Agassi e quelle lacrime del ’99

LENGLEN - WILLS

Sul Concorde che ci riporta a New York, Brad (Gilbert) mi dice che è destino, destino.” Steffi Graf, infatti, ha vinto il Roland Garros femminile.E’ destino che vi mettiate insieme. Due sole persone nella storia mondiale hanno vinto tutti e quattro gli Slam e una medaglia d’oro: tu e Steffi Graf. Il Golden Slam. E’ destino che voi due vi sposiate.”

(da Open, autobiografia di Andre Agassi)

 

UNA VOLÈE può cambiarti la vita.

Andre Agassi l’ha tirata di diritto ed ha annullato il punto che avrebbe portato Andrei Medvedev sul 6-1 6-2 5-4 e servizio a disposizione.

Come si è chiusa questa finale datata 1999?

Non fingete, lo sapete benissimo. Per quel che mi riguarda è una storia che racconterò tra qualche paragrafo. Adesso mi interessa parlare di questo uomo di 29 anni che ha avuto la forza di piangere senza ritegno, di inginocchiarsi e pregare ringraziando il Signore e il mondo intero per quel momento magico che stava vivendo.

«E’ stato il più bello di sempre, non lo dimenticherò mai

Ha vinto il Roland Garros e ha chiuso il cerchio.

Solo Don Budge, Rod Laver, Fred Perry e Roy Emerson erano riusciti ad aggiudicarsi almeno una volta i quattro tornei dello Slam. Ma lo avevano fatto giocando su due superfici: erba e terra. Trent’anni dopo Laver, questo ragazzo di Las Vegas ha conquistato i quattro Slam su altrettante superfici: rebound ace in Australia nel 1995, terra rossa quest’anno a Parigi, erba a Wimbledon nel 1992 e cemento agli US Open nel 1994.

«Non avevo neppure il coraggio di sognarlo un giorno così

AGASSI

Appena due anni fa Andre era precipitato al numero 141 del mondo. Un burrone così profondo che da laggiù non si vedeva neppure il ciglio. Era il novembre del 1997, cinque mesi prima aveva sposato Brooke Shields a Monterrey, California.

Due mesi fa hanno divorziato, dando l’annuncio direttamente sul New York Post.

In questo periodo quello che tutti credevamo fosse un play boy viziato, capace solo di fare innamorare le ragazzine di tutto il mondo, si è trasformato. Ha lavorato molto con Gil Reys: ex allenatore di atletica all’Università di Las Vegas. Un tipo che ha muscoli gonfi e fisico da Big Jim, uno che ha ricoperto cento ruoli per Agassi: preparatore fisico, guardia del corpo, amico. Uno che l’ha spinto a forza verso la rinascita.

Ieri il debito di riconoscenza è stato pagato con un ringraziamento pubblico, in precedenza era stato “saldato” con una villa in regalo.

Andre si è fatto guidare da Brad Gilbert, ex tennista e autore del libro “Winning ugly”: Vincere sporco, vincere in ogni modo. Un coach che l’ha preso per mano e gli ha restituito fiducia. Lui ha ricominciato dai Challenger e passo dopo passo ha risalito la china. Alle spalle si è lasciato qualche chilo, i vizi di un tempo, una moglie che non voleva più seguirlo.

Oggi Agassi non porta i capelli biondi e lunghi, non indossa mini jeans spacciandoli per pantaloncini da tennis, non ha casacche che sarebbero grandi anche per uno del wrestling. Ha accettato di mostrare il vero volto: quasi calvo, sobrio nell’abbigliamento, poco esuberante in campo. Dei tempi felici ha conservato il carisma. Una dote che solo i grandi possiedono.

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Fino al momento della magica volèe avevo registrato una storia scritta per un solo personaggio. Andrei Medvedev l’aveva recitata seguendo un copione difficile, ma esaltante. Doveva forzare sempre il servizio per impedire che la risposta di Agassi potesse creargli problemi. Non sbagliava niente e il suo diritto apriva crepe non solo nel gioco, ma anche nella mente del kid.

Dopo 52 minuti l’ucraino era avanti di due set, al campione restavano in mano appena tre game. In quel momento il favorito della vigilia non esisteva più. In campo davanti a Medvedev c’era un signore assai vicino alla trentina che sembrava più vicino a una crisi di identità che al successo in uno Slam. La sua risposta di rovescio era sempre fuori misura, il servizio non regalava soddisfazioni.

Poi, quella volèe. La svolta che lo porterà oggi al numero 4 del mondo e che ha fatto guadagnare dei bei soldini a chi gli ha reglato fiducia a inizio di torneo: i bookmaker lo pagavano diciotto volte la quota investita!

Forse un calo fisico, probabilmente la mancanza di esperienza per partite di questo livello, sicuramente la fretta e un Agassi che aveva ritrovato miracolosamente per strada ritmo, risposta e servizio portavano la sfida al quinto set. Un solo break, ottenuto alla prima occasione nel quinto gioco e l’incontro scivolava via verso quella conclusione che almeno il 90% degli spettatori sognava.

Medevedev annullava tre match-point prima di arrendersi.

Ha giocato un grande torneo. È arrivato a Parigi da numero 100. Ha battuto Sampras e Kuerten. Adesso tornerà vicino ai primi 20, lui che nel maggio del ’94 era al numero 4.

Anche per Andrei, come per Agassi, gli ultimi sono stati anni in cui a ogni inverno seguiva un altro inverno. Giù, giù fino a un passo dalla disfatta finale. Poi è tornata Anke, la sua donna, e gli ha fatto riscoprire la bellezza della primavera.

Gioca da duro. Ha un ottimo servizio, grinta, tenuta e un diritto che preoccupa chiunque.

«Sono tornato» ha urlato ai 16.000 stipati sul Centrale del Roland Garros.

Poi ha abbracciato Agassi.

Si sono stretti forte. Sembrava non dovessero mai lasciarsi.

Erano due sopravvissuti che avevano sconfitto la paura del buio.

(articolo che ho scritto per il Corriere dello Sport nel giugno del ‘99)

 

 

 

 

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