Schiavone e quel tennis tra amori e paure

kover

Scrivevo questo articolo dopo la seconda impresa di Francesca Schiavone al Roland Garros: vincitrice nel 2010, finalista nel 2011. Risultato storico per il tennis femminile italiano, solo Nicola Pietrangeli è riuscito a fare meglio tra gli uomini.

SE L’ARTE del frullone fosse materia di studio, Francesca Schiavone
sarebbe professoressa emerita. In quei topponi spediti negli angoli più lontani del campo e destinati a fare impazzire le rivali, lei è specialista assoluta. Nel tennis di questa piccolina, comunque dotata di un fascio di muscoli scattanti, c’è la passione di chi cerca la strada migliore da percorrere frugando tra i gesti del passato e tra i ricordi: una foto rubata dalla tribuna del Suzanne Lenglen alla Graf, il primo Slam sognato e altro ancora. Lei così minuta, non potrebbe ingaggiare lotte selvagge col popolo delle picchiatrici e allora usa le armi di una volta. Poi aggiunge la grinta. E vince.

Parigi è stata ancora generosa con la Schiavo. Tennista capace di regalare cento emozioni, guerriera che non si arrende mai.

Mi impegno come se dovessi conquistare un amore”.

Ogni punto raccolto è un abbraccio, un bacio, una carezza. Perché Francesca ha bisogno d’amore: “E’ il dono più grande della vita”, mi ha detto tempo fa. L’anno scorso ha prima baciato e poi mangiato la terra rossa del Philippe Chatrier. Ha ripetuto il gesto anche stavolta. Si rotola per sporcarsi il bianco del completino, per sentire sulla pelle la terra del campo. Una gestualità pagana che le permette di vivere l’avventura sino in fondo.

Francesca Schiavone of Italy celebrates winning her women's final against Samantha Stosur of Australia at the French Open tennis tournament at Roland Garros, in Paris

La Schiavo pratica un tennis fatto di tocchi che ormai sembrano dimenticati dal resto della truppa.

Un rovescio a una mano pieno di istinto e naturalezza; smorzate, variazioni di ritmo, top spin esasperati. Una tattica diversa per ogni partita. E quando sta sotto non si arrende, mette assieme le armi di un tennis pieno di risorse e riprende a lottare. Ma per esprimersi al meglio, per volare sul campo, deve sentirsi amata. E così non nasconde nulla al pubblico. E’ solare. Si esprime con la faccia, con il corpo intero. Gioia, delusione, rabbia, felicità. Vuole che anche la gente si senta partecipe dei suoi sentimenti. Perché lei alla folla chiede aiuto. Succhia energia a chi è lì per vederla. Dagli applausi, dalle urla, dagli incitamenti, prende nuova forza per andare avanti.

Francesca ha passato interi set di quest’ultima avventura parigina a parlare con se stessa. A inviare messaggi terribili a un interlocutore immaginario. Quando le cose si complicavano ancora di più l’interlocutore diventava un essere umano con tanto di nome e cognome. Scegliete voi tra le persone del clan chi possa essere l’indiziato. Ma se pensate sia Corrado Barazzutti, non credo siate andati lontani dalla verità.

Da quando sono in campo non te ne va bene una.”

Vuoi giocare tu al mio posto?

Perché Barazzutti? Semplice. Ancora una volta è stato lui il punto di riferimento tecnico della bella avventura. E, a partita finita, ci sono stati sempre e solo abbracci.

schiavo

Quando gioca, Francesca non sa bluffare. Soffre perché teme che dopo ogni singola partita, un Tribunale spietato possa valutare la sua intera carriera. Perdere, pensa, sminuirebbe anche quello che ha già conquistato. E’ un timore ingiustificato. Chiunque parlasse di lei in questi termini, sbaglierebbe clamorosamente. E’ nella storia del tennis. Ma neppure questa certezza riesce a tranquillizzarla.

Non è stato un Roland Garros pieno di magie come quello dello scorso anno, ma non fingiamo di esserci abituati in fretta a un cibo che fino a dodici mesi fa non avevamo mai assaggiato. E’ tutto straordinario, non commettiamo l’errore di viverlo come se fosse la normalità.

E’ un tennis fisico e di tocco quello della milanese. Un gioco che rende. Ha vinto il titolo lo scorso anno, quest’anno si è arresa solo in finale contro la Na Li che ha consegnato il primo Slam alla Cina.

La Schiavone ha realizzato un’impresa rara nel tennis di casa nostra. Meglio di lei ha fatto solo Nicola Pietrangeli (vincitore nel 1959 e 1960, finalista nel 1961 e nel 1964). Ma erano altri tempi, altre storie.

In questo contesto storico Francesca Schiavone ha saputo cogliere risultati straordinari. Sulla terra rossa è campionessa di livello assoluto. Ha tempo per pensare, spazio per far valere il tocco contro la potenza, capacità di gestire tatticamente la partita senza essere ostaggio del servizio. Tutti elementi che hanno reso questa superficie terreno ideale per le imprese della piccola grande donna.

Sul campo è da applausi. Regala emozioni, ma anche lampi di classe assoluta. Fuori dal rettangolo di gioco fatica di più.

schi copia

Ha problemi a relazionarsi con la stampa. Qualche tempo fa mi ha detto. «Ho paura di essere fraintesa, di passare per quella che non sono, di rompere il filo che mi lega agli altri. Io ho bisogno di dividere le mie gioie, non poterlo fare mi darebbe un grande senso di angoscia».

Si sente sicura solo all’interno del clan che le fa da schermo contro il resto del mondo. In un’intervista mi ha confessato. «Loro mi fanno sentire accettata, rispettata, apprezzata per quello che sono. Anche con i miei difetti. In questa avventura hanno investito tempo e passioni».

Non ce la fa a fidarsi del tutto.

Scriveva poesie, ha smesso. Scriveva un diario, non l’ha fatto leggere a nessuno. Mi ha detto: “Mi sono fermata. Tutto è troppo contorto. Scrivo quando sento qualcosa di importante nascere dentro di me. O forse me lo immagino. Non le faccio leggere perchè ho paura che dai miei versi si possa capire cosa provo, non mi piace mettere a nudo la mia anima davanti a chiunque.

Non le piace confrontarsi con i giornalisti, ha la sensazione che le rubino qualcosa nell’anima. Fatico a darle torto.

 

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