Il caso del killer che mangiava banane

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Quello che segue è un racconto satirico sui fatti degli ultimi giorni. La realtà mi sembra stia superando la fantasia, per questo ho preso in prestito alcuni personaggi del mio libro “E mo t’ammazzo”…

 

Un bel tacer talvolta
ogni dotto parlar vince d’assai
Pietro Metastasio (poeta, drammaturgo e sacerdote)

SIAMO da sempre protesi a voler dare una dignità estetica alla donna del calcio. Prima si pensava che fosse handicappata rispetto al maschio per resistenza ed altri fattori, adesso invece abbiamo riscontrato che sono molto simili.

Gianni era rimasto lì a fissare la televisione, poi aveva chiamato un prete amico, questi a velocità supersonica aveva raggiunto zona Flaminio a Roma. Aveva salito in fretta le scale e si era lanciato nella stanza dove sapeva di incontrare il soggetto sconosciuto, in codice: Sosco.

“Ti ordino Satana,
seduttore del genere umano:
riconosci lo spirito di verità e di grazia,
lo spirito che respinge le tue insidie
e smaschera le tue menzogne.
ESCI DA QUESTA CREATURA!”

Niente. Il Sosco si lisciava la testa e continuava a parlare.

C’è Opti Poba che viene qui, prima mangiava banane e ora è titolare nella Lazio.”

Il prete si era arreso. Non capiva. Erano messaggi criptici quelli lanciati dal Sosco.
Eppure la verità era così semplice da decifrare. Era lì davanti ai suoi occhi, ma a lui sfuggiva. Aveva allora informato il suo amico.

Gianni era furibondo. Doveva fermare il Sosco, quello continuava a parlare facendosi del male da solo, danneggiando anche la Causa.

L’assassino di John Kennedy non ha subìto quello che ho subìto io in questi giorni.”

Presto si sarebbe visto sulla croce tra due ladroni.

Doveva spiegargli tutto dall’inizio.

Se solo fosse riuscito a parlargli glielo avrebbe detto. Ma quello non rispondeva al telefono.

Sono l’emigrante, sono il clandestino
Sono il viaggiatore, sono l’assassino
Sono l’infedele, sono il peccatore
Sono lo schiavo, sono il signore

La suoneria del cellulare trillava a tutto spiano, ma il Sosco non accettava la chiamata.

Gianni era sempre più preoccupato, aveva capito che da solo non ce l’avrebbe mai fatta.

Piuttosto che parlargli, avrebbe preparato un comunicato da mandare a quei maledetti giornalisti.

Donna handicappata
Sempre abbonata

Come vi siete permessi di pensare che fosse un’offesa! Era solo un ringraziamento ai fedeli tifosi, anzi tifose che comprano da sempre la tessera ben prima dell’inizio dei campionati.

Opti Poba fa l’agricoltore
E le banane vende a ore

Si trattava di un simpatico slogan per la campagna di promozione dello sponsor che commerciava in ortofrutticoli.

Lee Oswald era più difficile da mascherare.

strambelli

Già sentiva la voce del commissario Giovanni Strambelli nelle orecchie.

Caro signor Sosco, dove si trovava il  22 novembre 1963?”

Meglio cambiare strategia.

Aveva allora chiesto aiuto a un altro amico: Otello Sgamboni detto er Varechina.

Alcuni dicevano che il soprannome venisse dal fatto che ogni volta che parlava, riuscisse a fare chiarezza davanti a qualsiasi problema. Altri che derivasse dall’odore devastante dell’alito, una vera arma chimica di distruzione di massa.

«A Varechi’, sei annato a vedè la partita ieri?»

«Tavolo, telefono, divano, spaghetti. Sole, cavallo, luna, strada. Il film è stato bello».

Parlava così il ragazzo. Sempre. Una serie di sostantivi scollegati tra loro, con una frase a chiudere che non aveva alcun nesso con la domanda o il resto del discorso. Gli unici a capirlo erano gli amici, per gli altri era peggio di un cruciverba di Bartezzaghi.

Gianni aveva chiesto aiuto.

“Come faccio, Varecchì?”

Pollo, sabbia, macchina, libro, tavolo, supplì, cartone. La pasta è cotta.”

“Fai presto te. Ma quello nun ce sente. Nun je potresti parlà?”

Blocco, occhiali, forbici, cellulare, agenda, pavimento. Il sole è caldo.”

“Va be’, ce sto. Me costa un po’ troppo, ma qui er fatto è grave. Vai.”

Otello “er Varechina” Sgamboni era entrato nel palazzo del Flaminio, era salito su per le scale, aveva aperto la porta a vetri e si era diretto nella stanza del Sosco. L’aveva trovato che continuava a parlare davanti al microfono e a una stanza deserta.

Opti Poba non ha subìto quello che ho subìto io in questi giorni. L’assassino di John Kennedy prima mangiava banane e ora è titolare nella Lazio. Pensavamo che fossero handicappati, abbiamo riscontrato che sono molto simili.

Le parole scorrevano come il sottopancia di un telegiornale, in continuazione.

Er Varechina si era avvicinato lentamente e aveva sussurrato la formula magica.

Cane, carte, portiere, calendario, penna, pantalone. Il cantante è stonato.”

Come d’incanto il Sosco aveva smesso di parlare.

Er Varechina si era avvicinato.

Stava per dirgli che tutto era finito e che presto si sarebbe trasformato in un Principe, quando il Sosco aveva ricominciato a parlare.

Adesso usava lo stesso linguaggio di Otello.

“Poba, handicappati, banane, assassino, titolare. Sono molto simili”…

Er Varechina aveva ripreso coraggio.

Cannelloni, mare, nuvole, scendiletto, mollette. Domani piove.

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Il Sosco l’aveva guardato fisso negli occhi e aveva risposto tutto di getto.

“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi, navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”

Er Varechina aveva abbassato la testa, si era asciugato le lacrime ed era uscito lentamente dalla stanza…

 

 

 

 

 

 

 

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