Gossip, sport e stampa. La verità che non c’è

kover

LA SLITTAMENTO costante dell’informazione sportiva verso il gossip mi disorienta. Sono sempre stato convinto che una bella storia sia uno dei modi migliori per conquistare il lettore. Ma se la storia non c’è, perché pubblicarla?

Prendiamo Federica Pellegrini e Filippo Magnini (foto sopra). La notizia, i restroscena, i segreti di questa coppia nel momento in cui si sono messi assieme reclamavano giustamente spazio all’interno del giornalismo sportivo. Sono due grandi personaggi, due campioni e il fatto che si fossero innamorati costituiva lo spunto ideale per raccontare una bella storia. Poi però è cominciata la deriva.

In questi giorni ha toccato il fondo. Paginate su ogni quotidiano. Su cosa? Sul lancio fatto da un settimanale per promuovere il numero che sarebbe andato in edicola. I due si sposano. La notizia in sé non penso reggesse lo spazio che ha avuto, il fatto che entrambi i protagonisti avessero smentito nel primo pomeriggio (twitter sotto) arrivava addirittura a cancellarla. Perché mai avremmo dovuto smentire una notizia che non avevamo mai dato?

ore 18

Ma ormai le pagine erano disegnate, i pezzotti di routine già scritti e allora bastava cambiare la titolazione (da “Pellegrini e Magnini si sposano” a “Pellegrini e Magnini si sposano, anzi no”) e il giochino restava in piedi.

Perché accade tutto questo?

Ormai si va con il pilota automatico. Tutti i giornali hanno in pagina gli stessi temi, non c’è originalità nella chiave di lettura dell’avvenimento. Davanti alla mancanza di idee ci si aggrappa ai flash di agenzia. Senza approfondirli, senza arricchirli, senza controllarli.

Ci si innamora di un’idea, poco importa se corrisponda o meno alla verità.

Ricordo di quella volta che arrivò tramite un’agenzia la notizia di un match tra Hector Macho Camacho e suo figlio Hector Macho Camacho jr. Una notizia pazzesca: la sfida tra padre e figlio, l’ultima frontiera violata di una boxe ormai senza sentimenti.

Anche il giornale per cui lavoravo entrò in fibrillazione. Era già tutto stabilito. Pezzo in prima, una pagina dentro. Ma io avevo molti dubbi. Sul flash d’agenzia c’era scritto il nome del promoter che avrebbe organizzato quella serata: Dan Gossen.

Gli telefonai negli Stati Uniti.

-È vero che organizzerai la sfida tra i Camacho padre e figlio (foto sotto)?

Chi ha detto questa assurdità?

-È stata riportata da un’agenzia

Non mi è mai venuto in mente. Inoltre, come se non bastasse, i due hanno programmi diversi. È una notizia totalmente falsa.”

camacho-jr

Altri due giornalisti avevano controllato l’esattezza del lancio di agenzia. Il giorno dopo Corriere dello Sport, Gazzetta dello Sport e Corriere della Sera scrissero la verità. Gli altri pubblicarono lunghi commenti di esperti di tutto che stigmatizzavano la vicenda, tiravano botte da uccidere contro la boxe, insultavano pugili e organizzatore, si chiedevano dove fosse finita l’etica.

Avrebbero fatto tutti meglio a rivolgere a se stessi quell’ultima domanda. Ma evidentemente sparare sugli altri anziché guardare dentro di noi è molto più facile. E non costa nulla, neppure la fatica di una telefonata.

Il match ovviamente non si è mai fatto.

Inutile dire che nessuno ha smentito la falsità dell’informazione fornita ai propri lettori.

E poi si chiedono perché questi abbiano perso fiducia nei giornali.

Scrivo e mi vengono alla mente altri episodi, autentiche tragedie che non sono riuscite a frenare un approccio approssimativo al fatto di cronaca.

Il 19 luglio 1978 sul ring di Bellaria, Angelo Jacopucci sfidava Alan Minter (foto sotto) per l’europeo dei pesi medi. Perdeva per ko, si sentiva male, entrava in coma e moriva.

A seguire l’ambulanza che portava Angelo da Bellaria a Rimini e poi a Bologna, c’erano solo due giornalisti: Teo Betti del Messaggero e l’inviato del Corriere dello Sport.

A rileggere le cronache a un anno da quel tragico evento sembrava che ci fosse stata una carovana di auto dietro quella del pugile di Tarquinia.

jacopucci

Con un giorno di anticipo rispetto alla verità un’agenzia annunciava la morte di Jacopucci. La Rai riprendeva il lancio e lo divulgava in tutti i Telegiornali.

Nessuno aveva pensato di controllare se corrispondesse alla realtà.

Teo e l’inviato del Corriere dello Sport  avevano invece sentito il bisogno di informarsi. Gli avevano risposto che le macchine tenevano ancora in vita Angelo. Successivamente ne avevano avuto anche conferma de visu.

La mattina dopo tutti i giornali, eccetto Messaggero e Corriere dello Sport, riportavano la notizia della morte del pugile.

Quella stessa mattina il primario dell’ospedale Bellaria di Bologna annunciava: “Un’ora fa Angelo Jacopucci ha cessato di vivere.”

Parole al vento, per la stampa nazionale era morto 24 ore prima che il professore ne constatasse il decesso. Era la loro verità e non c’era realtà che potesse confutarla.

Tutto questo per dire che le cose non sono poi cambiate molto. La ricerca della verità costa fatica, meglio sedersi e pigiare sui tasti. Una volta erano quelli della macchina da scrivere, oggi sono quelli di un computer.

Il risultato non cambia.

L’aggravante, tanto per tornare ai nostri giorni, sta nello scivolamento verso il pettegolezzo puro. Lo sport sembra abbia improvvisamente finito le storie da raccontare. A meno che Internet non ce ne scodelli una già bella e pronta. Una così bella e pronta che non dobbiamo neppure perdere tempo a controllarla…

 

 

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