornali e alla televisione.

campione

La riconquista del mondiale, il ritiro nel 1996 seguito dal rientro nel 2004. Negli anni del primo ritiro e in quelli che hanno seguito il suo definitivo (pensavo) abbandono se volevo sapere qualcosa su di lui non dovevo leggere le pagine sportive, ma avventurarmi nella cronaca nera.

Si era arruolato nei marine e tre giorni dopo aveva chiesto il congedo.

Era stato denunciato per avere picchiato la sorella.

Nel febbraio del ’98 aveva rapito la moglie Judy e i loro cinque bambini. Li aveva minacciati con un coltello, aveva ammanettato lei e portato tutti da Charlotte a Washington. Era stato arrestato. Rischiava una pena da 18 a 24 mesi. Alla fine ne aveva scontati 17.

Ed è su questo processo che dobbiamo fissare la nostra attenzione: ha un rilievo particolare nella storia.

Leggo su boxeringweb.net che la Commissione Washington DC Boxing&Wrestling gli ha concesso l’autorizzazione a combattere.

Eppure in quel processo la tesi della difesa era stata imperniata sullo stato di salute del cervello di Bowe, seriamente danneggiato in seguito ai molti colpi subiti durante l’intera carriera. La parlata impastata dell’ex pugile era stata portata a testimonianza delle conseguenze dei colpi che il cervello aveva incassato in tutti quegli anni.

E adesso gli restituiscono la licenza!

Non ho certezze neppure sulla sua età.

Lui giura di essere nato il 10 agosto del 1968, alcuni documenti indicano come anno di nascita il 1967. Avrebbe dunque 47 anni.

Ed è inattivo da sei.

Il match sarà sulla distanza delle 8 riprese e si svolgerà il 20 settembre al Convention Center di Washington per la GFS Etertainement.

L’uomo che è stato per due volte campione del mondo dei pesi massimi, che ha conquistato il titolo unificato, che è stato classificato da autorevoli fonti tra i migliori 25 massimi di tutti i tempi, adesso fa la comparsa in un cartellone in cui i protagonisti sono Hector Camacho jr e Jeff Lacy. Bowe non è neppure nominato nella pubblicità.

Che match sarà quello del 20 settembre?

Molto probabilmente una farsa.

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L’avversario si chiama Richard Carmack ed ha 26 anni. Ha perso gli ultimi cinque incontri disputati, tre dei quali prima del limite, e ha un record complessivo di 12 vittorie e cinque sconfitte, con 10 ko all’attivo.

Il soprannome è Silverback, ma in giro è conosciuto soprattutto per la sua mole. Nel maggio scorso è salito sul ring a 153 chili! Alterna il pugilato con qualche rara esibizione nella MMA. È già stato fermato due volte per un mese dalla Commissione Medica a causa dei brutali ko subiti. Imbattuto dopo i primi 12 incontri ha perso per ko3 contro Vinnie Maddalone e non si è più ripreso.

Riddick Bowe quando si è ritirato la prima volta nel ’96 aveva in banca 15 milioni di dollari. Nel 2005 ha presentato istanza di fallimento esibendo passività per 4,1 milioni. Nel 2009 tirava avanti vendendo per poche decine di dollari foto e guantoni autografati.

L’ultima immagine che ho di lui è quella catturata da una web tv lo scorso anno durante una riunione al Madison Square Garden di New York.

Ha la faccia segnata da una profonda cicatrice che parte al centro dell’arcata sopracciliare sinistra e si ferma solo dopo l’attaccatura alta del naso. Il volto è gonfio, la parlata impastata.

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Ha provato a fare soldi con la Muay Thai. Il 14 giugno dello scorso anno ha combattuto a Pattaya e ha perso per fuori combattimento al secondo round contro Levgen Golovin. Pesava 165 chili! Ha guadagnato, sembra, 150.000 dollari e per qualche giorno non è stato neppure in grado di camminare.

Adesso ci riprova con la boxe. Andrebbe fermato e invece lo invogliano ad andare avanti.

Gli hanno fatto qualche domanda.

“Ehi Riddick, come va il tuo cervello?”

“Decisamente meglio del tuo.”

“Ma hai la voce impastata, parli a fatica.”

“Non è vero che ho la voce impastata, il fatto è che parlo in corsivo.”

Big Daddy non ha perso il gusto della battuta.

Ma a 47 anni, dopo sei stagioni lontano dal ring, sarebbe il caso che qualcuno si mettesse di mezzo tra lui e l’ultima follia.

 

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