L’incredibile storia di Kimiko Date

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IERI KIMIKO Date ha sconfitto Flavia Pennetta al primo turno del torneo di Monterrey. Un po’ poco per definire incredibile la sua storia. Forse il fatto che la giapponese viaggi verso i 44 anni ci aiuta a capire meglio. Ma neppure questo è sufficiente.

Nel 1995 la Date era numero 4 del mondo, aveva vinto sette tornei e si batteva alla pari contro le migliori del circuito. Poi lo stress dovuto alla necessità di mettersi continuamente in gioco aveva cominciato a regalarle più di dubbi che gioie. Improvvisamente si era sentita sola. Nel caos del circuito, sul campo davanti a migliaia di spettatori, in casa dove era diventata un’eroina popolare. Ovunque fosse, Kimiko si sentiva sola. Quello che aveva attorno non aveva più senso. Né le vittorie, nè la classifica o i soldi. E allora aveva smesso. Era la stagione 1996.

Dodici anni dopo si era ripresentata in campo. E qui l’aggettivo incredibile comincia ad avere diritto di citazione. Nessuno era stato fermo così a lungo per poi tornare a giocare in singolare. E andare addirittura a vincere un torneo Wta, quello di Seul, a oltre 39 anni. Soltanto Billy Jean King, nel 1988, aggiudicandosi la finale di Birmingham aveva fatto meglio. All’epoca aveva 39 anni, 11 mesi e 30 giorni, ma non era certo stata ferma per dodici anni.

Kimiko Date ha messo insieme altri colpi per arrivare a farmi definire la sua storia incredibile.

E’ nata mancina. Mangia e scrive con la sinistra. Ma a tennis gioca con la destra. In pubblico non poteva certo usare la mano del diavolo. Il nonno glielo aveva spiegato sin da piccolina. In Giappone sarebbe stato considerato qualcosa di estremamente disonorevole. E così lei aveva cominciato a esercitarsi con l’altra mano. Anche Rafa Nadal ha avuto un problema simile. Nato destrorso si è trasformato in mancino. Ma nel suo caso non è stato un obbligo dettato dalle tradizioni o dall’onore, quanto una scelta di zio Toni che pensava così di agevolarne il gioco.

Timida fino all’esasperazione, Kimiko ha a lungo pensato che non fosse poi così necessario imparare l’inglese e andare ai tornei fuori casa. Il Giappone era abbastanza grande per soddisfare le sue ambizioni. Lentamente si è convinta che così non poteva essere e ha cominciato a viaggiare. Ma senza mai dimenticare le radici, al punto che più di una collega giura di averla vista cucinare polpette e riso negli spogliatoi dei grandi tornei.

Annunciato il ritiro dopo l’Olimpiade di Atlanta 1996, è comunque rimasta attaccata allo sport che amava. Ha fatto la commentatrice tecnica nei tornei dello Slam per la televisione giapponese. Ha lasciato che la pubblicità sfruttasse la sua immagine, è finita addirittura in un videogame. Ha corso, tanto. Ha disputato la maratona di Londra ed ha chiuso sotto le tre ore e mezza. Ha nuotato intere mattinate per lunghi mesi. Si è allenata con costanza certosina. Fino a quando il marito ha ceduto.

Cara, non è meglio se torni a giocare nel circuito? Sento che ti manca.

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E sì, perché negli anni del ritiro Kimiko si era anche sposata con un pilota delle Gran Turismo, nella Formula Nippon, il tedesco Michael Krumm con cui aveva cercato a lungo di avere un figlio. Non era venuto. Ovviamente la coppia era andata a vivere a Tokyo, non in Germania.

Tra tanti momenti positivi, anche una giornata nera. Un infortunio, la rottura del tendine d’Achille. Era il 2004. La Date ha convissuto a lungo con quell’incubo.

Kimiko sentiva che il tennis ormai apparteneva al passato. Per questo aveva scritto l’autobiografia intitolandola “Last game”, l’ultimo gioco. Un libro di grande successo. Perché la ragazza godeva di immensa popolarità in Giappone. Nel tempo libero andava spesso e volentieri a palleggiare a Palazzo Reale con il principe ereditario Naruhito Hironomaya.

Stanca di un ritiro che non la soddisfaceva, la guerriera dal dolce sorriso, uno scricciolo di 53 chili per 1.65, decideva di tornare. Riproponeva al mondo del tennis il suo gioco fatto di tanta grinta, attacchi coraggiosi, rovesci tagliati, volée imprendibili e smorzate killer. Si rimetteva in pista a quasi 39 anni. E non se ne pentiva. Era il 2008, l’anno dopo vinceva Seul.

Al Roland Garros 2010 superava Dinara Safina, numero nove della Wta che aveva appena tre anni quando la giapponese esordiva sulla terra rossa di Parigi. Quest’anno agli Australian Open ha perso in tre set contro la grande speranza Belinda Bencic, nata quando Kimiko era già al suo primo anno dopo il ritiro.

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Tornata nel giro da 201 del mondo, ora è nelle Top 100. Il 28 settembre festeggerà il 44esimo compleanno.

Mancina trasformata in destrorsa per tradizione giapponese, numero 4 del mondo, un ritiro per solitudine lungo dodici anni, un matrimonio con un pilota, gli allenamento col principe ereditario a Palazzo Reale, il ritorno in campo come giocatrice estremamente competitiva al punto da vincere un torneo Wta. Ha battuto le Top Ten e, come ultima impresa, ha sconfitto la tennista più calda del momento. Flavia Pennetta, recente vincitrice di Indian Wells, numero 1 del torneo e numero 12 del mondo.

Credete ci sia abbastanza per definire questa storia incredibile?

 

 

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